R.E.M.

Dopo otto anni di onorata e fortunata carriera a cavallo tra i suoni di certo folk-rock psichedelico e una vena ‘indie’ mutuata da trascorsi live sui palchi del circuito punk, firmarono nel 1988 un contratto miliardario per la realizzazione di ‘Green’, che li portò in breve ad essere la più celebrata band del rock americano, l’unico in grado di rivaleggiare con gli U2 in termini di successo popolare e di carisma, di compiutezza artistica e innovazione, di rapporto con il pubblico e indipendenza creativa. La loro storia inizia nel 1980 ad Athens, Georgia, quando a Peter Buck e Michael Stipe si uniscono Bill Berry e Mike Mills per dar vita a una band che predicava il verbo sonoro della nuova onda in maniera originale, mescolando febbre psichedelica e punk, ma anche qualche ricordo dei Birds e dei Doors. L’esordio discografico è del 1982 con ’Chronic Town’, ma è con ’Murmur’, l’anno seguente, che il mondo si accorge di loro.


Sono una band singolare, nel senso che il loro rapporto con la new wave degli anni ottanta è, per così dire, saltuario, così come la loro vicinanza agli altri movimenti dell’epoca. All’interno della storia del rock, riescono a tenere insieme passato e futuro, sentimento e ragione. Dischi e concerti, anno dopo anno, contribuiscono ad accrescere la fama del gruppo, che nel 1987, con ’Document’, arriva a scalare per la prima volta anche i vertici delle classifiche di vendita, superando il milione di copie.
Nel 1988 la Warner, come detto sopra, mette i R.E.M. sotto contratto, e loro pur abbandonando la musica indipendente non cambiano atteggiamento anzi, ’Green’, il primo disco realizzato per l’industria discografica multinazionale, li confermano ancora una volta coerenti con le proprie idee.
Stipe, Mills, Berry e Buck restano indipendenti dalle mode che pian piano modificano lo scenario musicale americano, restano indipendenti dalle ideologie, legando la vita del gruppo a innumerevoli battaglie di libertà. Negli anni novanta i R.E.M. si trasformano in una band dal successo planetario, e lo fanno con due album: ‘Out of Time’, del 1991 e ‘Automatic for the People’, del 1992, che possono ben essere considerati i loro capolavori, in piena controtendenza rispetto all’ondata grunge e metallica di quegli anni.
Stipe il principale artefice del gruppo, è carico di una vitalità straordinaria, ha un’espressività che non si limita alla voce ma passa attraverso il suo corpo, i gesti, e la presenza sul palco. Stipe vuole essere ‘visto’ perché i R.E.M. credono ancora nella forza del rock e lo dimostrano con i dischi successivi: ’New Adventures in Hi-Fi’, del 1996, ’Up’, del 1998 e ‘Reveal’, del 2001, non fanno che confermare il loro status e la loro libertà creativa, sfuggendo a mode e tendenze. I successivi ‘Around the Sun’, del 2004, e ‘Accelerate’, del 2008, risulteranno al di sotto delle aspettative, ma pur sempre dischi degni di rispetto musicale, quel rispetto che i R.E.M. si sono guadagnati nel corso di questi anni, di quel rispetto che soprattutto loro stessi hanno sempre avuto nei confronti dei loro fan, e del mondo intero.

Discografia

1982 – Chronic Town
1983 – Murmur
1984 – Reckoning
1985 – Fables of the Reconstruction
1986 – Lifes Rich Pageant
1987 – Document
1987 – Dead Letter Office
1988 – Eponymous
1988 – Green
1991 – Out of Time
1991 – The Best of R.E.M.
1992 – Automatic for the People
1994 – Monster
1994 – Singles Collected
1996 – New Adventures in Hi-Fi
1997 – In The Attic
1998 – Up
2001 – Reveal
2003 – In Time: The Best of R.E.M. 1988-2003
2004 – Around the Sun
2006 – And I Feel Fine: The Best of the I.R.S. Years 1982-1987
2007 – R.E.M. Live
2008 – Accelerate

R.E.M.

Dopo otto anni di onorata e fortunata carriera a cavallo tra i suoni di certo folk-rock psichedelico e una vena ‘indie’ mutuata da trascorsi live sui palchi del circuito punk, firmarono nel 1988 un contratto miliardario per la realizzazione di ‘Green’, che li portò in breve ad essere la più celebrata band del rock americano, l’unico in grado di rivaleggiare con gli U2 in termini di successo popolare e di carisma, di compiutezza artistica e innovazione, di rapporto con il pubblico e indipendenza creativa. La loro storia inizia nel 1980 ad Athens, Georgia, quando a Peter Buck e Michael Stipe si uniscono Bill Berry e Mike Mills per dar vita a una band che predicava il verbo sonoro della nuova onda in maniera originale, mescolando febbre psichedelica e punk, ma anche qualche ricordo dei Birds e dei Doors. L’esordio discografico è del 1982 con ’Chronic Town’, ma è con ’Murmur’, l’anno seguente, che il mondo si accorge di loro.


Sono una band singolare, nel senso che il loro rapporto con la new wave degli anni ottanta è, per così dire, saltuario, così come la loro vicinanza agli altri movimenti dell’epoca. All’interno della storia del rock, riescono a tenere insieme passato e futuro, sentimento e ragione. Dischi e concerti, anno dopo anno, contribuiscono ad accrescere la fama del gruppo, che nel 1987, con ’Document’, arriva a scalare per la prima volta anche i vertici delle classifiche di vendita, superando il milione di copie.
Nel 1988 la Warner, come detto sopra, mette i R.E.M. sotto contratto, e loro pur abbandonando la musica indipendente non cambiano atteggiamento anzi, ’Green’, il primo disco realizzato per l’industria discografica multinazionale, li confermano ancora una volta coerenti con le proprie idee.
Stipe, Mills, Berry e Buck restano indipendenti dalle mode che pian piano modificano lo scenario musicale americano, restano indipendenti dalle ideologie, legando la vita del gruppo a innumerevoli battaglie di libertà. Negli anni novanta i R.E.M. si trasformano in una band dal successo planetario, e lo fanno con due album: ‘Out of Time’, del 1991 e ‘Automatic for the People’, del 1992, che possono ben essere considerati i loro capolavori, in piena controtendenza rispetto all’ondata grunge e metallica di quegli anni.
Stipe il principale artefice del gruppo, è carico di una vitalità straordinaria, ha un’espressività che non si limita alla voce ma passa attraverso il suo corpo, i gesti, e la presenza sul palco. Stipe vuole essere ‘visto’ perché i R.E.M. credono ancora nella forza del rock e lo dimostrano con i dischi successivi: ’New Adventures in Hi-Fi’, del 1996, ’Up’, del 1998 e ‘Reveal’, del 2001, non fanno che confermare il loro status e la loro libertà creativa, sfuggendo a mode e tendenze. I successivi ‘Around the Sun’, del 2004, e ‘Accelerate’, del 2008, risulteranno al di sotto delle aspettative, ma pur sempre dischi degni di rispetto musicale, quel rispetto che i R.E.M. si sono guadagnati nel corso di questi anni, di quel rispetto che soprattutto loro stessi hanno sempre avuto nei confronti dei loro fan, e del mondo intero.

Discografia

1982 – Chronic Town
1983 – Murmur
1984 – Reckoning
1985 – Fables of the Reconstruction
1986 – Lifes Rich Pageant
1987 – Document
1987 – Dead Letter Office
1988 – Eponymous
1988 – Green
1991 – Out of Time
1991 – The Best of R.E.M.
1992 – Automatic for the People
1994 – Monster
1994 – Singles Collected
1996 – New Adventures in Hi-Fi
1997 – In The Attic
1998 – Up
2001 – Reveal
2003 – In Time: The Best of R.E.M. 1988-2003
2004 – Around the Sun
2006 – And I Feel Fine: The Best of the I.R.S. Years 1982-1987
2007 – R.E.M. Live
2008 – Accelerate

Novalink #1

SuoniFizy è un motore di ricerca musicale. Con i suoi 75 miliardi di mp3, è senz’altro il più ‘carico’ magazzino al mondo. Non bastasse, altre sue qualità sono: la semplicità d’uso e la velocità. Oltre all’ascolto dei files, c’è la possibilità di vedere i video correlati e non ultimo la condivisione con altri utenti. [via]

Visioni – Le immagini di Aimee Brodeur, fotografa americana sono particolarmente ‘naturali’, dove per naturali si intende sia l’ambiente che circonda l’uomo e sia la naturale, disinibita ed enigmatica ’spy life’ del suo ‘diario‘. [via]

Dintorni - Dal network Blogosfere, è nato Vivere Filosofando. Un nuovo blog curato da Marco Apolloni, studioso con specializzazione nella Filosofia della storia oltre che scrittore, saggista, curatore, redattore (e blogger), si definisce con tre aggettivi: rapsodo, vulcanico, creativo.

Novalink #1

SuoniFizy è un motore di ricerca musicale. Con i suoi 75 miliardi di mp3, è senz’altro il più ‘carico’ magazzino al mondo. Non bastasse, altre sue qualità sono: la semplicità d’uso e la velocità. Oltre all’ascolto dei files, c’è la possibilità di vedere i video correlati e non ultimo la condivisione con altri utenti. [via]

Visioni – Le immagini di Aimee Brodeur, fotografa americana sono particolarmente ‘naturali’, dove per naturali si intende sia l’ambiente che circonda l’uomo e sia la naturale, disinibita ed enigmatica ’spy life’ del suo ‘diario‘. [via]

Dintorni - Dal network Blogosfere, è nato Vivere Filosofando. Un nuovo blog curato da Marco Apolloni, studioso con specializzazione nella Filosofia della storia oltre che scrittore, saggista, curatore, redattore (e blogger), si definisce con tre aggettivi: rapsodo, vulcanico, creativo.

Susanna Rafart


il sabato poesia: Traccerò

Traccerò cerchi con ossidiana,
segno per segno, seguendo il buio dei verbi
quando il giorno sarà l’ultimo giorno
in mezzo a bestie golose
che con artigli lunari
vorranno amare la vita di un solo verso
beneficio di bussole indenni
sotto colonne d’edera rannuvolate.
Sarà così che non trascriveremo il corso
di fiumi vivissimi.
Resterò nei cerchi sotto nevi avverse
e abolirò il mare che m’incendia
la matita desolata di questi abissi.

Pubblicato in poesie. 8 Commenti »

Yvan Goll

agenda letteraria Il 27 marzo 1950 – muore a Parigi lo scrittore franco-tedesco Yvan Goll (ps. di Isaac Lang)

Ho avuto sette figli?
Io padre non lo sono più
Sono di nuovo figlio
Con olio e sabbia
E lievito di stella serotina
Cuocio il pane della povertà.
(La rivolta di Giobbe)

Bertolt Brecht


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e
fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e
stetti zitto perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e
fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed
io non dissi niente perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e
non c’era rimasto nessuno a protestare.

Puzzle musicale e luminoso

Attenzione, questo gioco crea dipendenza.
Playauditorium è una meraviglia ibrida che mescola musica e geometria.
Dobbiamo dirigere i flussi luminosi nella giusta direzione, in modo che alimentano gli elementi musicali. Per farlo bisogna usare i cerchi di cui possiamo variare il diametro. La freccia nel centro indica la direzione che il cerchio farà prendere al flusso. Ogni modulo ci fa ascoltare una melodia diversa. Per avanzare nei livelli, dobbiamo riuscire a farli suonare tutti allo stesso tempo.
Ci vuole un pò di pratica ma il risultato è davvero piacevole e intrigante.

Puzzle musicale e luminoso

Attenzione, questo gioco crea dipendenza.
Playauditorium è una meraviglia ibrida che mescola musica e geometria.
Dobbiamo dirigere i flussi luminosi nella giusta direzione, in modo che alimentano gli elementi musicali. Per farlo bisogna usare i cerchi di cui possiamo variare il diametro. La freccia nel centro indica la direzione che il cerchio farà prendere al flusso. Ogni modulo ci fa ascoltare una melodia diversa. Per avanzare nei livelli, dobbiamo riuscire a farli suonare tutti allo stesso tempo.
Ci vuole un pò di pratica ma il risultato è davvero piacevole e intrigante.

Valentine de Saint-Point

agenda letteraria Il 25 marzo 1912 – Valentine de Saint-Point pubblica il “Manifesto della donna futurista”

Invece di ridurre l’uomo
alla schiavitù degli squallidi
bisogni sentimentali,
spingete i vostri figli e i
vostri uomini a superare se
stessi. Voi li avete fatti.
Voi potete tutto su di loro.
All’umanità dovete
degli eroi. Dateglieli.
(Manifesto della donna futurista)

Mahavishnu Orchestra – The Inner Mounting Flame (1972)

In un periodo adolescenziale della mia vita fui folgorato sulla via del jazz rock (e non solo), termine non certamente ortodosso per la critica jazzistica (non me ne voglia l’amico Jazzer).
Fra i tanti musicisti e gruppi in auge in quegli anni, la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin nutriva la mia più sentita ammirazione.

Se Miles Davis inventò il jazz rock sulle onde di “Bitches Brew”, furono i suoi discepoli a dargli ordine e regola, a cominciare da John McLaughlin, che con Hammer e Cobham fondò nel 1971 la Mahavishnu Orchestra.
The Inner Mounting Flame è uno dei capolavori insieme a Birds of Fire (1973) di questo genere sonoro: il jazz rock. Questo primo disco è completamente composto dal giovane trentenne chitarrista, dotato di una tecnica straordinaria affinata nei lunghi anni di apprendistato nella scena jazz blues britannica.


McLaughlin è ispirato dalla filosofia induista di Sri Chinmoy e in “The Inner Mounting Flame” né dà evidente prova, infatti, per lui la musica è solo un mezzo e non un fine. Con le sue corde non vuole suscitare effimere meraviglie ma vuole premere nel profondo dello spirito. L’album è un insieme di mistiche visioni e di furibondi eccessi di energia. I musicisti dialogano fra loro, in maniera naturale senza nessuna forzatura, seguendo una “corrente” jazzistica, che si contrappone a quella più marcata del suono rock, in cui, normalmente, la presenza di uno strumento solista tende a prevaricare sugli altri. McLaughlin non nega la possibilità anzi, spesso sembra voler letteralmente richiedere ad ogni musicista del gruppo di potersi esprimere in maniera autonoma, senza nessuna censura e con la massima libertà. A questo, però, si contrappone al contempo una scelta di suoni e arrangiamenti spesso lontani dal jazz, che rende il gruppo artefice di quello che poi, con il passare degli anni, troverà identità propria in altri generi musicali, più ancora che nel jazz-rock o nella fusion. 4/5

Altro disco interessante è: Love Devotion Surrender (1973) insieme a Carlos Santana, un dei miei dischi preferiti, un disco che è “ode alla chitarra elettrica“, e mai come in questo caso rappresenta uno dei migliori mai suonati nella straordinaria storia del rock.

Mahavishnu Orchestra – The Inner Mounting Flame (1972)

In un periodo adolescenziale della mia vita fui folgorato sulla via del jazz rock (e non solo), termine non certamente ortodosso per la critica jazzistica (non me ne voglia l’amico Jazzer).
Fra i tanti musicisti e gruppi in auge in quegli anni, la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin nutriva la mia più sentita ammirazione.

Se Miles Davis inventò il jazz rock sulle onde di “Bitches Brew”, furono i suoi discepoli a dargli ordine e regola, a cominciare da John McLaughlin, che con Hammer e Cobham fondò nel 1971 la Mahavishnu Orchestra.
The Inner Mounting Flame è uno dei capolavori insieme a Birds of Fire (1973) di questo genere sonoro: il jazz rock. Questo primo disco è completamente composto dal giovane trentenne chitarrista, dotato di una tecnica straordinaria affinata nei lunghi anni di apprendistato nella scena jazz blues britannica.


McLaughlin è ispirato dalla filosofia induista di Sri Chinmoy e in “The Inner Mounting Flame” né dà evidente prova, infatti, per lui la musica è solo un mezzo e non un fine. Con le sue corde non vuole suscitare effimere meraviglie ma vuole premere nel profondo dello spirito. L’album è un insieme di mistiche visioni e di furibondi eccessi di energia. I musicisti dialogano fra loro, in maniera naturale senza nessuna forzatura, seguendo una “corrente” jazzistica, che si contrappone a quella più marcata del suono rock, in cui, normalmente, la presenza di uno strumento solista tende a prevaricare sugli altri. McLaughlin non nega la possibilità anzi, spesso sembra voler letteralmente richiedere ad ogni musicista del gruppo di potersi esprimere in maniera autonoma, senza nessuna censura e con la massima libertà. A questo, però, si contrappone al contempo una scelta di suoni e arrangiamenti spesso lontani dal jazz, che rende il gruppo artefice di quello che poi, con il passare degli anni, troverà identità propria in altri generi musicali, più ancora che nel jazz-rock o nella fusion. 4/5

Altro disco interessante è: Love Devotion Surrender (1973) insieme a Carlos Santana, un dei miei dischi preferiti, un disco che è “ode alla chitarra elettrica“, e mai come in questo caso rappresenta uno dei migliori mai suonati nella straordinaria storia del rock.

Dossier acqua, l’Italia persa tra le bollicine

parole scritte La crisi, certo. La recessione, la depressione, il taglio dl superfluo. Ma c’è almeno un settore che non decresce e anzi va a gonfie vele. È il comparto dell’acqua. Che sia effervescente o naturale, ricca di sodio o con poco magnesio, oligominerale o mineralizzata attraverso brocche o sistemi per potabilizzare quella casalinga, il «prodotto» continua a funzionare. C’è, anzitutto, che gli italiani poco si fidano di quanto arriva dal rubinetto. Temono l’eccesso di calcare, l’inquinamento delle falde acquifere, o semplicemente non ne amano il sapore. Ma c’è anche una condizione psicologica, non trascurabile. Da una parte l’idea che alcune acque in bottiglia possiedano proprietà benefiche acclarate. Dall’altra la sensazione che, anche in tempi di crisi, quello dell’acqua confezionata sia un acquisto plausibile, che non incida oltremodo sul budget familiare ma «faccia bene».

Lo commenta anche il responsabile marketing della San Benedetto che spiega questa passione molto italiana come «un fatto culturale». L’acqua viene considerata a tutti gli effetti un genere alimentare, al pari di pasta o olio. Quindi deve essere di buona qualità. Per risparmiare, poi, ci sono mille sistemi. Dall’approvigionamento direttamente alla fonte ai filtri per pulire l’acqua di casa da qualunque residuo. Sia come sia, non si tratta di un consumo superfluo.
C’è poi una vaga connotazione psicologica: le bollicine «mettono allegria». Proprio così, testuale. Un po’ come succedeva con l’Idrolitina o le altre polverine «magiche» che riempivano le caraffe dell’Italia anni Sessanta. Era bicarbonato di sodio mescolato all’acido malico e tartarico, ma quello della bustina da versare nella bottiglia con tappo ermetico era un rituale gettonatissimo. «Come acqua sorgiva direttamente a casa tua», diceva la pubblicità. Che a tutt’oggi fa massicciamente il suo dovere, imponendo stili di vita, reclutando star di ogni genere per promuovere acque che fanno digerire, che aiutano a dimagrire e a depurarsi. Il concetto «acqua uguale pulizia» è il più semplice da far passare, ma di grandissimo impatto. E funziona. Gli ultimi dati parlano chiaro. Un dossier presentato ieri da Legambiente e Altraeconomia dice che nel 2007 abbiamo consumato la bellezza di 12,4 miliardi di acqua confezionata e che siamo disposti a pagarla mille volte di più di quella che esce dal rubinetto di casa (in media 0,5 millesimi di euro al litro contro i 30/50 centesimi di euro al litro per quella in bottiglia).
Con 196 litri pro capite all’anno, siamo il Paese d’Europa che ne consuma di più. Il terzo al mondo dopo gli Emirati Arabi e il Messico. Un volume d’affari per le aziende del comparto – 192 fonti e 321 marche – che supera i 2,25 miliardi di euro. Le uniche a rimetterci sono Regioni e Province che per i canoni di concessione delle multinazionali dell’acqua prendono cifre irrisorie, regolate in alcuni casi da un Regio decreto del 1927. Funziona così: ci sono regioni, tipo la Puglia, dove ogni ettaro di concessione costa un euro, indipendentemente dal numero di litri imbottigliati. In Veneto, al contrario, tre euro. In Abruzzo la tariffazione è forfettaria, a Bolzano si paga un canone annuo. Una sperequazione.
Legambiente chiede una legge ma soprattutto continua ad invitare gli italiani a usare l’acqua del rubinetto. «Che è di ottima qualità», ribadiscono. E non produce inquinamento né tonnellate di plastica. Un dibattito molto nostrano. A Istanbul il forum internazionale dell’acqua ci consegna dati drammatici: un miliardo di persone nel mondo non dispone di acqua potabile e muore di sete. In Nord Africa e Medio Oriente, a due passi da noi che sguazziamo nelle bollicine.

[fonte]

Dossier acqua, l’Italia persa tra le bollicine

parole scritte La crisi, certo. La recessione, la depressione, il taglio dl superfluo. Ma c’è almeno un settore che non decresce e anzi va a gonfie vele. È il comparto dell’acqua. Che sia effervescente o naturale, ricca di sodio o con poco magnesio, oligominerale o mineralizzata attraverso brocche o sistemi per potabilizzare quella casalinga, il «prodotto» continua a funzionare. C’è, anzitutto, che gli italiani poco si fidano di quanto arriva dal rubinetto. Temono l’eccesso di calcare, l’inquinamento delle falde acquifere, o semplicemente non ne amano il sapore. Ma c’è anche una condizione psicologica, non trascurabile. Da una parte l’idea che alcune acque in bottiglia possiedano proprietà benefiche acclarate. Dall’altra la sensazione che, anche in tempi di crisi, quello dell’acqua confezionata sia un acquisto plausibile, che non incida oltremodo sul budget familiare ma «faccia bene».

Lo commenta anche il responsabile marketing della San Benedetto che spiega questa passione molto italiana come «un fatto culturale». L’acqua viene considerata a tutti gli effetti un genere alimentare, al pari di pasta o olio. Quindi deve essere di buona qualità. Per risparmiare, poi, ci sono mille sistemi. Dall’approvigionamento direttamente alla fonte ai filtri per pulire l’acqua di casa da qualunque residuo. Sia come sia, non si tratta di un consumo superfluo.
C’è poi una vaga connotazione psicologica: le bollicine «mettono allegria». Proprio così, testuale. Un po’ come succedeva con l’Idrolitina o le altre polverine «magiche» che riempivano le caraffe dell’Italia anni Sessanta. Era bicarbonato di sodio mescolato all’acido malico e tartarico, ma quello della bustina da versare nella bottiglia con tappo ermetico era un rituale gettonatissimo. «Come acqua sorgiva direttamente a casa tua», diceva la pubblicità. Che a tutt’oggi fa massicciamente il suo dovere, imponendo stili di vita, reclutando star di ogni genere per promuovere acque che fanno digerire, che aiutano a dimagrire e a depurarsi. Il concetto «acqua uguale pulizia» è il più semplice da far passare, ma di grandissimo impatto. E funziona. Gli ultimi dati parlano chiaro. Un dossier presentato ieri da Legambiente e Altraeconomia dice che nel 2007 abbiamo consumato la bellezza di 12,4 miliardi di acqua confezionata e che siamo disposti a pagarla mille volte di più di quella che esce dal rubinetto di casa (in media 0,5 millesimi di euro al litro contro i 30/50 centesimi di euro al litro per quella in bottiglia).
Con 196 litri pro capite all’anno, siamo il Paese d’Europa che ne consuma di più. Il terzo al mondo dopo gli Emirati Arabi e il Messico. Un volume d’affari per le aziende del comparto – 192 fonti e 321 marche – che supera i 2,25 miliardi di euro. Le uniche a rimetterci sono Regioni e Province che per i canoni di concessione delle multinazionali dell’acqua prendono cifre irrisorie, regolate in alcuni casi da un Regio decreto del 1927. Funziona così: ci sono regioni, tipo la Puglia, dove ogni ettaro di concessione costa un euro, indipendentemente dal numero di litri imbottigliati. In Veneto, al contrario, tre euro. In Abruzzo la tariffazione è forfettaria, a Bolzano si paga un canone annuo. Una sperequazione.
Legambiente chiede una legge ma soprattutto continua ad invitare gli italiani a usare l’acqua del rubinetto. «Che è di ottima qualità», ribadiscono. E non produce inquinamento né tonnellate di plastica. Un dibattito molto nostrano. A Istanbul il forum internazionale dell’acqua ci consegna dati drammatici: un miliardo di persone nel mondo non dispone di acqua potabile e muore di sete. In Nord Africa e Medio Oriente, a due passi da noi che sguazziamo nelle bollicine.

[fonte]

Gianfranco Manfredi – Ma chi ha detto che non c’è?