David Crosby

Ci sono personaggi la cui esistenza si dipana su un canovaccio ricco di svolte, di pieghe improvvise, di parabole inebrianti e di rovinose cadute, di successi fulminei e di paurosi sbandamenti. Il mondo del rock ne è pieno, anche se purtroppo, sovente queste vicende assumono inevitabilmente i contorni mitologici dell’eroe bello e dannato condannato a una morte prematura.
E’ solo per una serie di incredibili scherzi del destino o di karma direbbe un Buddista se oggi David Crosby è ancora qui con noi.
Una vita intensissima, estrema, spesso spericolata, ma che nel corso degli ultimi quattro decenni è stata testimone di pressoché tutti gli eventi chiave della storia del rock. Quasi quarant’anni nel corso dei quali David Crosby è sembrato morire diverse volte, preparando in più d’una circostanza i suoi irriducibili fans alla triste notizia che puntualmente non è arrivata: come un gatto a nove vite.
Musicalmente Crosby ha segnato almeno due decenni con una serie di capolavori culminati con quel “If I Could Only Remember My Name” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”) del 1971 che tutt’oggi rimane come una pietra miliare indiscussa del panorama musicale di quel periodo.


La sua attività musicale inizia nella metà degli anni sessanta con il gruppo dei “The Byrds” con i quali pubblica sette album, senza contare le raccolte e quelli dal vivo. Nel ’69 con Stills e Nash forma l’omonimo gruppo per poi ampliarsi l’anno successivo con l’arrivo di Neil Young. Con questi musicisti a ruota, inciderà poco meno di una ventina di dischi. A cavallo degli anni duemila con Pevar e Raymond pubblicherà una manciata di dischi con la denominazione CPR.
Dal ’71 anno di pubblicazione del sopra detto “If I Could Only Remember My Name” passano diciotto anni prima di ascoltare un altro suo disco. In questi anni Crosby vive di tutto, da malattie a carceri da droghe a separazioni, accumula tanto di quel “curriculum vitae” da poter scrivere un libro. Ma, come sempre ogni volta rinasce e nel 1989 incide “Oh Yes I Can” (“Oh, si che posso”) cioè la risposta al primo disco “If I Could…” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”), il titolo suona come una convincente dichiarazione d’intenti e riporta prepotentemente la figura di Crosby alla ribalta. Il disco suona bene e convince critici e fans non purtroppo come il successivo “Thousand Roads” del ’93 e ancor meno “It’s All Coming Back To Me Now” del ’95.
La musica di David Crosby, dalle prime avventure con i Byrds fino al recente sodalizio con i CPR passando attraverso la leggendaria epopea di Crosby Stills Nash & Young, è stata la colonna sonora di più d’una generazione. La sua vicenda artistica e umana ha spesso assunto contorni leggendari e mitologici e, seppur con le sue mille contraddizioni, Crosby ha sempre avuto un ruolo di primo piano nei momenti cruciali della storia del rock e del costume.
Da portavoce della controcultura hippie, eroe della generazione di Woodstock, superstar degli anni settanta fino alla discesa agli inferi di una tossicodipendenza quasi letale, Crosby si è sempre esposto in prima persona e oggi porta le cicatrici di una vita avventurosa, sempre al di sopra delle righe.
(Grazie a Marco Grompi e al suo libro: David Crosby)

David Crosby

Ci sono personaggi la cui esistenza si dipana su un canovaccio ricco di svolte, di pieghe improvvise, di parabole inebrianti e di rovinose cadute, di successi fulminei e di paurosi sbandamenti. Il mondo del rock ne è pieno, anche se purtroppo, sovente queste vicende assumono inevitabilmente i contorni mitologici dell’eroe bello e dannato condannato a una morte prematura.
E’ solo per una serie di incredibili scherzi del destino o di karma direbbe un Buddista se oggi David Crosby è ancora qui con noi.
Una vita intensissima, estrema, spesso spericolata, ma che nel corso degli ultimi quattro decenni è stata testimone di pressoché tutti gli eventi chiave della storia del rock. Quasi quarant’anni nel corso dei quali David Crosby è sembrato morire diverse volte, preparando in più d’una circostanza i suoi irriducibili fans alla triste notizia che puntualmente non è arrivata: come un gatto a nove vite.
Musicalmente Crosby ha segnato almeno due decenni con una serie di capolavori culminati con quel “If I Could Only Remember My Name” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”) del 1971 che tutt’oggi rimane come una pietra miliare indiscussa del panorama musicale di quel periodo.


La sua attività musicale inizia nella metà degli anni sessanta con il gruppo dei “The Byrds” con i quali pubblica sette album, senza contare le raccolte e quelli dal vivo. Nel ’69 con Stills e Nash forma l’omonimo gruppo per poi ampliarsi l’anno successivo con l’arrivo di Neil Young. Con questi musicisti a ruota, inciderà poco meno di una ventina di dischi. A cavallo degli anni duemila con Pevar e Raymond pubblicherà una manciata di dischi con la denominazione CPR.
Dal ’71 anno di pubblicazione del sopra detto “If I Could Only Remember My Name” passano diciotto anni prima di ascoltare un altro suo disco. In questi anni Crosby vive di tutto, da malattie a carceri da droghe a separazioni, accumula tanto di quel “curriculum vitae” da poter scrivere un libro. Ma, come sempre ogni volta rinasce e nel 1989 incide “Oh Yes I Can” (“Oh, si che posso”) cioè la risposta al primo disco “If I Could…” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”), il titolo suona come una convincente dichiarazione d’intenti e riporta prepotentemente la figura di Crosby alla ribalta. Il disco suona bene e convince critici e fans non purtroppo come il successivo “Thousand Roads” del ’93 e ancor meno “It’s All Coming Back To Me Now” del ’95.
La musica di David Crosby, dalle prime avventure con i Byrds fino al recente sodalizio con i CPR passando attraverso la leggendaria epopea di Crosby Stills Nash & Young, è stata la colonna sonora di più d’una generazione. La sua vicenda artistica e umana ha spesso assunto contorni leggendari e mitologici e, seppur con le sue mille contraddizioni, Crosby ha sempre avuto un ruolo di primo piano nei momenti cruciali della storia del rock e del costume.
Da portavoce della controcultura hippie, eroe della generazione di Woodstock, superstar degli anni settanta fino alla discesa agli inferi di una tossicodipendenza quasi letale, Crosby si è sempre esposto in prima persona e oggi porta le cicatrici di una vita avventurosa, sempre al di sopra delle righe.
(Grazie a Marco Grompi e al suo libro: David Crosby)

R.E.M.

Dopo otto anni di onorata e fortunata carriera a cavallo tra i suoni di certo folk-rock psichedelico e una vena ‘indie’ mutuata da trascorsi live sui palchi del circuito punk, firmarono nel 1988 un contratto miliardario per la realizzazione di ‘Green’, che li portò in breve ad essere la più celebrata band del rock americano, l’unico in grado di rivaleggiare con gli U2 in termini di successo popolare e di carisma, di compiutezza artistica e innovazione, di rapporto con il pubblico e indipendenza creativa. La loro storia inizia nel 1980 ad Athens, Georgia, quando a Peter Buck e Michael Stipe si uniscono Bill Berry e Mike Mills per dar vita a una band che predicava il verbo sonoro della nuova onda in maniera originale, mescolando febbre psichedelica e punk, ma anche qualche ricordo dei Birds e dei Doors. L’esordio discografico è del 1982 con ’Chronic Town’, ma è con ’Murmur’, l’anno seguente, che il mondo si accorge di loro.


Sono una band singolare, nel senso che il loro rapporto con la new wave degli anni ottanta è, per così dire, saltuario, così come la loro vicinanza agli altri movimenti dell’epoca. All’interno della storia del rock, riescono a tenere insieme passato e futuro, sentimento e ragione. Dischi e concerti, anno dopo anno, contribuiscono ad accrescere la fama del gruppo, che nel 1987, con ’Document’, arriva a scalare per la prima volta anche i vertici delle classifiche di vendita, superando il milione di copie.
Nel 1988 la Warner, come detto sopra, mette i R.E.M. sotto contratto, e loro pur abbandonando la musica indipendente non cambiano atteggiamento anzi, ’Green’, il primo disco realizzato per l’industria discografica multinazionale, li confermano ancora una volta coerenti con le proprie idee.
Stipe, Mills, Berry e Buck restano indipendenti dalle mode che pian piano modificano lo scenario musicale americano, restano indipendenti dalle ideologie, legando la vita del gruppo a innumerevoli battaglie di libertà. Negli anni novanta i R.E.M. si trasformano in una band dal successo planetario, e lo fanno con due album: ‘Out of Time’, del 1991 e ‘Automatic for the People’, del 1992, che possono ben essere considerati i loro capolavori, in piena controtendenza rispetto all’ondata grunge e metallica di quegli anni.
Stipe il principale artefice del gruppo, è carico di una vitalità straordinaria, ha un’espressività che non si limita alla voce ma passa attraverso il suo corpo, i gesti, e la presenza sul palco. Stipe vuole essere ‘visto’ perché i R.E.M. credono ancora nella forza del rock e lo dimostrano con i dischi successivi: ’New Adventures in Hi-Fi’, del 1996, ’Up’, del 1998 e ‘Reveal’, del 2001, non fanno che confermare il loro status e la loro libertà creativa, sfuggendo a mode e tendenze. I successivi ‘Around the Sun’, del 2004, e ‘Accelerate’, del 2008, risulteranno al di sotto delle aspettative, ma pur sempre dischi degni di rispetto musicale, quel rispetto che i R.E.M. si sono guadagnati nel corso di questi anni, di quel rispetto che soprattutto loro stessi hanno sempre avuto nei confronti dei loro fan, e del mondo intero.

Discografia

1982 – Chronic Town
1983 – Murmur
1984 – Reckoning
1985 – Fables of the Reconstruction
1986 – Lifes Rich Pageant
1987 – Document
1987 – Dead Letter Office
1988 – Eponymous
1988 – Green
1991 – Out of Time
1991 – The Best of R.E.M.
1992 – Automatic for the People
1994 – Monster
1994 – Singles Collected
1996 – New Adventures in Hi-Fi
1997 – In The Attic
1998 – Up
2001 – Reveal
2003 – In Time: The Best of R.E.M. 1988-2003
2004 – Around the Sun
2006 – And I Feel Fine: The Best of the I.R.S. Years 1982-1987
2007 – R.E.M. Live
2008 – Accelerate

R.E.M.

Dopo otto anni di onorata e fortunata carriera a cavallo tra i suoni di certo folk-rock psichedelico e una vena ‘indie’ mutuata da trascorsi live sui palchi del circuito punk, firmarono nel 1988 un contratto miliardario per la realizzazione di ‘Green’, che li portò in breve ad essere la più celebrata band del rock americano, l’unico in grado di rivaleggiare con gli U2 in termini di successo popolare e di carisma, di compiutezza artistica e innovazione, di rapporto con il pubblico e indipendenza creativa. La loro storia inizia nel 1980 ad Athens, Georgia, quando a Peter Buck e Michael Stipe si uniscono Bill Berry e Mike Mills per dar vita a una band che predicava il verbo sonoro della nuova onda in maniera originale, mescolando febbre psichedelica e punk, ma anche qualche ricordo dei Birds e dei Doors. L’esordio discografico è del 1982 con ’Chronic Town’, ma è con ’Murmur’, l’anno seguente, che il mondo si accorge di loro.


Sono una band singolare, nel senso che il loro rapporto con la new wave degli anni ottanta è, per così dire, saltuario, così come la loro vicinanza agli altri movimenti dell’epoca. All’interno della storia del rock, riescono a tenere insieme passato e futuro, sentimento e ragione. Dischi e concerti, anno dopo anno, contribuiscono ad accrescere la fama del gruppo, che nel 1987, con ’Document’, arriva a scalare per la prima volta anche i vertici delle classifiche di vendita, superando il milione di copie.
Nel 1988 la Warner, come detto sopra, mette i R.E.M. sotto contratto, e loro pur abbandonando la musica indipendente non cambiano atteggiamento anzi, ’Green’, il primo disco realizzato per l’industria discografica multinazionale, li confermano ancora una volta coerenti con le proprie idee.
Stipe, Mills, Berry e Buck restano indipendenti dalle mode che pian piano modificano lo scenario musicale americano, restano indipendenti dalle ideologie, legando la vita del gruppo a innumerevoli battaglie di libertà. Negli anni novanta i R.E.M. si trasformano in una band dal successo planetario, e lo fanno con due album: ‘Out of Time’, del 1991 e ‘Automatic for the People’, del 1992, che possono ben essere considerati i loro capolavori, in piena controtendenza rispetto all’ondata grunge e metallica di quegli anni.
Stipe il principale artefice del gruppo, è carico di una vitalità straordinaria, ha un’espressività che non si limita alla voce ma passa attraverso il suo corpo, i gesti, e la presenza sul palco. Stipe vuole essere ‘visto’ perché i R.E.M. credono ancora nella forza del rock e lo dimostrano con i dischi successivi: ’New Adventures in Hi-Fi’, del 1996, ’Up’, del 1998 e ‘Reveal’, del 2001, non fanno che confermare il loro status e la loro libertà creativa, sfuggendo a mode e tendenze. I successivi ‘Around the Sun’, del 2004, e ‘Accelerate’, del 2008, risulteranno al di sotto delle aspettative, ma pur sempre dischi degni di rispetto musicale, quel rispetto che i R.E.M. si sono guadagnati nel corso di questi anni, di quel rispetto che soprattutto loro stessi hanno sempre avuto nei confronti dei loro fan, e del mondo intero.

Discografia

1982 – Chronic Town
1983 – Murmur
1984 – Reckoning
1985 – Fables of the Reconstruction
1986 – Lifes Rich Pageant
1987 – Document
1987 – Dead Letter Office
1988 – Eponymous
1988 – Green
1991 – Out of Time
1991 – The Best of R.E.M.
1992 – Automatic for the People
1994 – Monster
1994 – Singles Collected
1996 – New Adventures in Hi-Fi
1997 – In The Attic
1998 – Up
2001 – Reveal
2003 – In Time: The Best of R.E.M. 1988-2003
2004 – Around the Sun
2006 – And I Feel Fine: The Best of the I.R.S. Years 1982-1987
2007 – R.E.M. Live
2008 – Accelerate

Lou Reed

All’inizio degli anni settanta, Lou Reed chiude l’avventura con i Velvet Underground e lascia l’America per approdare in Inghilterra, dove stringe un proficuo sodalizio con David Bowie. Il risultato è uno dei dischi più influenti della storia del rock, significamente intitolato “Transformer”, prima consapevole realizzazione di un progetto sospeso tra le due sponde dell’oceano. Il disco è un manifesto dell’ambiguità, un sillabario del lessico del rock “vizioso” che contiene brani destinati a diventare dei classici, come Vicious, Satellite of love, Walk on the Wild Side, Perfect Day, rock affilato e romantico, decadente e perverso, spettacolare e innovativo. In questi brani è racchiusa la poetica di Lou Reed, i versi oscuramente metropolitani, la devianza come forma d’arte, un senso strisciante di perdizione, una malinconica ed eccitante malia da fine del mondo, la confusione tra vita e arte, comunicate con un’elettricità travolgente, anche quando i ritmi si fanno più lenti e la voce si abbassa fino a una minacciosa e spudorata declamazione. 

Era un punto di partenza, ribadito l’anno seguente dalla stratosferica e decadente eleganza di “Berlin”, e da due dischi rock di grandissimo successo come “Rock’ n’ Roll Animal” e “Sally Can’t Dance”, il suo album più venduto, entrambi del 1974. Poi il tuffo nell’avanguardia con “Metal Machine Music”, uno dei suoi lavori più discussi, un viaggio nel rumore, quattro facciate che trasformano la musica in un rombo di tuono, risposta a un alto più sperimentale che Reed non ha mai del tutto abbandonato. “Coney Island Baby” del 1976, riporta Reed ai suoi acuti rock, mentre il seguente “Rock’n’ Roll Heart” non brilla per creatività. “Street Hassle” del 1978 è al contrario un violento ritorno alla poesia dei bassifondi, alla provocante sperimentazione, alle storie che narrano di vite perdute. Il decennio si chiude con un gioiello live, “Take Non Prisoner” che lo mette in perfetta sintonia con la generazione dei “punksters”, un disco dove, come sottolineano E. Gentile e A. Tonti nel loro “Dizionario del rock”, “Lou Reed non canta ma sputa le parole come se fosse un Lenny Bruce dei bassifondi”. Gli anni Ottanta non lo vedranno più così sporco e cattivo. Reed sarà sempre meno interessato al rock, preferendo le performance alla canzone. “Legendary Hearts” del 1983, e il bellissimo “New York del 1989 saranno i suoi lavori migliori di un decennio mediocre, presagio degli anni Novanta, che vedranno lavori come “Song for Drella”, realizzato nel 1990 insieme a John cale, e “Magic and Loss”, del 1992, che hanno indirizzato l’evoluzione musicale di Reed verso un sonwriting più scuro e personale.
Tutti i dischi successivamente pubblicati da Reed e quindi: “Set Twilight” (1996), “Ecstasy” (2000), “The Raven” (2003), “Hudson River Wind Meditation” (2007) e “Lou Reed Metal Machine Trio” (2008), non saranno più degni di particolare attenzione. Il cantante, il musicista che ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica rock, ha deposto l’ascia e si gode la pensione, come è giusto sia.

Lou Reed

All’inizio degli anni settanta, Lou Reed chiude l’avventura con i Velvet Underground e lascia l’America per approdare in Inghilterra, dove stringe un proficuo sodalizio con David Bowie. Il risultato è uno dei dischi più influenti della storia del rock, significamente intitolato “Transformer”, prima consapevole realizzazione di un progetto sospeso tra le due sponde dell’oceano. Il disco è un manifesto dell’ambiguità, un sillabario del lessico del rock “vizioso” che contiene brani destinati a diventare dei classici, come Vicious, Satellite of love, Walk on the Wild Side, Perfect Day, rock affilato e romantico, decadente e perverso, spettacolare e innovativo. In questi brani è racchiusa la poetica di Lou Reed, i versi oscuramente metropolitani, la devianza come forma d’arte, un senso strisciante di perdizione, una malinconica ed eccitante malia da fine del mondo, la confusione tra vita e arte, comunicate con un’elettricità travolgente, anche quando i ritmi si fanno più lenti e la voce si abbassa fino a una minacciosa e spudorata declamazione. 

Era un punto di partenza, ribadito l’anno seguente dalla stratosferica e decadente eleganza di “Berlin”, e da due dischi rock di grandissimo successo come “Rock’ n’ Roll Animal” e “Sally Can’t Dance”, il suo album più venduto, entrambi del 1974. Poi il tuffo nell’avanguardia con “Metal Machine Music”, uno dei suoi lavori più discussi, un viaggio nel rumore, quattro facciate che trasformano la musica in un rombo di tuono, risposta a un alto più sperimentale che Reed non ha mai del tutto abbandonato. “Coney Island Baby” del 1976, riporta Reed ai suoi acuti rock, mentre il seguente “Rock’n’ Roll Heart” non brilla per creatività. “Street Hassle” del 1978 è al contrario un violento ritorno alla poesia dei bassifondi, alla provocante sperimentazione, alle storie che narrano di vite perdute. Il decennio si chiude con un gioiello live, “Take Non Prisoner” che lo mette in perfetta sintonia con la generazione dei “punksters”, un disco dove, come sottolineano E. Gentile e A. Tonti nel loro “Dizionario del rock”, “Lou Reed non canta ma sputa le parole come se fosse un Lenny Bruce dei bassifondi”. Gli anni Ottanta non lo vedranno più così sporco e cattivo. Reed sarà sempre meno interessato al rock, preferendo le performance alla canzone. “Legendary Hearts” del 1983, e il bellissimo “New York del 1989 saranno i suoi lavori migliori di un decennio mediocre, presagio degli anni Novanta, che vedranno lavori come “Song for Drella”, realizzato nel 1990 insieme a John cale, e “Magic and Loss”, del 1992, che hanno indirizzato l’evoluzione musicale di Reed verso un sonwriting più scuro e personale.
Tutti i dischi successivamente pubblicati da Reed e quindi: “Set Twilight” (1996), “Ecstasy” (2000), “The Raven” (2003), “Hudson River Wind Meditation” (2007) e “Lou Reed Metal Machine Trio” (2008), non saranno più degni di particolare attenzione. Il cantante, il musicista che ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica rock, ha deposto l’ascia e si gode la pensione, come è giusto sia.

Jeff Buckley

E’ probabilmente il più apprezzato e amato dei cantautori degli anni Novanta, figlio del leggendario Tim Buckley, anche lui tragicamente scomparso in giovane età. Jeff aveva un modo creativo di affrontare la canzone. Affascinato in egual modo dai Led Zeppelin come dal garage rock, dal punk e dalla disco, riusciva a essere un interprete romantico anche quando la progressione musicale era devastata dal suono di una chitarra elettrica distorta.
Era bello, giovane e forte di un album,
Grace, del 1994, di cui tutti dissero un gran bene, sia la stampa specializzata sia quella istituzionale. E’ morto nel maggio del 1997 in circostanze mai chiarite fino in fondo.
C’era abbastanza materia emotiva per fare di Jeff Buckley un eroe “guevariano” agli occhi dei ragazzi e delle ragazze che seguono le cose del rock, e altrettanta per imbastire una speculazione discografica, visto il grande bagaglio di registrazioni postume che si sono riversate nel corso degli anni sui fan. Buckley era riuscito fino ad allora a seguire degnamente le orme del padre, distaccandosene in termini stilistici ma facendone rivivere la materia poetica. Autore e interprete sensibile e originale, ha segnato in maniera forte, con la sua breve ma intensa carriera, la produzione dei cantautori degli anni Novanta.

Jeff Buckley

E’ probabilmente il più apprezzato e amato dei cantautori degli anni Novanta, figlio del leggendario Tim Buckley, anche lui tragicamente scomparso in giovane età. Jeff aveva un modo creativo di affrontare la canzone. Affascinato in egual modo dai Led Zeppelin come dal garage rock, dal punk e dalla disco, riusciva a essere un interprete romantico anche quando la progressione musicale era devastata dal suono di una chitarra elettrica distorta.
Era bello, giovane e forte di un album,
Grace, del 1994, di cui tutti dissero un gran bene, sia la stampa specializzata sia quella istituzionale. E’ morto nel maggio del 1997 in circostanze mai chiarite fino in fondo.
C’era abbastanza materia emotiva per fare di Jeff Buckley un eroe “guevariano” agli occhi dei ragazzi e delle ragazze che seguono le cose del rock, e altrettanta per imbastire una speculazione discografica, visto il grande bagaglio di registrazioni postume che si sono riversate nel corso degli anni sui fan. Buckley era riuscito fino ad allora a seguire degnamente le orme del padre, distaccandosene in termini stilistici ma facendone rivivere la materia poetica. Autore e interprete sensibile e originale, ha segnato in maniera forte, con la sua breve ma intensa carriera, la produzione dei cantautori degli anni Novanta.

Talking Heads

La chiamano new wave, nuova onda, ma non si sa bene di cosa. Dovrebbe essere rock, ma la gran parte delle formazioni che la praticano con il rock ha poco a che vedere. Si tratta di una nuova musica, sotto ogni punto di vista. C’è un pugno di musicisti, tra l’Inghilterra e l’America, che si mette al lavoro sull’ipotesi di un nuovo ordine del suono. Tra questi c’è un gruppo americano che fonde le esperienze di tutti in un nuovo esaltante progetto musicale, i Talking Heads di David Byrne. Inglese di nascita ma americano di formazione, leader della band, Byrne intuisce per primo il futuro cosmopolita della nuova ondata musicale che sta scuotendo le coscienze di mezzo mondo.

Il loro album d’esordio, 77, è un rock modernista e spigoloso in cui si riscontrano molte analogie con il punk, Byrne ha probabilmente solo una vaga idea della direzione che quella musica prenderà nei quattro anni a seguire. Dal look “normale”, Byrne, ma con facile inclinazione alla lucida follia, canta il brano più famoso dell’epoca, Psycho Killer, che fa da traino al loro primo album, intitolato semplicemente 77. Si tratta di un disco essenziale, diretto, privo di inutili fronzoli ma ricco di fascino, un album nel quale si butta gioiosamente a mare tutta la musica degli anni Settanta, per ricominciare da capo.
Dopo il loro primo album, ancora figlio degli anni Settanta, fin dal titolo, il loro secondo disco, complice Brian Eno, all’epoca predicatore, con altri, della morte del rock, le loro canzoni prendono forme differenti, si staccano dagli stili classici per sondare strade nuove. Con
More Songs about Buildings and Food, del 1978, i Talking Heads inaugurano la splendida collaborazione con Eno e iniziano la propria ricerca musicale tra modernità e radici nere. Ed è l’Africa la terra della nuova nascita. Non è solo rock, insomma, ma è anche pop, blues, musica di ogni genere e colore, quella che gli Heads sembrano inseguire anche nell’album seguente, il bellissimo Fear of Music, del 1979, dove a fianco delle sonorità elettroniche trova sempre maggior spazio l’influenza di quelle africane. Ma il vero capolavoro è il disco che inaugura, con una sorta di grande affresco multiculturale, gli anni Ottanta: Remain in Light. La collaborazione tra Brian Eno e David Byrne dipinge uno scenario che, come si diceva all’epoca, si muove tra metropoli e deserto. Il funk, l’elettronica, l’Africa, il rock, la new wave, tutto si mescola in un album che è fuori dai generi e dalle categorie abituali, dove avanguardia e godibilità si fondono gioiosamente.
Dopo questo capitolo musicale, Eno abbandona la collaborazione e a margine, con Byrne, realizzano lo straordinario
My Life in the Bush of Ghosts, probabilmente l’album che ha maggiormente influenzato lo sviluppo della musica degli anni ottanta.
La tappa seguente è quella di
Speaking in Tongues, del 1983, un disco pop perfetto, mescolato di funk e canzone, un disco che riesce a essere al tempo stesso leggero e geniale. Contemporaneamente realizzano Stop Making Sense, un lungometraggio dal vivo, che racchiude bene lo spirito della band, la sua originalità. Il disco successivo, Little Creatures del 1985, non riesce a colpire né entusiasmare frutto di pochissima ispirazione. L’ultimo capitolo discografico dei Talking Heads è del 1988, Naked, un disco che cerca di racchiudere in maniera intelligente tutte le diverse anime musicali del gruppo, mettendo insieme, come nel caso di Remain in Light, musicalità rock, elementi africani, latinoamericani, pop, canzone, in una colorata sarabanda. Dopo, ci sarà solo Sax and Violins, un brano pubblicato nel 1991, per la colonna sonora del film di Wim Wenders, “Fino alla fine del mondo.”

Se c’è stato un gruppo che meglio ha rappresentato l’elitè del rock degli anni Ottanta sono stati proprio i Talking Heads. Creativi, eclettici, guidati dalla personalità affascinante e curiosa di David Byrne, gli Heads hanno provveduto, con un’estetica inizialmente in tutto figlia del punk, ad abbattere e rifondare il concetto stesso di rock. Non sono stati un gruppo rock nel senso pieno del termine, o almeno, non lo sono stati secondo le regole in vigore fino all’evento del punk. Grandi.

Talking Heads

La chiamano new wave, nuova onda, ma non si sa bene di cosa. Dovrebbe essere rock, ma la gran parte delle formazioni che la praticano con il rock ha poco a che vedere. Si tratta di una nuova musica, sotto ogni punto di vista. C’è un pugno di musicisti, tra l’Inghilterra e l’America, che si mette al lavoro sull’ipotesi di un nuovo ordine del suono. Tra questi c’è un gruppo americano che fonde le esperienze di tutti in un nuovo esaltante progetto musicale, i Talking Heads di David Byrne. Inglese di nascita ma americano di formazione, leader della band, Byrne intuisce per primo il futuro cosmopolita della nuova ondata musicale che sta scuotendo le coscienze di mezzo mondo.

Il loro album d’esordio, 77, è un rock modernista e spigoloso in cui si riscontrano molte analogie con il punk, Byrne ha probabilmente solo una vaga idea della direzione che quella musica prenderà nei quattro anni a seguire. Dal look “normale”, Byrne, ma con facile inclinazione alla lucida follia, canta il brano più famoso dell’epoca, Psycho Killer, che fa da traino al loro primo album, intitolato semplicemente 77. Si tratta di un disco essenziale, diretto, privo di inutili fronzoli ma ricco di fascino, un album nel quale si butta gioiosamente a mare tutta la musica degli anni Settanta, per ricominciare da capo.
Dopo il loro primo album, ancora figlio degli anni Settanta, fin dal titolo, il loro secondo disco, complice Brian Eno, all’epoca predicatore, con altri, della morte del rock, le loro canzoni prendono forme differenti, si staccano dagli stili classici per sondare strade nuove. Con
More Songs about Buildings and Food, del 1978, i Talking Heads inaugurano la splendida collaborazione con Eno e iniziano la propria ricerca musicale tra modernità e radici nere. Ed è l’Africa la terra della nuova nascita. Non è solo rock, insomma, ma è anche pop, blues, musica di ogni genere e colore, quella che gli Heads sembrano inseguire anche nell’album seguente, il bellissimo Fear of Music, del 1979, dove a fianco delle sonorità elettroniche trova sempre maggior spazio l’influenza di quelle africane. Ma il vero capolavoro è il disco che inaugura, con una sorta di grande affresco multiculturale, gli anni Ottanta: Remain in Light. La collaborazione tra Brian Eno e David Byrne dipinge uno scenario che, come si diceva all’epoca, si muove tra metropoli e deserto. Il funk, l’elettronica, l’Africa, il rock, la new wave, tutto si mescola in un album che è fuori dai generi e dalle categorie abituali, dove avanguardia e godibilità si fondono gioiosamente.
Dopo questo capitolo musicale, Eno abbandona la collaborazione e a margine, con Byrne, realizzano lo straordinario
My Life in the Bush of Ghosts, probabilmente l’album che ha maggiormente influenzato lo sviluppo della musica degli anni ottanta.
La tappa seguente è quella di
Speaking in Tongues, del 1983, un disco pop perfetto, mescolato di funk e canzone, un disco che riesce a essere al tempo stesso leggero e geniale. Contemporaneamente realizzano Stop Making Sense, un lungometraggio dal vivo, che racchiude bene lo spirito della band, la sua originalità. Il disco successivo, Little Creatures del 1985, non riesce a colpire né entusiasmare frutto di pochissima ispirazione. L’ultimo capitolo discografico dei Talking Heads è del 1988, Naked, un disco che cerca di racchiudere in maniera intelligente tutte le diverse anime musicali del gruppo, mettendo insieme, come nel caso di Remain in Light, musicalità rock, elementi africani, latinoamericani, pop, canzone, in una colorata sarabanda. Dopo, ci sarà solo Sax and Violins, un brano pubblicato nel 1991, per la colonna sonora del film di Wim Wenders, “Fino alla fine del mondo.”

Se c’è stato un gruppo che meglio ha rappresentato l’elitè del rock degli anni Ottanta sono stati proprio i Talking Heads. Creativi, eclettici, guidati dalla personalità affascinante e curiosa di David Byrne, gli Heads hanno provveduto, con un’estetica inizialmente in tutto figlia del punk, ad abbattere e rifondare il concetto stesso di rock. Non sono stati un gruppo rock nel senso pieno del termine, o almeno, non lo sono stati secondo le regole in vigore fino all’evento del punk. Grandi.

Patti Smith

Nel 1975 Patti Smith pubblicò Horses, il suo primo album, inaugurando una nuova stagione del rock americano. L’area intellettuale newyorchese, affidò a lei il compito di legare nuovamente arte e rock, poesia e cinema, letteratura e musica. Nel 1974 diede vita al Patti Smith Group, con Lenny Kaye, facendo produrre, non casualmente, il primo disco da John Cale dei Velvet Underground e proclamando la propria continuità con la musica e l’impegno degli MC5. E’ lei a incarnare, prima con Radio Ethiopia (1976) e poi, ancora di più, con Easter (1978), i sogni e la rabbia della nuova generazione.

Patti Smith canta il rock come se fosse una poesia o una preghiera, urla la sua passione sostenuta da una band elettrica e grintosa, che mescola Rimbaud e Hendrix, anarchia e amore, lo Springsteen di Because the Night e il Van Morrison di Gloria. A ben guardare, non è punk in nessun senso, ma allo stesso tempo del punk cattura lo spirito e l’anima, con una personalità e una musica che, a differenza del punk vero e proprio, riescono a parlare a una generazione intera, a un pubblico numerosissimo e variegato. Tra il 1977 e il 1979 è lei a rappresentare i rock ai massimi livelli. Con il disco seguente, Wave, del 1979, si conclude la sua prima fase artistica: Patti Smith saluta il pubblico e abbandona completamente le scene. Ritornerà quasi dieci anni dopo, urlando che; “il popolo ha il potere” inserita nel disco Dream of Life (1988). Altra seconda lunga pausa prima di vedere alla luce Gone Again (1996) disco dedicato alla memoria di suo fratello e di suo marito (Fred “Sonic” Smith). Come già il disco precedente la Smith fa vivere nel disco i fantasmi del suo passato, ogni brano fa venire in mente uno già sentito. Con il successivo Peace And Noise (1997) finito il lutto, si butta a capofitto nel panorama sociopolitico dell’America di oggi, musicalmente però non crea certamente vibrazioni intense. Continua il declino con Gung Ho (2000) un disco che rappresenta semplicemente un altro approdo all’invecchiamento di Patti Smith. Land (1975-2002) (2002) è una raccolta in doppio cd, che include anche alcune tracce rare, non pubblicate o dal vivo. Trampin’ (2004) è disco accademico, un quasi autocelebrarsi, la Smith interpreta alcuni dei suoi brani classici, e inserendo due tracce molto lunghe, il sermone rivoluzionario Gandhi (nove minuti) e la declamazione contro la guerra Radio Baghdad (dodici minuti), nel complesso l’album ha un buon carisma ma non riesce a prendere la completa sufficienza. Twelve (2007) è l’ultimo disco inciso dalla Smith ed è una collezione di cover.

Il sitoPatti Smith ItaliaWikipedia

Patti Smith

Nel 1975 Patti Smith pubblicò Horses, il suo primo album, inaugurando una nuova stagione del rock americano. L’area intellettuale newyorchese, affidò a lei il compito di legare nuovamente arte e rock, poesia e cinema, letteratura e musica. Nel 
1974 diede vita al Patti Smith Group, con Lenny Kaye, facendo produrre, non casualmente, il primo disco da John Cale dei Velvet Underground e proclamando la propria continuità con la musica e l’impegno degli MC5. E’ lei a incarnare, prima con Radio Ethiopia (1976) e poi, ancora di più, con Easter (1978), i sogni e la rabbia della nuova generazione.

Patti Smith canta il rock come se fosse una poesia o una preghiera, urla la sua passione sostenuta da una band elettrica e grintosa, che mescola Rimbaud e Hendrix, anarchia e amore, lo Springsteen di Because the Night e il Van Morrison di Gloria. A ben guardare, non è punk in nessun senso, ma allo stesso tempo del punk cattura lo spirito e l’anima, con una personalità e una musica che, a differenza del punk vero e proprio, riescono a parlare a una generazione intera, a un pubblico numerosissimo e variegato. Tra il 1977 e il 1979 è lei a rappresentare i rock ai massimi livelli. Con il disco seguente, Wave, del 1979, si conclude la sua prima fase artistica: Patti Smith saluta il pubblico e abbandona completamente le scene. Ritornerà quasi dieci anni dopo, urlando che; “il popolo ha il potere” inserita nel disco Dream of Life (1988). Altra seconda lunga pausa prima di vedere alla luce Gone Again (1996) disco dedicato alla memoria di suo fratello e di suo marito (Fred “Sonic” Smith). Come già il disco precedente la Smith fa vivere nel disco i fantasmi del suo passato, ogni brano fa venire in mente uno già sentito. Con il successivo Peace And Noise (1997) finito il lutto, si butta a capofitto nel panorama sociopolitico dell’America di oggi, musicalmente però non crea certamente vibrazioni intense. Continua il declino con Gung Ho (2000) un disco che rappresenta semplicemente un altro approdo all’invecchiamento di Patti Smith. Land (1975-2002) (2002) è una raccolta in doppio cd, che include anche alcune tracce rare, non pubblicate o dal vivo. Trampin’ (2004) è disco accademico, un quasi autocelebrarsi, la Smith interpreta alcuni dei suoi brani classici, e inserendo due tracce molto lunghe, il sermone rivoluzionario Gandhi (nove minuti) e la declamazione contro la guerra Radio Baghdad (dodici minuti), nel complesso l’album ha un buon carisma ma non riesce a prendere la completa sufficienza. Twelve (2007) è l’ultimo disco inciso dalla Smith ed è una collezione di cover.

Il sitoPatti Smith ItaliaWikipedia

Patti Smith

Nel 1975 Patti Smith pubblicò Horses, il suo primo album, inaugurando una nuova stagione del rock americano. L’area intellettuale newyorchese, affidò a lei il compito di legare nuovamente arte e rock, poesia e cinema, letteratura e musica. Nel 
1974 diede vita al Patti Smith Group, con Lenny Kaye, facendo produrre, non casualmente, il primo disco da John Cale dei Velvet Underground e proclamando la propria continuità con la musica e l’impegno degli MC5. E’ lei a incarnare, prima con Radio Ethiopia (1976) e poi, ancora di più, con Easter (1978), i sogni e la rabbia della nuova generazione.

Patti Smith canta il rock come se fosse una poesia o una preghiera, urla la sua passione sostenuta da una band elettrica e grintosa, che mescola Rimbaud e Hendrix, anarchia e amore, lo Springsteen di Because the Night e il Van Morrison di Gloria. A ben guardare, non è punk in nessun senso, ma allo stesso tempo del punk cattura lo spirito e l’anima, con una personalità e una musica che, a differenza del punk vero e proprio, riescono a parlare a una generazione intera, a un pubblico numerosissimo e variegato. Tra il 1977 e il 1979 è lei a rappresentare i rock ai massimi livelli. Con il disco seguente, Wave, del 1979, si conclude la sua prima fase artistica: Patti Smith saluta il pubblico e abbandona completamente le scene. Ritornerà quasi dieci anni dopo, urlando che; “il popolo ha il potere” inserita nel disco Dream of Life (1988). Altra seconda lunga pausa prima di vedere alla luce Gone Again (1996) disco dedicato alla memoria di suo fratello e di suo marito (Fred “Sonic” Smith). Come già il disco precedente la Smith fa vivere nel disco i fantasmi del suo passato, ogni brano fa venire in mente uno già sentito. Con il successivo Peace And Noise (1997) finito il lutto, si butta a capofitto nel panorama sociopolitico dell’America di oggi, musicalmente però non crea certamente vibrazioni intense. Continua il declino con Gung Ho (2000) un disco che rappresenta semplicemente un altro approdo all’invecchiamento di Patti Smith. Land (1975-2002) (2002) è una raccolta in doppio cd, che include anche alcune tracce rare, non pubblicate o dal vivo. Trampin’ (2004) è disco accademico, un quasi autocelebrarsi, la Smith interpreta alcuni dei suoi brani classici, e inserendo due tracce molto lunghe, il sermone rivoluzionario Gandhi (nove minuti) e la declamazione contro la guerra Radio Baghdad (dodici minuti), nel complesso l’album ha un buon carisma ma non riesce a prendere la completa sufficienza. Twelve (2007) è l’ultimo disco inciso dalla Smith ed è una collezione di cover.

Il sitoPatti Smith ItaliaWikipedia

The Band & Robbie Robertson

The Band – Una sola formazione merita l’appellativo di “band più importante della musica americana degli anni Settanta” ed è stata quella di R. Robertson, R. Danko, L. Helm, G. Hudson e R. Manuel, ovvero la Band, il massimo riconoscimento al più nobile artigianato della musica. Tra il 1958 e il 1963 la Band entrò nella storia del rock suonando alle spalle di un Bob Dylan alla ricerca dell’elettricità.
La Band arrivava da un repertorio forte, ballabile e nero. Dylan portava con sè il proprio repertorio folk e country: l’insieme fu straordinario, dal vivo come in studio (basta riascoltare i Basement Tapes). Prima di Dylan i musicisti del gruppo non componevano le proprie canzoni, dopo l’incontro con il folksinger Manuel, Robertson e Danko iniziarono a mettere mano alle composizioni con risultati eccellenti. E’ con “Music from Big Pink”, del 1968, che la band mostra davvero se stessa al mondo. Il gruppo cantava e suonava come cinque distinte individualità che lavoravano insieme per lo stesso obbiettivo. C’era un suono collettivo ma era fatto da cinque persone differenti, da cinque voci e strumenti che mescolavano insieme folk, blues, gospel, r’n’b, classica e rock’n’roll. Era la musica americana, la storia della musica popolare americana, che veniva celebrata nella maniera più moderna e straordinaria da un gruppo di canadesi (tranne L. Helm) che sembravano conoscere gli Stati Uniti e la loro musica meglio di chiunque altro. Il secondo album, “The Band” del 1969, mostrò una formazione che era riuscita ad affinare ulteriormente le proprie doti compositive; “Stage Fright” del 1970, aggiunse alla già ricca poetica del gruppo il fascino del rock vissuto “on the road”. Gli anni dal 1971 al 1975 li vedono tornare in studio per “Cahoots” (1971), non particolarmente brillante, per un live, “Rock of Ages” (1972) e per una collezione di standard degli anni cinquanta “Moondog Matinee” (1973).
Ma è con Dylan che la Band tocca i suoi vertici, in “Planet Waves” del 1974 e nel travolgente “Before the Flood” del 1975, che i musicisti della Band segneranno con le proprie canzoni e con le proprie performance, sia da soli sia con Dylan, anzi, più da soli che con Dylan, una delle più belle stagioni della musica americana. Con lo straordinario “The Last Waltz” del 1978, firmato da Martin Scorsese, realizzeranno il più bell’epitaffio della loro straordinaria storia musicale.


Robbie Robertson
– Dallo scioglimento della band nel 1976, R.R. scelse di allontanarsi dalla canzone e iniziare una collaborazionecon Martin Scorsese che lo porterà, negli anni Ottanta, a firmare le colonne sonore di “Raging Bull”, “The King of Comedy” e “The Color of Money” (rispettivamente, “Toro Scatenato”, Re per una Notte” e “Il Colore dei Soldi”. Ma il cinema, nonostante il successo, non era abbastanza. Il ritorno alla canzone, anzi l’esordio come solista, arrivò nel 1987 con la pubblicazione del primo disco “Robbie Robertson”, realizzato con la collaborazione dei vecchi amici Rick Danko e Garth Hudson, ma soprattutto di Daniel Lanois e Peter Gabriel, un album essenziale per comprendere come la canzone americana degli anni Ottanta fosse uno straordinario crogiuolo di esperimenti, commistioni, rimescolamenti. Il disco di Robertson (seguito nel 1991, da “Storyville”, dedicato alla musica di New Orleans e, nel 1994, da “Music for the Native Americans”, un progetto teso al recupero delle sue radici indiane) fu uno dei migliori esempi del rinnovamento del rock, un esperimento riuscito di fusione tra l’eredità degli anni Settanta e le nuove sensibilità della musica nata dopo l’esplosione del punk. Per la prima volta, soprattutto, il rock degli States dedicava in maniera compiuta le proprie energie creative al recupero della musica indiana, l’unica a essere totalmente ignorata dal “melting pop” americano, in conseguenza di un atavico e poco elaborato senso di colpa nei confronti dello sterminio dei primi, originari, abitanti del Nuovo Mondo.

The Band & Robbie Robertson

The Band – Una sola formazione merita l’appellativo di “band più importante della musica americana degli anni Settanta” ed è stata quella di R. Robertson, R. Danko, L. Helm, G. Hudson e R. Manuel, ovvero la Band, il massimo riconoscimento al più nobile artigianato della musica. Tra il 1958 e il 1963 la Band entrò nella storia del rock suonando alle spalle di un Bob Dylan alla ricerca dell’elettricità.
La Band arrivava da un repertorio forte, ballabile e nero. Dylan portava con sè il proprio repertorio folk e country: l’insieme fu straordinario, dal vivo come in studio (basta riascoltare i Basement Tapes). Prima di Dylan i musicisti del gruppo non componevano le proprie canzoni, dopo l’incontro con il folksinger Manuel, Robertson e Danko iniziarono a mettere mano alle composizioni con risultati eccellenti. E’ con “Music from Big Pink”, del 1968, che la band mostra davvero se stessa al mondo. Il gruppo cantava e suonava come cinque distinte individualità che lavoravano insieme per lo stesso obbiettivo. C’era un suono collettivo ma era fatto da cinque persone differenti, da cinque voci e strumenti che mescolavano insieme folk, blues, gospel, r’n’b, classica e rock’n’roll. Era la musica americana, la storia della musica popolare americana, che veniva celebrata nella maniera più moderna e straordinaria da un gruppo di canadesi (tranne L. Helm) che sembravano conoscere gli Stati Uniti e la loro musica meglio di chiunque altro. Il secondo album, “The Band” del 1969, mostrò una formazione che era riuscita ad affinare ulteriormente le proprie doti compositive; “Stage Fright” del 1970, aggiunse alla già ricca poetica del gruppo il fascino del rock vissuto “on the road”. Gli anni dal 1971 al 1975 li vedono tornare in studio per “Cahoots” (1971), non particolarmente brillante, per un live, “Rock of Ages” (1972) e per una collezione di standard degli anni cinquanta “Moondog Matinee” (1973).
Ma è con Dylan che la Band tocca i suoi vertici, in “Planet Waves” del 1974 e nel travolgente “Before the Flood” del 1975, che i musicisti della Band segneranno con le proprie canzoni e con le proprie performance, sia da soli sia con Dylan, anzi, più da soli che con Dylan, una delle più belle stagioni della musica americana. Con lo straordinario “The Last Waltz” del 1978, firmato da Martin Scorsese, realizzeranno il più bell’epitaffio della loro straordinaria storia musicale.


Robbie Robertson
– Dallo scioglimento della band nel 1976, R.R. scelse di allontanarsi dalla canzone e iniziare una collaborazionecon Martin Scorsese che lo porterà, negli anni Ottanta, a firmare le colonne sonore di “Raging Bull”, “The King of Comedy” e “The Color of Money” (rispettivamente, “Toro Scatenato”, Re per una Notte” e “Il Colore dei Soldi”. Ma il cinema, nonostante il successo, non era abbastanza. Il ritorno alla canzone, anzi l’esordio come solista, arrivò nel 1987 con la pubblicazione del primo disco “Robbie Robertson”, realizzato con la collaborazione dei vecchi amici Rick Danko e Garth Hudson, ma soprattutto di Daniel Lanois e Peter Gabriel, un album essenziale per comprendere come la canzone americana degli anni Ottanta fosse uno straordinario crogiuolo di esperimenti, commistioni, rimescolamenti. Il disco di Robertson (seguito nel 1991, da “Storyville”, dedicato alla musica di New Orleans e, nel 1994, da “Music for the Native Americans”, un progetto teso al recupero delle sue radici indiane) fu uno dei migliori esempi del rinnovamento del rock, un esperimento riuscito di fusione tra l’eredità degli anni Settanta e le nuove sensibilità della musica nata dopo l’esplosione del punk. Per la prima volta, soprattutto, il rock degli States dedicava in maniera compiuta le proprie energie creative al recupero della musica indiana, l’unica a essere totalmente ignorata dal “melting pop” americano, in conseguenza di un atavico e poco elaborato senso di colpa nei confronti dello sterminio dei primi, originari, abitanti del Nuovo Mondo.