Willy De Ville si è spento

Uno dei miei preferiti se n’è andato.
Era sopranominato il “pirata” per via della sua fisicità ma anche per la sua musica che “rapiva” sonorità come il blues, il rhythm & blues, il cajun, il rock’n’roll e li mischiava allo stesso tempo con il soul e il sound gitano, suoni che indiscutibilmente gli appartengono e che sono diventati il suo marchio di fabbrica.

Willy ci lascia, all’età di 55 anni, per un tumore al pancreas, riascolterò ancora molte volte i suoi brani caldi, ispanici, carichi di grandissima suggestione, che mai mi stancheranno. RIP

Massimo Bubola – Amore e Guerra (1996)

In Amore e Guerra, Massimo Bubola unisce passato e futuro, infatti, reinterpreta alcuni brani che ha scritto per altri con rinnovata energia ed intensità e dà a queste canzoni una veste completamente rinnovata.
Bubola mostra le sue qualità di interprete, la sua rilettura è infatti lucida e piena di forza e le canzoni, che vengono da diciotto anni (dal 1978) di scrittura conto terzi, ne escono rivestite a nuovo: un disco come questo copre un buco nella discografia italiana.
La musica è sana, americana nello spirito, italiana nel corpo; non c’è, in queste canzoni, la solita italietta canora, la solita tiritera melodica, bensì un suono robusto e vibrante, che ci scuote e ci porta a gustare il disco, a risentirlo ed a risentirlo in continuità.
Chitarre elettriche, batteria dura, basso pulsante, ogni tanto una fisarmonica o un violino al servizio di qualche aria folkeggiante. Musica dolce e forte al tempo stesso: Bubola è un cavallo di razza che sa dosare sentimenti ed immagini.
Le canzoni…


“Fiume Sand Creek”: La canzone si libera fiera, ben lontana dai vincoli che le aveva imposto De Andrè: un mandolino di sapore ‘cooderiano’ stempera le sue note, la voce preme e la canzone, rabbiosa, ci avvolge in un crescendo continuo. Grande inizio.
“Un angelo in meno”: è l’unica canzone inedita, lenta basata su un bel gioco di chitarre, ha un testo forte, teso come una lama ed una melodia di ampio respiro.
“Johnny lo zingaro”: vecchia conoscenza con ‘The Gang’, è riletta con molta forza, chitarre quasi hard, batteria possente, ed una atmosfera piena di phatos, le danno una nuova vitalità.
“Andrea”: è una boccata d’aria fresca, il violino danza subito e la melodia cattura immediatamente. La rilettura è geniale, con un sapore country folk che dà alla composizione una nuova veste, invenzioni tex mex, brillanti e piene di allegria, fanno da contrasto col testo amaro, che racconta di coraggio e morte.
“Marabel”: è in chiave rock, chitarre aperte, batteria che preme, basso che pulsa. Massimo canta con rabbia.
“Spezzacuori”: ha un altro aspetto, l’atmosfera è quasi western, con la chitarra molto evocativa e la voce grave a raccontare. La canzone sembra uscita da un vecchio vinile di Johnny Cash.
“Sally”: è una delle cose più belle che Massimo ha regalato a Fabrizio de Andrè, ma questa versione supera di gran lunga l’originale. L’idea è quella di una chitarra liquida (c’è sempre Cooder nei dintorni) che segue, pari passo, la melodia. Grande brano.
“Don Raffaè”: è una delle colonne portanti di “Nuvole” di De Andrè, grande brano, grandissimo, eppure Massimo, ancora una volta, riesce a sorprenderci . Bluesato, leggermente jazzato, notturno e fumoso, Don Raffaè mantiene la sua lucida attualità sociale ma cambia radicalmente il suo vestito.
“Eurialo e Niso”: tra le più riuscite del disco, la struttura rimane, ma la musica è più forte con la chitarra a l’armonica che rafforzano la tematica ormai country.
“Camice rosse”: canzone di cui Massimo va molto fiero, che però la Mannoia non ha saputo rendere al meglio. Un tessuto armonico di sapore tex mex, ben evidenziato dall’uso continuo della fisarmonica. Una melodia intensa, condita con mille sapori, vibrante e piena di vitalità.
“Tre rose”, tenue ed interiore, e “Quello che non ho”, molto elettrica decisa. Concludono un album di grande spessore, molto poco italiano, in cui il senso della vera musica rock viene espresso appieno.
Bubola ha fatto il suo capolavoro. 4,5/5

Keith Jarrett – The Koln Concert (1975)

Un caro amico mi regalò questo disco di Keith Jarrett, per i miei diciotto anni. Ora a distanza di oltre tre decadi occupa sempre un posto di riguardo nella mia collezione ‘vinilica’.

“Secondo me la miglior musica è sempre quella che suona come se non ci fosse stato nulla di scritto prima di essa. Se possibile, bisogna sempre tornare a ripartire dal silenzio”

Con queste parole Keith Jarrett esprimeva il suo personalissimo concetto di musica fatto da continue scoperte. Settanta minuti d’improvvisazione geniale, un continuo smussare pensieri musicali in evoluzione con impostazioni fluide e un particolare uso percussivo delle tastiera. Jarrett non è un caposcuola, non ha discepoli devoti, eppure è un maestro unico. Il ‘concerto di Colonia’ carpisce un momento di grandissima creatività. Il pianista sceglie un suono o una frase e la elabora estemporaneamente, senza premeditazione alcuna, solo con meravigliosa spontaneità e gusto imprevedibile.

“Non possiedo nemmeno un seme quando comincio a suonare. E’ come partire da zero”.

Passaggi veloci, prepotenza generosa di estrema liricità ed una grande musica senza spartito che poggia le sue basi, oltre che sull’abilità tecnica, sulla possibilità di continuare ad inserire nuovi suoni, nuove melodie.
Un artista randagio che cercherà ancora la sua poesia interiore con modalità inusitate, con avventure roboanti e per certi versi eccessive. Questa resta indubbiamente l’essenza sublime del suo inarrestabile pianismo, un album jazz che a tutt’oggi ha venduto qualcosa come duemilioni e mezzo di copie.

“Il jazz è lasciare che la luce brilli. Non cercare di accrescerla, lasciarla essere”. 5/5

Michael Jackson – RIP

Alan Sorrenti: Déjà Senti

Quante volte ho ascoltato questo disco… possiedo ancora il vinile come una reliquia. Una grande voce, un grande talento, forse troppo grande per essere capito, ed è forse questo il motivo per cui Alan Sorrenti ha cambiato ‘strada’ e ha intrapreso quella più commerciale, quella più facile, quella che ti dà da vivere.

Ancora adesso quando ascolto i suoi dischi ‘Aria’ il suo primo del 1972 e ‘Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto’ il secondo del 1973, mi prende un’ emozione intrattenibile che mi fa venire i brividi.
Ecco cosa dicono su Youtube:

59acca10: E’ inutile cercare di capire dov’è finito Alan e la musica di quegli anni, si son persi in questa Italia cialtrona, barzelletta del mondo. Italia di veline, non solo quelle televisive, Italia di censure e scemenze, dove anche gli intellettuali hanno abdicato, lasciando il posto alla subcultura televisiva. Che tristezza…

56edo: Un capolavoro, Alan Sorrenti, un talento sprecato

dannydack: Questa canzone è visionaria, lisergica, scoppiettante come legna bagnata che brucia, come l’approccio musicale magnifico che aveva Alan allora. Dopo, la caduta stellare…

MAAURONE: Alan, sei meglio di Dante, di Petrarca, di Leopardi!!! ma dove ca…sei finito?? Torna! Abbiamo tutti bisogno di te: dove sei tu ad amare?

reporterstanco: Grazie… quante volte l’ho pensata questa canzone… ero giovane,spensierato, innamorato …a parte il grande Alan… e le parole… Vogliamo spendere due parole per gli strumentisti? Che non erano cosa da poco… Ne riconoscete qualcuno, tra loro?… Meditate… grazie ancora amici… anch’io possiedo “Come un vecchio incensiere”…

ElisaHut: Che meraviglia!

tencinage: L’ho salvata tra i miei preferiti. Grazie DAGODUE che me l’hai fatta ritrovare (possiedo ancora il vinile con la sua per me “commovente” copertina ma non più il giradischi) verrò a trovarti ancora sulla tua bellissima pagina. Ciao

roe0077: Serenesse ritorna…

koba5622: La più bella canzone d’amore che sia mai stata scritta! Ero adolescente e disperatamente innamorato di Lei. La sola differenza è che non sono più adolescente …

6QUCA: Ma chi ha tirato fuori questo brano? Sto letteralmente piangendo. Se non ricordo male era il 1974 ed ero un giovane adolescente eternamente innamorato di tutto!!! Grazie.

Tom Waits – Rain Dogs (1985)

“Preferisco un fallimento alle mie condizioni che un successo alle condizione altrui.”

Tom Waits è tra i miei songwriter preferiti e Rain Dogs è un capolavoro che non può mancare tra gli album preferiti della nostra collezione discografica.

“I cani che vagano per le strade alla ricerca della propria casa, dopo che la pioggia ha annullato gli odori” sembrano uomini che cercano il senso vero della vita, dopo che il destino ha cambiato di colpo tutto quello in cui credevano.
Rain Dogs è l’atto centrale della “trilogia” di Frank”, la logica conseguenza di “Swordfishtrombones” del 1983 che proseguirà poi con “Frank Wild Years” nel 1987. In questo disco si concentrano tutti gli elementi della mirabolante foga da ‘intrattenitore’ di Waits. Tom non è solo ‘song-writing’ mutuato al jazz notturno, ma è “suono & significato”, un ‘estratto’ direttamente dalle fogne di New York. La sua musica è un mix impressionante di blues, free-jazz, tanghi, polke, atmosfere orientaleggianti e ritmi tribali che non si escludono vicendevolmente, ma si completanno magistralmente.

“La mia vita è come quella di un vigile urbano: momenti di noia rotti da momenti di puro terrore.”

Il suono è reso attraverso un complicato armamentario di percussioni fatte in casa, parole di lacerante poesia, senso dello spazio ridotto alla visuale di un treno diretto al centro della città. E’ una dissacrante panoramica sulle culture deboli.
Con questo intruglio passionale e drammatico fatto di brevi capitoli, Waits scuote la retorica effimera del rock e fa dell’andare fuori tempo e della sua voce roca al limite della stonatura una nuova norma da seguire.
Waits smantella tutte le sue memorie stilistiche offrendoci una visione etilica e grottesca di un’umanità rassegnata e senza più sogni da inseguire.
Rain Dogs è la metafora di un mondo di sconfitti che masticano lentamente il sapore di questa dimensione, senza illusioni.
La più grande Opera buffa da parte del Bukovski del nuovo blues, un americano che odia l’’America’ chiamato Tom Waits.
Un genio al suo massimo. 5/5

Demetrio Stratos, in ricordo

Domani 13 giugno ricorrono i trent’anni dalla prematura scomparsa del grande cantante di origine greca Demetrio Stratos prima front-man dei Ribelli e la voce indimenticata degli Area.
Per ricordarlo un interessante podcast di Aldo Lastella Download

Demetrio Stratos, in ricordo

Domani 13 giugno ricorrono i trent’anni dalla prematura scomparsa del grande cantante di origine greca Demetrio Stratos prima front-man dei Ribelli e la voce indimenticata degli Area.
Per ricordarlo un interessante podcast di Aldo Lastella Download

Giorgio Gaber – L’elezioni

Giorgio Gaber – L’elezioni

David Crosby

Ci sono personaggi la cui esistenza si dipana su un canovaccio ricco di svolte, di pieghe improvvise, di parabole inebrianti e di rovinose cadute, di successi fulminei e di paurosi sbandamenti. Il mondo del rock ne è pieno, anche se purtroppo, sovente queste vicende assumono inevitabilmente i contorni mitologici dell’eroe bello e dannato condannato a una morte prematura.
E’ solo per una serie di incredibili scherzi del destino o di karma direbbe un Buddista se oggi David Crosby è ancora qui con noi.
Una vita intensissima, estrema, spesso spericolata, ma che nel corso degli ultimi quattro decenni è stata testimone di pressoché tutti gli eventi chiave della storia del rock. Quasi quarant’anni nel corso dei quali David Crosby è sembrato morire diverse volte, preparando in più d’una circostanza i suoi irriducibili fans alla triste notizia che puntualmente non è arrivata: come un gatto a nove vite.
Musicalmente Crosby ha segnato almeno due decenni con una serie di capolavori culminati con quel “If I Could Only Remember My Name” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”) del 1971 che tutt’oggi rimane come una pietra miliare indiscussa del panorama musicale di quel periodo.


La sua attività musicale inizia nella metà degli anni sessanta con il gruppo dei “The Byrds” con i quali pubblica sette album, senza contare le raccolte e quelli dal vivo. Nel ’69 con Stills e Nash forma l’omonimo gruppo per poi ampliarsi l’anno successivo con l’arrivo di Neil Young. Con questi musicisti a ruota, inciderà poco meno di una ventina di dischi. A cavallo degli anni duemila con Pevar e Raymond pubblicherà una manciata di dischi con la denominazione CPR.
Dal ’71 anno di pubblicazione del sopra detto “If I Could Only Remember My Name” passano diciotto anni prima di ascoltare un altro suo disco. In questi anni Crosby vive di tutto, da malattie a carceri da droghe a separazioni, accumula tanto di quel “curriculum vitae” da poter scrivere un libro. Ma, come sempre ogni volta rinasce e nel 1989 incide “Oh Yes I Can” (“Oh, si che posso”) cioè la risposta al primo disco “If I Could…” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”), il titolo suona come una convincente dichiarazione d’intenti e riporta prepotentemente la figura di Crosby alla ribalta. Il disco suona bene e convince critici e fans non purtroppo come il successivo “Thousand Roads” del ’93 e ancor meno “It’s All Coming Back To Me Now” del ’95.
La musica di David Crosby, dalle prime avventure con i Byrds fino al recente sodalizio con i CPR passando attraverso la leggendaria epopea di Crosby Stills Nash & Young, è stata la colonna sonora di più d’una generazione. La sua vicenda artistica e umana ha spesso assunto contorni leggendari e mitologici e, seppur con le sue mille contraddizioni, Crosby ha sempre avuto un ruolo di primo piano nei momenti cruciali della storia del rock e del costume.
Da portavoce della controcultura hippie, eroe della generazione di Woodstock, superstar degli anni settanta fino alla discesa agli inferi di una tossicodipendenza quasi letale, Crosby si è sempre esposto in prima persona e oggi porta le cicatrici di una vita avventurosa, sempre al di sopra delle righe.
(Grazie a Marco Grompi e al suo libro: David Crosby)

David Crosby

Ci sono personaggi la cui esistenza si dipana su un canovaccio ricco di svolte, di pieghe improvvise, di parabole inebrianti e di rovinose cadute, di successi fulminei e di paurosi sbandamenti. Il mondo del rock ne è pieno, anche se purtroppo, sovente queste vicende assumono inevitabilmente i contorni mitologici dell’eroe bello e dannato condannato a una morte prematura.
E’ solo per una serie di incredibili scherzi del destino o di karma direbbe un Buddista se oggi David Crosby è ancora qui con noi.
Una vita intensissima, estrema, spesso spericolata, ma che nel corso degli ultimi quattro decenni è stata testimone di pressoché tutti gli eventi chiave della storia del rock. Quasi quarant’anni nel corso dei quali David Crosby è sembrato morire diverse volte, preparando in più d’una circostanza i suoi irriducibili fans alla triste notizia che puntualmente non è arrivata: come un gatto a nove vite.
Musicalmente Crosby ha segnato almeno due decenni con una serie di capolavori culminati con quel “If I Could Only Remember My Name” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”) del 1971 che tutt’oggi rimane come una pietra miliare indiscussa del panorama musicale di quel periodo.


La sua attività musicale inizia nella metà degli anni sessanta con il gruppo dei “The Byrds” con i quali pubblica sette album, senza contare le raccolte e quelli dal vivo. Nel ’69 con Stills e Nash forma l’omonimo gruppo per poi ampliarsi l’anno successivo con l’arrivo di Neil Young. Con questi musicisti a ruota, inciderà poco meno di una ventina di dischi. A cavallo degli anni duemila con Pevar e Raymond pubblicherà una manciata di dischi con la denominazione CPR.
Dal ’71 anno di pubblicazione del sopra detto “If I Could Only Remember My Name” passano diciotto anni prima di ascoltare un altro suo disco. In questi anni Crosby vive di tutto, da malattie a carceri da droghe a separazioni, accumula tanto di quel “curriculum vitae” da poter scrivere un libro. Ma, come sempre ogni volta rinasce e nel 1989 incide “Oh Yes I Can” (“Oh, si che posso”) cioè la risposta al primo disco “If I Could…” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”), il titolo suona come una convincente dichiarazione d’intenti e riporta prepotentemente la figura di Crosby alla ribalta. Il disco suona bene e convince critici e fans non purtroppo come il successivo “Thousand Roads” del ’93 e ancor meno “It’s All Coming Back To Me Now” del ’95.
La musica di David Crosby, dalle prime avventure con i Byrds fino al recente sodalizio con i CPR passando attraverso la leggendaria epopea di Crosby Stills Nash & Young, è stata la colonna sonora di più d’una generazione. La sua vicenda artistica e umana ha spesso assunto contorni leggendari e mitologici e, seppur con le sue mille contraddizioni, Crosby ha sempre avuto un ruolo di primo piano nei momenti cruciali della storia del rock e del costume.
Da portavoce della controcultura hippie, eroe della generazione di Woodstock, superstar degli anni settanta fino alla discesa agli inferi di una tossicodipendenza quasi letale, Crosby si è sempre esposto in prima persona e oggi porta le cicatrici di una vita avventurosa, sempre al di sopra delle righe.
(Grazie a Marco Grompi e al suo libro: David Crosby)

Area – Hommage à Violette Nozières

“So che se fossi pazzo e dopo internato
approfitterei di un momento di lucidità.
Lasciate il mio delirio mio unico martirio
che faccia fuori meglio un dottore, si un dottore.
Credo ci guadagnerei come gli agitati
in cella finalmente, lasciato in pace
tutto tace.”

Uno dei brani (pop) più belli degli Area, Hommage à Violette Nozières è un brano tratto dal disco “1978 Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!”.
Qui sotto il video con solo immagini

qui sotto il video passato in rai, dove si vedono gli Area e Demetrio che (purtroppo) canta in playback. Ma si sa, siamo nel ‘78 e siamo in rai.
Il brano comunque rimane stupendo ed è, a mio giudizio, tra le prime dieci canzoni italiane di tutti i tempi.

Area – Hommage à Violette Nozières

“So che se fossi pazzo e dopo internato
approfitterei di un momento di lucidità.
Lasciate il mio delirio mio unico martirio
che faccia fuori meglio un dottore, si un dottore.
Credo ci guadagnerei come gli agitati
in cella finalmente, lasciato in pace
tutto tace.”

Uno dei brani (pop) più belli degli Area, Hommage à Violette Nozières è un brano tratto dal disco “1978 Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!”.
Qui sotto il video con solo immagini

qui sotto il video passato in rai, dove si vedono gli Area e Demetrio che (purtroppo) canta in playback. Ma si sa, siamo nel ‘78 e siamo in rai.
Il brano comunque rimane stupendo ed è, a mio giudizio, tra le prime dieci canzoni italiane di tutti i tempi.

Police – Reggatta de Blanc (1979)

Ci sono dei dischi che più di altri rimangono nella mente perché legati a forti emozioni. Questo è uno di quelli, un disco legato soprattutto a ricordi… pensate; vent’anni è un nuovo amore… ho detto tutto, no?
Restiamo negli anniversari con questo disco trentenne (che porta bene i suoi anni) Reggatta de Blanc, probabilmente il loro capolavoro uscito nel ‘79 dopo “Outlandos d’amour” del ’77.
All’inizio c’è il punk, anche se per sottrazione: ”Il punk mi interessa come fatto di costume, la musica invece mi fa veramente schifo”, osserva Sting mentre sfrutta lo stesso circuito di club utilizzato da Clash, Stranglers e Sex Pistol. E’ il 1977, e il fenomeno Police esplode in Inghilterra. Sting avverte che è giunto il momento per esprimere cose originali, per superare il guado in cui s’è cacciato il movimento punk, cui per altro non appartiene. Sente di avere un mucchio di cose nuove da dire. Ci crede, e con lui Stewart Copeland. Ha anche dato un calcio alla sua carriera di insegnante per dedicarsi alla musica. Scrive di getto una ventina di pezzi in vista prima dell’esordio e di questo “Raggae dei Bianchi” poi.


Sono stati definiti gli inventori del Reggae rock; il chitarrista Andy Summers, con il suo ricamo sonoro, fatto di fraseggi e accordi di ampio respiro, il bassista Gordon Sumner, in arte Sting sostenitore implacabile nonché voce principale e il batterista Stewart Copeland, con le sue alterne e geniali rullate trascinatore brano per brano.
E così, Message in a bottle, Reggatta de blanc, Deathwish, It’s al right for you, Bring on the night e Walking on the moon, solo per citare le principali e più riuscite canzoni del disco, firmano un’opera che verrà venduta e ascoltata in tutta europa e nel mondo. La caratteristica principale dell’album è la sincronicità, i brani pur andando a tempo prendono vie di fuga diverse e sempre nuove per poi fare ritorno alla base principale, alla melodia iniziale. Si è parlato di reggae perché è elemento fondamentale di tutto il disco, in tutti i brani riecheggia il sound caraibico, che diverrà il loro marchio di fabbrica in barba a tutte le contaminazioni che all’epoca venivano criticate.
I Police dovettero giustificarsi in una conferenza stampa dall’accusa di aver rubato le idee agli artisti reggae. “Sì, abbiamo preso energia dal reggae, ma gliene abbiamo anche data”, dissero. 4/5