A volte

il sabato poesia: A volte
A volte
un filo sottile
lega i ricordi
alla nostra vita,
li fa diventare
tatuaggi dell’anima,
indelebili e intensi.

A volte
rigano le gote
scaldate dalle stelle,
in questo cielo
che riempie gli occhi,
in estati
senza luna,
nella solitudine
dell’amore,
quello vero.

Jonathan64

A volte

il sabato poesia: A volte
A volte
un filo sottile
lega i ricordi
alla nostra vita,
li fa diventare
tatuaggi dell’anima,
indelebili e intensi.

A volte
rigano le gote
scaldate dalle stelle,
in questo cielo
che riempie gli occhi,
in estati
senza luna,
nella solitudine
dell’amore,
quello vero.

Jonathan64

A volte

il sabato poesia: A volte
A volte
un filo sottile
lega i ricordi
alla nostra vita,
li fa diventare
tatuaggi dell’anima,
indelebili e intensi.

A volte
rigano le gote
scaldate dalle stelle,
in questo cielo
che riempie gli occhi,
in estati
senza luna,
nella solitudine
dell’amore,
quello vero.

Jonathan64

Ry Cooder

Difficile è collocare un personaggio singolare come Ry Cooder, musicista, produttore, chitarrista, compositore, interprete, che dagli anni Settanta alla fine del secolo percorrerà in lungo e in largo le strade della musica, dal rock al country, dalla musica cubana a quella araba, dalle colonne sonore al pop, dal jazz al blues. Secondo lo schema tradizionale, non è un cantautore, non è un rocker, né un campione del pop. Sfugge, per natura, alle etichette e alle definizioni, ma il suo lavoro di recupero delle tradizioni musicali, quella americana in particolare durante gli anni Settanta, e il suo lavoro di musicista e produttore, avranno grandissima influenza. Come ha scritto su “Rolling Stones” Jon Landau: “Cooder è alla perpetua ricerca della nota magica, del sound giusto al momento giusto”.
Interprete sopraffino della tradizione musicale americana, nei primi anni della sua avventura musicale si concentrava sul repertorio più vicino al blues e al tex-mex, ma già verso la fine degli anni Settanta l’eclettismo delle sue scelte ne fa un preziosissimo outsider, in grado di muoversi liberamente tra generi e stili mantenendo saldissima la propria ispirazione, la capacità di far diventare diverse dall’originale le composizioni sulle quali lavora con certosina precisione.
I suoi album degli anni Settanta sono un incredibile catalogo dei linguaggi della musica popolare americana: da “Ry Cooder” (1970), intriso di folk e di blues, a “Into the Purple Valley” (1972), da “Paradise and Lunch” (1974) a “Chicken Skin Music” (1976), Cooder esplora la musica folk e il tex-mex, il blues e il rhythm’n’blues, la canzone e il gospel, per approdare al jazz con “Jazz” (1978) e alle origini del rock’n’roll con “Bop Till You Drop” (1979), primo disco nella storia della musica ad essere stato registrato totalmente in digitale. Negli anni Ottanta dedicherà molto del suo lavoro alla realizzazione di colonne sonore, girerà per il mondo collaborando con musicisti di estrazione e cultura diversissime, africani, indiani, arabi, per approdare al successo planetario, negli anni Novanta, quando farà scoprire al mondo intero la magia della musica cubana con “Buena Vista Social Club”. Negli anni duemila sono da rilevare i suoi “ Chavez Ravine” (2005) e “My Name Is Buddy” (2007), ma soprattutto alla collaborazione con Mavis Staples in “Well Never Turn Back” (2007).

Ry Cooder

Difficile è collocare un personaggio singolare come Ry Cooder, musicista, produttore, chitarrista, compositore, interprete, che dagli anni Settanta alla fine del secolo percorrerà in lungo e in largo le strade della musica, dal rock al country, dalla musica cubana a quella araba, dalle colonne sonore al pop, dal jazz al blues. Secondo lo schema tradizionale, non è un cantautore, non è un rocker, né un campione del pop. Sfugge, per natura, alle etichette e alle definizioni, ma il suo lavoro di recupero delle tradizioni musicali, quella americana in particolare durante gli anni Settanta, e il suo lavoro di musicista e produttore, avranno grandissima influenza. Come ha scritto su “Rolling Stones” Jon Landau: “Cooder è alla perpetua ricerca della nota magica, del sound giusto al momento giusto”.
Interprete sopraffino della tradizione musicale americana, nei primi anni della sua avventura musicale si concentrava sul repertorio più vicino al blues e al tex-mex, ma già verso la fine degli anni Settanta l’eclettismo delle sue scelte ne fa un preziosissimo outsider, in grado di muoversi liberamente tra generi e stili mantenendo saldissima la propria ispirazione, la capacità di far diventare diverse dall’originale le composizioni sulle quali lavora con certosina precisione.
I suoi album degli anni Settanta sono un incredibile catalogo dei linguaggi della musica popolare americana: da “Ry Cooder” (1970), intriso di folk e di blues, a “Into the Purple Valley” (1972), da “Paradise and Lunch” (1974) a “Chicken Skin Music” (1976), Cooder esplora la musica folk e il tex-mex, il blues e il rhythm’n’blues, la canzone e il gospel, per approdare al jazz con “Jazz” (1978) e alle origini del rock’n’roll con “Bop Till You Drop” (1979), primo disco nella storia della musica ad essere stato registrato totalmente in digitale. Negli anni Ottanta dedicherà molto del suo lavoro alla realizzazione di colonne sonore, girerà per il mondo collaborando con musicisti di estrazione e cultura diversissime, africani, indiani, arabi, per approdare al successo planetario, negli anni Novanta, quando farà scoprire al mondo intero la magia della musica cubana con “Buena Vista Social Club”. Negli anni duemila sono da rilevare i suoi “ Chavez Ravine” (2005) e “My Name Is Buddy” (2007), ma soprattutto alla collaborazione con Mavis Staples in “Well Never Turn Back” (2007).

Ry Cooder

Difficile è collocare un personaggio singolare come Ry Cooder, musicista, produttore, chitarrista, compositore, interprete, che dagli anni Settanta alla fine del secolo percorrerà in lungo e in largo le strade della musica, dal rock al country, dalla musica cubana a quella araba, dalle colonne sonore al pop, dal jazz al blues. Secondo lo schema tradizionale, non è un cantautore, non è un rocker, né un campione del pop. Sfugge, per natura, alle etichette e alle definizioni, ma il suo lavoro di recupero delle tradizioni musicali, quella americana in particolare durante gli anni Settanta, e il suo lavoro di musicista e produttore, avranno grandissima influenza. Come ha scritto su “Rolling Stones” Jon Landau: “Cooder è alla perpetua ricerca della nota magica, del sound giusto al momento giusto”.
Interprete sopraffino della tradizione musicale americana, nei primi anni della sua avventura musicale si concentrava sul repertorio più vicino al blues e al tex-mex, ma già verso la fine degli anni Settanta l’eclettismo delle sue scelte ne fa un preziosissimo outsider, in grado di muoversi liberamente tra generi e stili mantenendo saldissima la propria ispirazione, la capacità di far diventare diverse dall’originale le composizioni sulle quali lavora con certosina precisione.
I suoi album degli anni Settanta sono un incredibile catalogo dei linguaggi della musica popolare americana: da “Ry Cooder” (1970), intriso di folk e di blues, a “Into the Purple Valley” (1972), da “Paradise and Lunch” (1974) a “Chicken Skin Music” (1976), Cooder esplora la musica folk e il tex-mex, il blues e il rhythm’n’blues, la canzone e il gospel, per approdare al jazz con “Jazz” (1978) e alle origini del rock’n’roll con “Bop Till You Drop” (1979), primo disco nella storia della musica ad essere stato registrato totalmente in digitale. Negli anni Ottanta dedicherà molto del suo lavoro alla realizzazione di colonne sonore, girerà per il mondo collaborando con musicisti di estrazione e cultura diversissime, africani, indiani, arabi, per approdare al successo planetario, negli anni Novanta, quando farà scoprire al mondo intero la magia della musica cubana con “Buena Vista Social Club”. Negli anni duemila sono da rilevare i suoi “ Chavez Ravine” (2005) e “My Name Is Buddy” (2007), ma soprattutto alla collaborazione con Mavis Staples in “Well Never Turn Back” (2007).

Fotografia Europea 2008

Continua fino all’8 giugno a Reggio Emilia Fotografia Europea 2008“, la rassegna internazionale dedicata all’immagine.
Il tema dell’edizione di quest’anno è “Umano troppo umano” – L’immagine tattile dei corpi/il corpo tattile dell’immagine.
Il corpo viene indagato nelle sue molteplici e contraddittorie accezioni, sia in forma esibita, sia in forma post-tecnologica, tormentato da guerre o inerte.
Le mostre, dislocate in varie sedi, sono state divise in mostre personali, produzioni dedicate e progetti speciali. Per il primo gruppo sono stati selezionati fotografi sperimentatori della raffigurazione corporea come Raoul Hausmann, Wols, Paolo Gioli, Jorge Molder e Pierre et Gilles. [artsblog]

Fotografia Europea 2008

Continua fino all’8 giugno a Reggio Emilia Fotografia Europea 2008“, la rassegna internazionale dedicata all’immagine.
Il tema dell’edizione di quest’anno è “Umano troppo umano” – L’immagine tattile dei corpi/il corpo tattile dell’immagine.
Il corpo viene indagato nelle sue molteplici e contraddittorie accezioni, sia in forma esibita, sia in forma post-tecnologica, tormentato da guerre o inerte.
Le mostre, dislocate in varie sedi, sono state divise in mostre personali, produzioni dedicate e progetti speciali. Per il primo gruppo sono stati selezionati fotografi sperimentatori della raffigurazione corporea come Raoul Hausmann, Wols, Paolo Gioli, Jorge Molder e Pierre et Gilles. [artsblog]

Fotografia Europea 2008

Continua fino all’8 giugno a Reggio Emilia Fotografia Europea 2008“, la rassegna internazionale dedicata all’immagine.
Il tema dell’edizione di quest’anno è “Umano troppo umano” – L’immagine tattile dei corpi/il corpo tattile dell’immagine.
Il corpo viene indagato nelle sue molteplici e contraddittorie accezioni, sia in forma esibita, sia in forma post-tecnologica, tormentato da guerre o inerte.
Le mostre, dislocate in varie sedi, sono state divise in mostre personali, produzioni dedicate e progetti speciali. Per il primo gruppo sono stati selezionati fotografi sperimentatori della raffigurazione corporea come Raoul Hausmann, Wols, Paolo Gioli, Jorge Molder e Pierre et Gilles. [artsblog]

Human Movement in Light

di Jordan Clarke, musiche di: M83, Sigur Ros e Besnard Lakes.

Fraction

E’ uscito pochi giorni fa ed è on line il primo numero di Fraction, un nuovo magazine made in USA dedicato alla fotografia.
[
via]

Fraction

E’ uscito pochi giorni fa ed è on line il primo numero di Fraction, un nuovo magazine made in USA dedicato alla fotografia.
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Fraction

E’ uscito pochi giorni fa ed è on line il primo numero di Fraction, un nuovo magazine made in USA dedicato alla fotografia.
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La storia del Budda #3 – Le differenze tra le tradizioni hinayana e mahayana

(Prima parte)(Seconda parte) Mahayana significa “grande veicolo” mentre Hinayana significa “piccolo veicolo”, termine che in origine aveva un senso dispregiativo.
«Nell’India del I secolo d.C., periodo in cui probabilmente il Sutra del Loto fu scritto, le differenti scuole del Buddismo hinayana ritenevano di essere depositarie dell’ortodossia buddista e questo, oltre a caratterizzarle per una certa chiusura, le aveva rese autoritarie e distaccate dalla gente comune. In controtendenza a un tale senso di cose si verificò l’emergere di un movimento di laici che manifestavano la propria fede nel Budda innalzando e venerando stupa a lui dedicati. La fede spingeva questi credenti laici a cercare di stabilire un contatto diretto con il Budda senza l’intermediazione dei monaci. Fu così che ebbe origine il movimento mahayana, riflesso nelle scritture compilate a quel tempo, come i sutra della Saggezza, il Sutra della Ghirlanda di fiori e il Sutra del Loto. Le scuole hinayana criticavano il nuovo movimento mahayana sostenendo che i suoi testi erano creazioni arbitrarie che non corrispondevano all’insegnamento del Budda» (tratto da Daisaku Ikeda, La saggezza del Sutra del Loto, Mondadori, vol. I, pag. 40
Per chiarire ulteriormente le posizioni delle due tradizioni è opportuno sottolineare la differente concezione del Budda: per le scuole hinayana il Budda è quello storico, ma allo stesso tempo una figura unica e irraggiungibile, mentre nel movimento mahayana la figura del Budda è sfrondata dai suoi elementi umani ed è cristallizzata nella condizione vitale di Buddità, un potenziale presente nella vita universale e in quella degli esseri umani.
Attualmente la sola tradizione hinayana sopravvissuta è la Theravada (la dottrina degli anziani) presente in Sri Lanka, Laos, Cambogia e Thailandia.
(continua) [via]
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La storia del Budda #3 – Le differenze tra le tradizioni hinayana e mahayana

(Prima parte)(Seconda parte) Mahayana significa “grande veicolo” mentre Hinayana significa “piccolo veicolo”, termine che in origine aveva un senso dispregiativo.
«Nell’India del I secolo d.C., periodo in cui probabilmente il Sutra del Loto fu scritto, le differenti scuole del Buddismo hinayana ritenevano di essere depositarie dell’ortodossia buddista e questo, oltre a caratterizzarle per una certa chiusura, le aveva rese autoritarie e distaccate dalla gente comune. In controtendenza a un tale senso di cose si verificò l’emergere di un movimento di laici che manifestavano la propria fede nel Budda innalzando e venerando stupa a lui dedicati. La fede spingeva questi credenti laici a cercare di stabilire un contatto diretto con il Budda senza l’intermediazione dei monaci. Fu così che ebbe origine il movimento mahayana, riflesso nelle scritture compilate a quel tempo, come i sutra della Saggezza, il Sutra della Ghirlanda di fiori e il Sutra del Loto. Le scuole hinayana criticavano il nuovo movimento mahayana sostenendo che i suoi testi erano creazioni arbitrarie che non corrispondevano all’insegnamento del Budda» (tratto da Daisaku Ikeda, La saggezza del Sutra del Loto, Mondadori, vol. I, pag. 40
Per chiarire ulteriormente le posizioni delle due tradizioni è opportuno sottolineare la differente concezione del Budda: per le scuole hinayana il Budda è quello storico, ma allo stesso tempo una figura unica e irraggiungibile, mentre nel movimento mahayana la figura del Budda è sfrondata dai suoi elementi umani ed è cristallizzata nella condizione vitale di Buddità, un potenziale presente nella vita universale e in quella degli esseri umani.
Attualmente la sola tradizione hinayana sopravvissuta è la Theravada (la dottrina degli anziani) presente in Sri Lanka, Laos, Cambogia e Thailandia.
(continua) [via]