Willy De Ville – Pistola (2008)

In trenta anni di carriera, Willy De Ville ha inciso 15 album (antologie escluse), e dopo quattro anni da “Crow Jane Alley” incide questo lavoro “Pistola” (chissà perché in italiano) confermando ancora una volta il suo personale stile musicale.
L’album anche se con qualche discontinuità, e quindi imperfetto, conserva lo spirito del musicista misterioso, enigmatico e sorprendente.
De Ville, pirata metropolitano non solo nella fisicità ma soprattutto nella sua musica, “rapisce” i generi più diversi che sono il blues, il rhythm & blues, il cajun, il rock’n ‘roll e li mischia allo stesso tempo con il soul e il sound gitano, sonorità che indiscutibilmente gli appartengono e che sono diventate il suo marchio di fabbrica.
I dieci brani che compongono l’album anche se tra loro eterogenei, sono legati da un filo conduttore che è: la sua profonda voce e l’ arrangiamento geniale, entrambi dimostrazione della sua grande personalità.
Willy a cinquantasette anni continua a fare grande musica e anche se non raggiunge gli alti livelli sonori di “Backstreet of Desire” (1993) e di
“Miracle” (1987), riesce comunque a inventarsi grandi ballate, a rileggere classici brani del passato, a fare un bel disco di rock e blues, musica latina e gospel, sempre creativo e originale.
3,5/5

Top Ten 2007

Come è consuetudine, ecco la mia top ten musicale per questo 2007. E’ stato un anno molto proficuo, proprio per questo oltre ai primi dieci, ne ho aggiunti altri cinque che, non essendo da meno, li ho inseriti “outside ranking“.
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Lucinda Williams – West - – Settanta minuti su settanta senza nessuna caduta, la Williams ha fatto tredici! Tredici pezzi uno più bello dell’altro, senza noia, senza discontinuità. Un disco suggestivo, profondo. Un susseguirsi di grandi ballate cariche di grandi emozioni, di grande musica. 4,5/5 (leggi recensione)
Mavis StaplesWell never turn back – E’ un doppio filo quello che percorre questo ottimo disco. Il primo è quello di Mavis Staples: il gospel, il soul, la lotta, Dr. King (Martin Luther King) e la sua splendida voce. Il secondo è quello di Ry Cooder: la produzione, il suo talento, la sua musica e il suo essere straordinario. L’unione di questi due “fili” che tra loro si intrecciano, come la trama e l’ordito, formano un tappeto sonoro unico e inimitabile. Questo “tappeto sonoro” provoca e trasmette dei segnali che vanno a stimolare anche quelle “zone” più latenti del nostro cervello, creando così nuove sensazioni, nuove emozioni, che credevamo perdute. 4,5/5 (leggi recensione)
Eddie VedderInto the wild – Primo album solista per Eddie Vedder, cantante e leader dei Pearl Jam. A differenza dei dischi dei P.J., Eddie in questo disco è assai più acustico. Il disco non manca di energia e di vitalità, anzi l’intensità e l’emozione a volte sono veramente forti e cariche di trasporto. Le canzoni sono semplici piccoli gioielli in formato folk. 4/5 (leggi recensione)
Bruce SpringsteenMagic – C’è un teorema matematico che per me vale più di quello di Pitagora: la somma di quante volte un cd suona nel tuo lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco ti piace. L’essere umano e romantico del boss alla fine riesce a cancellare qualsiasi disquisizione. Le canzoni di questo disco scivolano via una dopo l’altra, i suoni sono i suoi, sono quelli del Boss. 4/5 (leggi recensione)
Nick Cave & GrindermanGrindermanGrinderman è un progetto, e come tale ha una sua precisa identità. I brani che compongono l’album hanno la peculiarità di essere “essenziali”, scarni, meno arrangiati del Cave che conosciamo degli ultimi anni, infatti ci riportano il “nostro” agli esordi, anche se in forma più morbida. 4/5 (leggi recensione)
Ry CooderMy name is Buddy – Ogni uscita discografica di Ry è diversa dalla precedente e ogni volta ci svia verso nuove frontiere e quindi nuove visioni, nuove realtà, nuovi orizzonti sonori. Anche in questo caso non si smentisce e ci regala quest’opera di notevole valore, se non altro per il coraggio di intraprendere “sentieri” molto tortuosi, aspri e di difficile percorribilità. In fondo tutte le opere di grande pregio, non le assapori mai ai primi ascolti, ma un po’ alla volta, sono questi i dischi che poi diventano di grande pregio. 4/5 (leggi recensione)
Radiohead – In rainbows – Disco maturo che lascia da parte certi sperimentalismi senza però mai scadere nel già sentito. Sono dieci brani molto godibili che vivono di arpeggi di chitarra che bene si amalgamo alla voce di Thom Yorke. 4/5
Patti SmithTwelve – La nostra sessantunenne Patti Smith non sente i segni del tempo, e ci regala questo bel disco di cover. Patti Smith ha sempre amato rifare brani di altri autori, nella sua carriera ne ha inciso abbastanza, con le canzoni degli altri riesce a dare il meglio di se, riesce a plasmarli come fossero opere sue. Queste dodici canzoni ci accompagnano per un’ora di musica piacevole, molto godibile. 3,5/5 (leggi recensione)
Cristina Donà – La quinta stagione – “Secondo la medicina tradizionale cinese, la quinta stagione è il periodo tra l’estate e l’autunno. È il momento propizio per preparare corpo e spirito all’arrivo dell’inverno”. Spiega così Cristina Donà il titolo del suo quinto disco “La quinta stagione”. L’ album segna una transizione, un cambiamento, un’evoluzione. I dieci brani che lo compongono vengono sottolineati dalla dolcezza della sua voce, piena ed essenziale, dove i testi sono veramente belli. 3,5/5
Robert WyattComicopera – Album che si struttura come una vera e propria “opera” in tre atti. Atti d’accusa, rivolti ad un mondo di uomini che perseguono con ostinazione la decadenza, la rovina, la tragedia. La peculiarità di questo musicista-artista, che fa musica da almeno quarant’anni, è di concedersi solo quando sente di aver qualcosa da dire. Comicopera è un viaggio, che fa pensare, gioire, riflettere. 3,5/5
OUTSIDE RANKING
Bright EyesCassadaga – Gli aggettivi che vengono subito alla luce nell’ascolto di questo Cassadaga, sono tre: semplice, profondo e maturo. Conor Oberst è un cantautore completo, le sue composizioni lo confermano. Questa sua virata verso il “folk” ha fatto modo di confezionare brani melodici e arrangiati con cura nei minimi particolari, con una strumentazione ricca, con l’aggiunta oltre a suoni tipicamente acustici anche di cori. E’ indubbia l’influenza di Bob Dylan, Leonard Cohen e delle sonorità tipicamente Irlandesi, Waterboys e Pogues. 3,5/5 (leggi recensione)

Arcade Fire – Neon Bible – La prima sensazione che si percepisce nell’ ascoltare questo nuovo disco dei Arcade Fire è quella di “freschezza”. Dove per freschezza si intende: una musica immediata e vivace. L’ambiente in cui si snoda questo capitolo musicale è carico di atmosfere cupe e apocalittiche. Le undici canzoni che compongono questo “viaggio” sono dei veri gioiellini, arrangiati con fantasia e intelligenza. Questi sette musicisti canadesi, dimostrano di essere un gruppo eclettico e un po’ pazzerello. 3,5/5 (leggi recensione)
Okkervil River – The stage names – Vivace, dinamico, esuberante, riflessivo, immediato, equilibrato, sobrio, emotivo. Sono questi gli aggettivi che più si addicono a questo loro ultimo album. L’ascolto è appagante sotto tutti i punti di vista. 3,5/5
Elliott Smith – New Moon – Secondo lavoro postumo di questo cantautore scomparso nel 2003 a 34 anni. “New Moon” è una collezione di brani registrati in bassa fedeltà nella prima parte della sua carriera, tra il 1994 e il 1997. Ci sono dei gioielli noti e inediti e alcune versioni demo. Ventiquattro tracce riproposte senza rimaneggiamenti, cantate e suonate da un giovane talento che è stato stroncato dal male oscuro della depressione.3,5/5
Marlene Kuntz – Uno – E’ composto da dodici tracce, dodici canzoni che hanno come comune denominatore: l’amore. Il titolo stesso di questo cd “Uno” è assai emblematico. Uno è unico, unico è l’amore. Questa è la summa del disco. Le parole sono vere e proprie poesie, poesie d’amore. L’amore in ogni sua sfaccettatura, amori dolci, drammatici, poetici e fisici, come sentimento unico e indecifrabile di cui non sappiamo fare a meno. “Uno” è un album da ascoltare attentamente con orecchie libere da ogni pregiudizio. 3,5/5 (leggi recensione)

Jeff Buckley – Grace (1994)

Grace è l’unico disco completo che Jeff Buckley ci ha lasciato in sua memoria, prima che un destino dannato lo prendesse con se. Morì infatti, annegato nel maggio del 1997.
Dal padre Tim, uno dei più grandi cantautori del secolo scorso, oltre alla morte prematura, ha preso in eredità la grandissima dote vocale.
Il disco è composto da dieci brani di forte impatto, non solo vocale ma anche spirituale. La canzone d’apertura “Mojo Pin” è un’alternanza variegata che va dai sussurri alle grida, senza violenza e con sentimento Buckleyiano. “Grace”
ci fa sentire le doti musicali di cui il nostro è in possesso. E lo si percepisce soprattuto dalle sue performance vocali.
Last Goodbye” è l’esempio di come un brano “leggero”, cantato da Jeff diventi di spessore. “Lilac Wine” è tra i brani più spirituali del disco, la malinconia e la dolcezza dell’interpretazione lo fa avvicinare allo stile del padre. “So Real” ci porta agli antipodi rispetto alla precedente, un brano “libero” senza schema, un cavallo senza briglie. “Halleluja”, brano di Leonard Cohen, è l’esempio di come la copia superi l’originale. Sei minuti di grande intensità sonora, interpretata come meglio non si può: mistica e profonda.
Lover, You Should’ve Come Over” rimane nei paraggi, la sua malinconia aumenta pian piano fino a coinvolgerti a tal punto che è come vedere una scena di un film, triste. Ulteriore alternanza sonora con “Corpus Christi Carol”, brano spirituale-religioso agli antipodi di “Eternal life” brano rockettaro con forti accenni chitarristici. L’ultimo brano del disco: “Dream Brother”, chiude in bellezza questo grande disco, e ancora una volta il misticismo di Buckley rimane in evidenza regalandoci una canzone carica di poesia e pathos.
Grace” è un disco magico. L’abilità del mago Jeff è quella di riuscire a trasportarti nel suo mondo, un mondo tutto suo, fatto di figure di cartone, (chi ha cantato questa frase?) un mondo fatto di sensazioni, emozioni, pensieri. Nel mondo rock pochi come lui, sono riusciti a trasmettere con le parole e la musica “stati” di profondo spiritualismo mai banali.
Il mago Jeff ha avuto il coraggio di aprire una nuova strada tutta personale, il suo canto, i suoi testi, i suoi suoni, hanno creato un suo personale stile, unico e irripetibile.
Grace” rimane uno degli album più importanti della storia del rock. Un disco senza tempo. Un regalo che Buckley ci ha lasciato in eredità.
Il suo testamento artistico-musicale-spirituale.
4,5/5

Eddie Vedder – Into The Wild (2007)

Into The Wild, primo album solista per Eddie Vedder, cantante e leader dei Pearl Jam, è anche colonna sonora del nuovo film scritto e diretto da Sean Penn dal titolo omonimo.
Del film, tratto dal libro che racconta la storia di Christopher McCandless, un giovane studente atleta, che come scelta di vita abbandona tutto e si mette in viaggio nelle zone selvagge degli Usa, da dove non tornerà più, l’unica cosa che vi e mi consiglio è quella di andarlo a vedere, del disco invece non ho dubbi, ascoltatelo.
A differenza dei dischi dei P.J., Eddie in questo disco è assai più acustico. Quasi tutti i brani sono da lui composti ed eseguiti, seguendo una strada più intima e cantautorale.
Non per questo il disco manca di energia e di vitalità, anzi l’intensità e l’emozione a volte sono veramente forti e cariche di trasporto. Le canzoni sono semplici piccoli gioielli in formato folk, anche perchè l’uso della voce e degli arpeggi delle chitarre, hanno la prevalenza sull’intero album. Le liriche marcatamente nude e crude, raccontano della dualità tra la vita e la morte, e sono come sempre cantate in maniera magistrale.
Anche se in questo lavoro, l’aggettivo originale potrebbe andargli stretto, il disco rimane tra i più belli di quest’anno. Vedder, che non fa certamente rimpiangere gli ultimi poco riusciti dischi dei Pearl Jam, merita una lode, per il coraggio, per l’impegno e per l’intensità che l’opera sa trasmettere.
4/5

Bruce Springsteen – Magic (2007)

La nomenclatura ufficiale della critica, non ha accolto trionfalmente l’ultimo lavoro di Springsteen e, per amor del vero, le stelle attribuite a “Magic” certamente non illuminano il cielo. Effettivamente questo era nell’aria e nelle settimane precedenti all’ascolto del cd, ho avuto come una sorta di premonizione: i dischi meno osannati dalla critica a lungo termine sono quelli che ascolto di più: Human Touch, Lucky Town e soprattutto Tunnel of love , mi hanno accompagnato per molte volte in questa terra a volte acida.
C’è un teorema matematico che per me vale più di quello di Pitagora: la somma di quante volte un cd suona nel tuo lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco ti piace.
Seguendo questo teorema, il disco ha riscosso un grosso successo nella mia sfera musicale e per me, questo potrebbe già bastare. Analizzando invece il disco con più attenzione mi soffermerei su alcuni punti.
Sembra che la decade che stiamo vivendo sia molto prolifica per il boss, al contrario di altre passate. Viene quindi spontaneo chiedersi se sia frutto di un suo naturale exploud creativo o, al contrario legato a logiche del mercato discografico, vedi impegni contrattuali. Verrebbe da pensare che il disco sia più il frutto di un lavoro su richiesta che non il risultato di un desiderio innato di esprimere in versi e suoni il suo essere musicista. Il fatto che le composizioni siano state concepite innanzitutto per essere suonate dal vivo, avvalora ancor di più questa tesi.
Nonostante tutto questo non mi sento assolutamente di rimandare il disco, proprio per il mio teorema sopraddetto. L’essere umano e romantico del boss alla fine riesce a cancellare qualsiasi disquisizione. Le canzoni di questo disco scivolano via una dopo l’altra, i suoni sono i suoi, sono quelli del Boss, inutili i soliti paragoni come: assomiglia a “The Rising”, ma manca di …, ha un po’ il suono di “Born To Run”, però non ci sono le…, con “Devil and Dust” è accomunato da…però….ecc…
In questo disco ci sono i suoni di Springsteen e basta. Dopo un “The Rising”, un “Devils and Dust”, un “We Shall Overcome…”, tre dischi diversi uno dall’altro che confermano quanto egli non sia ripetitivo, anzi aggiungo che, probabilmente sono pochi ad avere queste performance così eclettiche.
Ogni comparazione in questo caso mi sembra fuori luogo.
Nelle canzoni affiorano decisamente dei testi rivolti, nel bene e nel male, a un futuro abbastanza vicino.
Leggendo i versi e sottolineando quelli che chiudono molte canzoni: “E niente di tutto ciò è ancora accaduto”, “E tu crollerai”, “Questo è ciò che sarà, questo è ciò che sarà”, “Il cammino verso casa sarà lungo”, “Chi sarà l’ultimo a morire per un errore”, “Lavorerò per il tuo amore”, risaltano e testimoniano, da un lato le sue angosce, le sue paure, le sue ferite, la sua reale consapevolezza e dall’altro il suo non voler cadere nell’inerzia che molte volte è preda dell’uomo, il desiderio positivo di andare avanti, comunque sia, con la forza che gli è sempre stata fedele, con la grinta che gli è sempre stata compagna. Non per niente è il Boss !
4/5

Thirty List

Avevo pensato di prendermi del tempo per questo meme lanciato da Indormia. In realtà più il tempo passava, più mi accorgevo di non venirne fuori; questo no, questo neanche, leva e metti, metti e leva, non riuscivo a venirne a capo. Poi “big ben” ha detto stop, come diceva il vecchio Tortora e tagliata la testa al toro, come fanno gli spagnoli, mi sono deciso. E’ solo un gioco.
Allora, eccola qui la lista dei miei trenta dischi, di oggi però, perché domani, quasi sicuramente già me ne pentirò.
La pubblico, prendendomi e lanciandovi un impegno: fra un anno la rifacciamo, così, per vedere se i nostri gusti cambiano o rimangono solidamente ancorati.
In ordine alfabetico:

Laurie Anderson – Big Scienze
Jeff Buckley – Grace
C.S.I. – Linea Gotica
Nick Cave & Bad Seeds – The Good Son
John Coltrane – A Love Supreme
Crosby, Stills, Nash & Young – 4 Way Street
Miles Davis – Kind of Blue
Fabrizio De Andrè – Creuza De Mà
Willy DeVille – Backstrret Of Desire
Ali Farka Tourè & Ry Cooder – Talking Timbuktu
Peter Gabriel – Up
Jimi Hendrix – Are You Experieced?
John Hiatt – Bring The Family
Husker Dù – Warehouse: song…
Keith Jarrett – The Koln Concert
Los Lobos – La pistola la y el Corazon
Bob Marley & The Wailers – Babylon By Bus
John Mellencamp – The Lonesome Jubilee
Van Morrison – No Guru, No Method, No Teacher
Van Morrison & The Chieftains – Irish Heartbeat
Mary Margarete O’Hara – Miss America
Michel Petrucciani – Solo Live
Santana & McLaughlin – Love Devotion Surrender
Patti Smith – Land vol.1 e 2
Talking Heads – Popular Favorites
The Clash – London Calling
The Cure – Greatest Hits
The Smiths – Best vol.1 e 2
The Waterboys – Fisherman’s Blues
Tom Waits – Rain dogs

Novità musicali

Non si fa in tempo ad assaporare dei nuovi dischi che subito alla porta ne bussano altri. Ma si sa che è l’autunno la stagione più indicata per le nuove uscite discografiche.
Vediamo un po’.
Ancora Neil Young con un nuovo disco “Chrome Dreams II”. Stava mettendo mano ai suoi archivi e invece a sorpresa fa uscire questo nuovo disco, non bastasse, sembra anche di grande qualità. Ascolteremo.
La novità più novità è questo disco di Robert Plant & Alison Krauss “Raising Sand”. Del primo credo non servano commenti, della seconda, sappiate che è la country-singer più popolare in Usa. Vedremo cosa combineranno le due voci assieme. Il racconto di storie che portano la firma di Gene Clark, Tom Waits, Townes Van Zandt, Page & Plant, Doc Watson, Everly Brothers etc. ci fanno ben sperare. Sorpresa.
E’ il turno di Joni Mitchell e la sua ultima opera “Shine”. Dopo cinque anni di assenza, la grande cantautrice (tra le mie preferite) ritorna con un disco vero, raffinato, in bilico tra folk e jazz. Bentornata.
Decimo album per il bravo texano Lyle Lovett , che con la His Large Band ci regala “It’s Not Big It’s Large”. Il suo vecchio capolavoro: J love everybody fa ancora breccia nel mio lettore, disco molto intimista e profondo che vi consiglio. In questo cd l’estroso musicista mischia rock e jazz, country e gospel, blues e folk. Se confermerà ancora il suo suono originale, e fuori da ogni schema, sono sicuro, sarà un grande disco. Atteso.
Il vecchio creedence John Fogerty fa ancora parlare di se. Il titolo del disco “Revival” ci fa capire dove va a parare. Si parla di canzoni sullo stile della sua vecchia band. Speriamo non ci deluda. Odore di “old”.
Termino con JJ Cale e il suo “Rewind” che non è un disco di canzoni nuove, bensì di una raccolta di registrazioni inedite che il chitarrista dell’Oklahoma, ha fatto nel corso degli anni settanta. JJ interpreta anche brani di altri, un fatto decisamente raro. The end

Cd- Player ON

Stanno girando come forsennati nei miei cd-player le novità discografiche di:
Eddie Vedder: Into the Wild, per fortuna Eddie ci fa dimenticare le ultime produzioni non tanto felici dei Pearl Jam, regalandoci questo bel disco, che fà anche da colonna sonora al nuovo film come regista di Sean Penn.
Radiohead: In Rainbows, interessante e molto “ascoltabile” questa loro ultima produzione.
Bruce Springsteen: Magic, e come poteva mancare? Senza andare in disquisizioni, ma soffermandosi solo a un primo ascolto “a pelle” (che è poi quello che conta di più) il disco mi piace e non poco.
Della serie: i vecchi dischi che faccio venire a galla, ho ripescato il mai troppo conosciuto Calvin Russell. Le sue chitarre acide e a volte dolci di: Sounds From The Fourth World, mi danno sempre grandi emozioni.
Lo stesso vale per Billy Bragg, grande poesia nel suo: Workers Playtime. E’ il disco che amo di più, e che non può mancare ad un amante della sua musica e dei suoi testi.

Marlene Kuntz – Uno (2007)

“…i Marlene Kuntz vivono il loro presente e il loro presente è in continua evoluzione…”
sono le parole di Cristiano Godano, cantante e paroliere, rilasciate in una recente intervista.

Anche se sono sulla scena musicale italiana da dieci anni, non conoscevo il loro mondo sonoro. Mi sono avvicinato a questo disco per curiosità e quindi non avendo ascoltato i loro dischi passati, mi è difficile fare opera di paragone, probabilmente è solo un vantaggio.
Questo nuovo lavoro (il settimo per la cronaca) è prodotto e arrangiato da Gianni Maroccolo, è composto da dodici tracce, dodici canzoni che hanno come comune denominatore: l’amore.
Il titolo stesso di questo cd “Uno” è assai emblematico. Uno è unico, unico è l’amore. Questa è la summa del disco.
In sostanza quello che esce fuori a testa alta da quest’opera sono i testi.
Le parole sono vere e proprie poesie, poesie d’amore. L’amore in ogni sua sfaccettatura, amori dolci, drammatici, poetici e fisici, come sentimento unico e indecifrabile di cui non sappiamo fare a meno.
La musica invece gioca un ruolo secondario. E’ solo semplice accompagnatrice, pura melodia che ben si amalgama con le parole scritte da Godano.
“Uno” è un album da ascoltare attentamente con orecchie libere da ogni pregiudizio.
Questo è il loro presente.

4/5

Neil Young & Pearl Jam – Mirror Ball (1995)

La grandezza di un musicista e in questo caso di Neil Young sta nel non fossilizzarsi in stereotipi musicali. Mirror Ball è il disco che conferma questa regola.
L’immagine ancora saldamente radicata nella mente di molti è quella del cantautore triste e solitario di “Harvest” (1972), del cantautore pacato di “Comes a time” (1978), o del vecchio bisonte che combatte la ruggine di “Rust Never Sleeps” (1979). Anche se tuttavia già nel corso degli anni ’70 Young aveva ripetutamente cercato di ridefinire il proprio ruolo e la propria statura umana e artistica attraverso scelte radicali ed estreme, a volte tutt’altro che popolari. Non bisogna dimenticare che all’epoca l’uscita di dischi ora osannati come “Times Fades Away”, “On The Beach”, e soprattutto “Tonight’s The Night” furono salutati come dei funerali artistici del canadese. Negli anni ’80 e successivamente, il compito è stato quello di demolire riuscendoci quella popolarità che gli derivava da un passato così glorioso. E disco dopo disco Neil non sbaglia un colpo, “Freedom”, “Weld”, “Harvest Moon”, diventano sfide personali per dimostrare a se stesso che è ancora in grado di fare buona o meglio ottima musica.
Questo lavoro, potente, elettrico e carico di adrenalina è un’altra ennesima sfida, data soprattutto dal fatto che non si affida ai soliti amici “Crazy Horse”, ma ad un gruppo molto in auge: i Pearl Jam. “Mirror Ball” mette in sintonia due diverse generazioni, incastrandosi perfettamente l’uno nell’altro, come se da sempre la band di Seattle fosse il gruppo di Young.
Tutti gli undici brani del disco sono scritti da Young. Il brano di apertura “Song X” è di presa immediata, potente e fresco, un valzer tipicamente younghiano. “Act Of Love” splendido brano, è un magma sonoro incandescente, con tre chitarre elettriche che impazziscono inseguendosi e disegnando un suono sporco e ruvido, la voce del canadese è acuta e la parte strumentale dei Jam è semplicemente perfetta. “I’m The Ocean” altro brano elettrico ed epocale, il suono è poderoso, i Pearl sono lanciati come una locomotiva a tutta velocità, la voce di Neil è superba, vibrante, è un brano capolavoro. “Big Green Country” è più morbido dei tre precedenti, scorre come un fiume in piena, trasportato nella corrente dalle chitarre dei Jam che bene sanno fare la band al servizio del canadese. “Truth Be Known” altro grande scenario sonoro. Nostalgica e piena di pathos la chitarra elettrica è quella di Young e si sente nel modo di suonare unico e personale. E’ una ballata vecchio stampo adatta comunque al tempo reale. Unica e secondo capolavoro dell’album. “Downtown” è il brano più stonesiano del disco (non dimentichiamoci che Young è un loro grande fan). La canzone è possente, solida e piena di feeling. La voce esile di Neil lascia spazio alle jam chitarristiche dei Pearl per un altro grande brano. La settima composizione dell’album “What Happened Yesterday” dura appena trenta secondi, è un frammento triste ed intenso, per poi passare a un diluvio sonoro che è “Peace And Love” con la voce di Eddie Vedder (finora relegato ai cori). Il brano è sempre molto elettrico e malinconico, i riff chitarristici danno uno spessore a questa canzone da renderla superlativa e grande composizione. “Throw Your Hatred Down” ricorda le cavalcate sonore chitarristiche che solo il nostro canadese ci ha saputo regalare. L’esecuzione è da manuale, con il motivo centrale ripetuto più volte e quindi più facilmente memorizzabile. Il penultimo brano “Scenery” è un ricamo intrecciato. Le tre chitarre si rincorrono e si incrociano, creando un fondo emozionale prima di lasciarci con l’ultimo brano del disco che porta il titolo di “Fallen Angel”, novanta secondi di organo a canne con la melodia che ci richiama “I’m the ocean”. Finale breve ed intenso che probabilmente è dedicato allo scomparso Cobain.
Un disco di puro rock, esaltante e coinvolgente. Un altro grande disco dell’intramontabile canadese, con i Pearl Jam non come bonus, ma come colonna portante dell’intera opera.
Una collaborazione fra vecchio e nuovo per creare una musica poderosa e sana per le nostre orecchie e la nostra mente.

4,5/5
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Novità musicali

Si sa, il periodo di fine estate non è certo il momento ideale per le uscite discografiche, comunque qualcosa in arrivo c’è.
Si parla bene di Mark Knopfler e del suo “Kill To Get Crimson“, disco rilassato, caldo e coinvolgente. Mark ha lasciato i Dire Straits nel momento in cui poteva immagazzinare una valanga si soldi per intraprendere una carriera solista molto più tranquilla, senza clamori. Desiderando di fare solo quello che più gli piaceva e lo soddisfava.
Ballate tranquille, con odore folk, fisarmoniche e violini legati alla musica irlandese. Canzoni sulla memoria, struggenti e nostalgiche.
Mary Gauthier “Between Daylight And Dark“. A otto anni dal suo primo disco autogestito, la Gauthier ha fatto molta strada. Con questo disco si è definitivamente consacrata nel mondo musicale. Autrice di spessore, poetessa country, il disco piacerà molto e per i testi e per i suoni.
Probabilmente assieme al disco di Lucinda Williams (personalmente il più bel disco a pari con Mavis Staples, dell’anno) e il secondo disco al femminile di questo 2007.
Okkervil River “The Stage Names“. A chi è piaciuto il loro precedente “Black Sheep Boy” (a me parecchio) non deluderà questo ultimo lavoro. Classico rock genuino e sincero, senza fronzoli e molto godibile.
Joe Henry “Civilians“. Si dice sia il suo album migliore. Un lavoro intenso e maturo.
Steve Earle “Washington Square Serenade“. Da ascoltare.
Robert Wyatt “Comicopera“. Per orecchie musicalmente astratte.
Zachary Richard “Lumière Dans Le Noir“. Ispirato e raffinato.
Charles Mingus “Cornell 1964“. Per la prima volta su disco un capolavoro non solo per la musica jazz, ma per tutta la storia della musica del XX secolo. E’ un concerto che il sestetto di Mingus ha tenuto all’Università di Cornell nel ‘64.
John Coltrane “My Favorite Things: Coltrane At Newport”. Per la prima volta in un unico CD, Le due memorabili performance che il grandissimo Coltrane eseguì nel ‘63 e nel ‘65, al celebre Newport Jazz Festival.

The Neville Brother’s – Brother’s Keeper (1990)

Ci sono musicisti che a vent’anni hanno già detto tutto quello che potevano dire. Ce ne sono altri, invece, che a cinquanta suonati incominciano a dire le cose più importanti della loro vita.
Il caso dei fratelli Neville di New Orleans è quanto mai sintomatico di quanto detto sopra. I Brother’s, hanno percorso in silenzio e dignità la china di una fama ardentemente e meritatamente ricercata. Il successo del loro penultimo album, “Yellow Moon”, è la testimonianza di una fede nella musica che va al di là delle mode o dei generi.
Tra le altre cose, hanno il pregio di non poter essere facilmente catalogabili per genere. La loro musica non è mai stata inserita perfettamente in alcuno dei tanti compartimenti in cui è divisa la musica americana. Sembra infatti che, i negozianti non sappiano mai esattamente dove mettere i loro dischi. E’ capitato di trovarli nei posti più impensabili: nella sezione country, in quella gospel… Questa confusione ha indubbiamente danneggiato la loro promozione radiofonica e non solo.

Che “Brother’s Keeper” sia il prolungamento di “Yellow Moon”, sembra fin troppo ovvio, e questo depone comunque a suo favore. Ma forse si tratta di un disco ancora più vario e più bello del precedente. I Neville Brothers, sanno mischiare tutto il loro vasto sapere musicale in un unico sforzo sonoro che conta R&B, rock, blues, jazz, gospel, funky, reggae, folk-rock, ecc…
Le prodezze vocali di Aaron, Re Mida della voce, inebriano il loro sound dilatato e rarefatto. Il suo canto nero, profondo africano, crea un legame di sangue con la madre Africa.

Il titolo “Brother’s Keeper”, racchiude in sé il tema centrale del disco: ognuno di noi è il guardiano del proprio fratello. Le canzoni, attraverso un “talking” suggestivo, parlano del loro credo (sono ferventi discepoli della chiesa Battista), con un reggae solare, ci parlano della libertà d’espressione. Con atmosfere quasi epiche, si preoccupano di dire che, ogni uomo deve rispettare il proprio fratello, l’espressione del suo modo d’essere e di ciò che vuole fare con la propria vita. Attraverso un sound caraibico, cantano dell’importanza della responsabilità individuale. Tra antiche polifonie sonore e la stridula melodia araba, ci fanno notare che l’apatia è distruttiva ma che la politica può spesso appannare la verità. Con un parlato solenne, ci fanno capire che, la sofferenza di ogni uomo, donna, bambino oppresso, tocca profondamente le vite di ciascuno di noi.

I Neville si preoccupano di tutte queste cose e vogliono essere d’aiuto in qualunque modo possibile. La musica, in questo caso, può essere una forza potente, una grande fonte di aiuto, di guarigione. La loro è una musica calda, suggestiva. Il suono entra dentro di noi, in profondità, per cercare di sensibilizzare quella parte non facilmente raggiungibile, dove i sentimenti e le emozioni cercano di proteggersi da agenti esterni, per evitare scossoni, responsabilità, e vivere latenti, nel loro oblio.

Questo è un disco che non lascia indifferenti, i loro testi e la loro musica riescono a scaldare anche gli animi più gelidi, per la gioia della mente, del corpo, dell’essere. Questo è il loro motore trainante, che li rendono “grandi”.

Con questo disco i fratelli Neville, hanno finalmente ricevuto l’attenzione che si meritano, il pubblico si è reso conto che non è necessariamente vero che a quarant’anni si sia meno coraggiosi che a venti.

4/5

Ry Cooder – Get Rhythm (1987)

Finalmente un po’ libero dalle continue richieste di comporre colonne sonore per film, Cooder si prende una pausa, se così si può dire, per incidere un album finalmente di canzoni.
Questo disco è un po’ la sommatoria dei precedenti album suonati dal nostro Ry, siamo nell’87, e Cooder ha quarant‘anni.
Alla maniera dei vecchi cercatori d’oro, il chitarrista californiano è tornato a setacciare i filoni musicali che in passato gli hanno procurato non poche soddisfazioni, convinto di poterci trovar ancora qualche luccicante pepita.
Cooder anche in questo disco si fa accompagnare dai soliti fidati e inseparabili musicisti quali: Jim Keltner alla batteria, Van Dyke Parks alle tastiere, il poco fortunato e compreso fisarmonicista Flaco Jemenez, Miguel Cruz alle percussioni, Steve Douglas al sassofono, Jorge Calderon al basso elettrico e lo stravagante jazzista Buell Niedlinger al contrabbasso.
Grazie al gruppo ma soprattutto alla sua sempre geniale creatività, Ry setaccia i generi a lui prediletti; rhythm and blues, rock and roll, tex-mex, delta, shuffle ecc… contaminati comunque dalla passione suprema che è il gospel.
ll suo modo di suonare è così unico e originale che può permettersi di affrontare qualsiasi tipo di musica. Rimanendo il già affermato e finissimo artigiano che conosciamo, Cooder rivisita alcune composizioni di Chuck Berry, Raymond Quevado, Johnny Cash, Walter Davis, Elvis Presley, oltre alla conosciuta è meravigliosa “Across the borderline” scritta in collaborazione di Jim Dickinson e John Hiatt.
Get Rhythm è un bel disco suonato ottimamente, trasuda suggestioni sonore in ogni suo “solco” (logico è il riferimento all’LP dell’epoca). Riesce a trasmetterci sensazioni uniche, che credo ormai appartengano a un suo marchio di fabbrica.
Il Tag, per usare un termine dei giorni nostri è proprio la “Musica di Ry Cooder“.
Ry è in grado di suonare qualsiasi genere musicale, e nel contempo, riesce a tirar fuori sempre se stesso, il suo cuore, la sua anima.
Get Rhythm è appunto la conferma di questo stato di cose.
4/5

David Byrne – Rei Momo (1989)

Effervescente, vivace, gioiosa è l’aria che ci fa respirare il sound, le note di questo Rei Momo.
Ancora una volta il musicista scozzese tira fuori dal suo cappello a cilindro la sua grande creatività.
David Byrne dopo essersi allontanato dal progetto Talking Heads, si getta nei suoni dell’America latina, e più precisamente del Brasile. Questo suo primo disco solista dell’89, è un disco carico di musicalità, pieno di idee, di ironia e di feeling.
La prima cosa che più risalta alle orecchie è il divertimento che riesce a trasmettere, la gioia nell’aver composto questa serie di canzoni e di avercele donate. Divertimento dovuto anche alla carica vitale dei musicisti brasiliani presenti, che lo hanno aiutato e sostenuto in questa prova.

Byrne da ottimo artista, musicista, riesce a prendere gli elementi che compongono il carattere della musica brasiliana e dei paesi dell’America Latina e a modo suo trasforma e reinventa un sound rendendolo unico e originale, creando un suono molto ricco, corposo e molto piacevole.
Nelle canzoni di questo “Re Carnevale”, David oltre agli strumenti comunemente noti, miscela percussioni, fiati, fisarmoniche e violini. I quindici brani che compongono l’album formano un arcobaleno sonoro diverso dal solito percorso musicale a cui il nostro ci aveva abituato. Anche se certi riferimenti ai vecchi “Talking Heads” sembrano inevitabili e difficili da cancellare con un gesto di spugna.
Basti ascoltare “Indipendence day”, ricca di sfumature, allegre percussioni, per renderci conto che i T.H. sono dietro alla porta. “Make believe mambo”, con i suoi ritmi sudamericani, è un brano allegro, con una sezione fiati e un coro mariachi, da renderlo tra i più ascoltati e piacevoli. Una ballata carica di voci per un suono tipicamente brasiliero è “Call of the wild“, che apre la porta a “Dirty Town” ottimo brano ritmato dalle percussioni e guidato dalla voce di Byrne, la sezione fiati con in rilievo i tromboni ne fa di questo brano tra i più riusciti. Con “Rose Tattoo” siamo in pieno ambiente chinano, la sua bella sezione ritmica ci fa da apripista mentre stiamo per entrare al Mocambo. E “Loco de amor” ci dà l’anticipo per poi passare a “The dream police“, brano tipicamente ballabile come si diceva una volta, si vedono i ballerini in pista che si muovono al ritmo che ormai si è scatenato. Breve pausa con “Don’t Want To Be Part Of Your World” soave e leggera, apprezzabile la vena ironica, ottimamente arrangiata, ci mette in attesa di ascoltare “Marching Through The Wilderness” brano in vecchio stile mocambo con percussioni voci e ritornello. Lasciamo il mocambo per ritornare ai suoni di strada con “Good and Evil” simpatica e divertente, insieme a ” Lie to me” e “Office cowboy” ci riportano ai ritmi tropicali e sudamericani carichi di brio e di calore. “Women vs men” ci porta verso casa alla fine di questo viaggio sonoro, non prima di averci regalato un “Carnival eyes” dove il titolo dice tutto, la sezione violini la rende unica e le percussioni fanno tutto il resto. Conclude l’album “I know sometimes a man is wrong
un piccolo capolavoro di melodia con un testo ironico e amaro. E la festa è finita.
Inutile dire che questo è un disco per palati sofisticati. La ricchezza sonora degli arrangiamenti, la creatività e l’intelligenza musicale di David Byrne ne esce fuori a testa alta. Se gli aggettivi che più compaiono in questo scritto probabilmente sono; allegro e gioioso, non è un caso.
Allora, perché non ascoltarlo nei momenti tristi? Ve lo consiglio.
4/5

Daniel Lanois – Acadie (1989)

Volevo un disco di canzoni popolari ma anche di musiche insolite, misteriose, di istantanee e brani minori, e qualche strumentale psichedelico che portasse in viaggio chi ascolta. Trovo che sia bello quando si riesce a elevare lo spirito del prossimo, e tanto ho voluto fare, fornendo uno sfogo per l’immaginazione”.

Esiste dentro il suo DNA, il produrre musica. Daniel Lanois, giovane e affermato produttore di gruppi variegati provenienti dalla sua terra fredda chiamata Canada. Viene scoperto dal tam tam sonoro che circola nell’emisfero musicale, da Brian Eno, che a sua volta lo apre e lo esporta in terre più calde e internazionali.
Ci mette poco a farsi conoscere, a breve produce: “The Unforgettable Fire” e “Joshua Tree” degli U2, “Birdy” e “So” di Peter Gabriel, “Robbie Robertson” dell’omonimo leader della Band, “Yellow Moon” dei Neville Brothers, tantissimi dischi di Brian Eno, “Oh! Mercy” capolavoro di Bob Dylan, e tanti altri ancora.
Daniel Lanois diventa così uno dei più ricercati produttori del rock contemporaneo. Ma non gli basta, a un certo punto sente l’esigenza di incidere un suo disco solista. Ha trentasette anni, quando pubblica questo primo album Acadie nell’89.
Il disco è un lavoro atipico. La sua grandezza sta nell’amalgamare in perfetto stile “Lanois” la sua origine Canadese con il luogo d’incisione e cioè New Orleans. Sta nell’omogenizzare la spontaneità della composizione del musicista con la perfezione nei dettagli tipica del produttore.
E’ questa la chiave del suo capolavoro solista. Il country, il rock, la psichedelica, il blues, l’ambient e la musica popolare sono tra le molteplici fonti di ispirazione.
Ne esce fuori un’opera originale, costruita sui ricordi, sulle memorie e suggestioni personali.

Lanois nei dodici brani che compongono il disco, suona strumenti che vanno dalle chitarre alle tastiere, dalla fisarmonica alle percussioni molto leggere.
Ne esce fuori un disco fresco ed invitante, moderno e tradizionale nel contempo. La fisarmonica va a braccetto con le tastiere di Eno, la slide guitar crea suoni rarefatti tipici di Gabriel e Robertson.

I brani vanno dalla ballata tradizionale e spumeggiante “Jolie Louise” alla musica ambient dell’ottima “Fisherman’s daughter”. Dalla splendida “The maker” (dove c’è la voce di Aaron Neville) al cajun di “Under a stormy sky”. Da “Still Water” brano d’apertura, semplicemente lirico e piacevole, alla cavalcata di “Where The Hawkind Kills”. Del suo cantare in Francese e delle sue capacità vocali ne da esempio nella stupenda e triste “Silium’s Hill”, un brano di rara bellezza, senza dimenticare la versione di “Amazing grace” che di Acadie ne è la perla.
I quattro brani restanti: “O Marie”, “White Mustang”, “Ice”, “St. Ann’s Gold” sembrano costruiti per delle colonne sonore di film ambientati in grandi spazi, senza confini e illimitati. Si sente la presenza di Eno, si sentono i suoi sintetizzatori, si sente il suo iniettare suoni a lui particolarmente cari.
Le sensazioni che Daniel Lanois crea in Acadie, sono l’unione di ritmi veloci legati a testi malinconici. Questa combinazione è resa magistralmente dall’ottima miscelazione di dolcezza e amarezza.
Ancora una volta si ritorna nell’unione di “due elementi” contrastanti, ma che sommati tra di loro, rendono qualsiasi cosa un “tutt‘uno”, unico, originale e profondo.
Acadie è un disco da ascoltare quando abbiamo voglia di viaggiare, con la nostra mente, verso spazi senza fine, verso mete sconosciute, alla ricerca di un qualcosa che non ci è chiaro, che non sappiamo esprimere con le parole, con la mente.
E allora usiamo il cuore, e diventa tutto più semplice.
Questo disco ce ne dà la possibilità.
Un’altro tassello nella costruzione di questo puzzle del pianeta musica, nell’universo sonoro.
4/5