Diritto alla rete

14 luglio: un silenzio rumoroso

[via]

Diritto alla rete

“L’iniziativa non ha padri né padroni, appartiene alla Rete ed a quanti credono che essa possa costituire la più grande occasione della storia dell’uomo per consentire la piena attuazione della libertà di informazione presupposto indefettibile per la nascita e sopravvivenza di ogni ordinamento democratico” Guido Scorza

iscriviti/aderisci alla giornata di silenzio per la libertà d’informazione on line.

L’altro lato del terremoto

C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza, c’è solo la voglia e il bisogno di uscire di esporsi nella strada e nella piazza, perché il giudizio universale non passa per le case, le case dove noi ci nascondiamo, bisogna ritornare nella strada, nella strada per conoscere chi siamo.

C’è solo la strada …e gli angeli non danno appuntamenti e anche nelle case più spaziose, non c’è spazio per verifiche e confronti.

C’è solo la strada …in casa non si sentono le trombe, in casa ti allontani dalla vita dalla lotta, dal dolore, dalle bombe. (G. Gaber)

L’altro lato del terremoto

C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza, c’è solo la voglia e il bisogno di uscire di esporsi nella strada e nella piazza, perché il giudizio universale non passa per le case, le case dove noi ci nascondiamo, bisogna ritornare nella strada, nella strada per conoscere chi siamo.

C’è solo la strada …e gli angeli non danno appuntamenti e anche nelle case più spaziose, non c’è spazio per verifiche e confronti.

C’è solo la strada …in casa non si sentono le trombe, in casa ti allontani dalla vita dalla lotta, dal dolore, dalle bombe. (G. Gaber)

Tim Berners-Lee

Ma insomma, il web è buono o cattivo?

C’è chi dice che può essere usato per gli scopi più malvagi.
Per scaricare immagini orribili e oscene o istruzioni per fabbricare bombe.
Altri però raccontano come si sono salvati, trovando nel
web informazioni sulla malattia rara di cui soffrivano.
Dobbiamo sempre ricordare che ogni cosa importante
e potente può essere usata per il bene o per il male.
La dinamite può aprire tunnel nelle montagne o trasformarsi in un missile terribile.
I motori possono far andare un’ambulanza ma anche un carro armato.
L’energia atomica può essere impiegata per le bombe o per trarne energia elettrica.
Quindi ciò che sarà di internet dipende soltanto da noi.
Il web è uno strumento per comunicare.
Grazie alla rete possiamo conoscere gli altri,
capire davvero che cosa dicono e da dove vengono.
Internet può aiutare le gente a comprendersi.
Pensate alle cose brutte che sono successe tra le persone che conoscete.
Quasi tutte sono accadute per scarsa comprensione degli altri.
Anche le guerre scoppiano così.
Usiamo la rete per creare cose nuove ed entusiasmanti.
Usiamo il web per far conoscere le persone tra di loro.

via | wired

Rete & Libertà

La Rete ha vinto e resta libera, post di Guido Scorza pubblicato su Punto Informatico.

La libertà dei cittadini italiani di usare la Rete per informare ed informarsi così come loro garantito dalla Carta fondamentale dei diritti dell’uomo e del cittadino prima e dalla Costituzione poi è salva… almeno per il momento.

I Deputati italiani, infatti, mostrando una maturità ed un rispetto per i diritti fondamentali dei cittadini e degli utenti superiore a quello dei colleghi del Senato, nella notte di ieri, hanno abrogato l’art. 60 del DDL n. 2180, meglio noto al grande pubblico come emendamento D’Alia, approvando l’emendamento Cassinelli. Uno dei più pericolosi attentati alla libertà dell’informazione in Rete ed attraverso la Rete è stato, dunque, sventato.


L’emendamento D’Alia, infatti – che sia stato frutto di superficialità, ignoranza delle dinamiche di circolazione dei contenuti in Rete o di un eccesso di giustizialismo – avrebbe drammaticamente ridotto la libertà di informazione nel nostro Paese per effetto dell’applicazione di una perversa logica repressivo-cautelare in forza della quale la sospetta commissione da parte di un singolo di un reato di opinione avrebbe finito con il gravare sull’intera collettività che, dalla sera alla mattina, si sarebbe ritrovata nell’impossibilità di informare ed informarsi attraverso blog, ugc e altre piattaforme telematiche.

“Nei prossimi giorni varrà, forse, la pena di fermarsi a riflettere su come sia potuto accadere che nel 2009 un Senatore della Repubblica abbia proposto – ed i suoi colleghi abbiano a larga maggioranza approvato – un emendamento che minacciava di oscurare la Rete nel secolo della Rete.” […]

È stato il tam tam della blogosfera, quello nelle piattaforme di social network, il rimbalzare dei video su YouTube, il libero esercizio da parte di centinaia di migliaia di cittadini italiani che ogni giorno usano la Rete del loro diritto di critica e la viralità della comunicazione elettronica a costringere il Parlamento a prestare attenzione ai 1684 caratteri (spazi esclusi) dell’emendamento D’Alia che, altrimenti, avrebbero rischiato di passare inosservati e di formare oggetto – come probabilmente già accaduto al Senato – di un voto distratto, assonnato, intorpidito che, difficilmente, le parole “filtraggio”, “Internet” o “connettività” sarebbero state in grado di risvegliare.
[…] A dirla meglio la realtà è che quella che si è appena consumata sotto i nostri occhi è la prova che Internet è ormai divenuto uno strumento maturo di democrazia elettronica da utilizzarsi in una politica partecipata, ampia e condivisa, caratterizzata da un dialogo aperto, rapido e schietto tra eletti ed elettori, dialogo nell’ambito del quale i numeri e la cassa di risonanza rappresentata dalla dimensione globale del fenomeno possono indurre i primi a ritornare sui propri passi ascoltando l’opinione dei secondi, noi, gli elettori.

Nel mondo dei media tradizionali, della televisione e della carta stampata questo non sarebbe mai stato possibile perché l’informazione correva verticalmente dai più grandi (economicamente e politicamente) ai più piccoli senza alcuna possibilità di invertire la direzione e i primi formavano a loro immagine e somiglianza l’opinione pubblica generando il consenso e scongiurando il formarsi di sacche di dissenso.

È questo il miracolo della Rete, primo mezzo di comunicazione di massa nel senso più pregnante del termine, in grado di lasciarsi plasmare ed utilizzare dai più numerosi e non già dai più grandi economicamente e politicamente.

Tale constatazione costituisce, ad un tempo, la ragione per la quale l’accesso libero e neutrale alla Rete va garantito e tutelato quale presupposto indefettibile dei diritti e delle libertà fondamentali e del perché, da più parti, talora in maniera più trasparente e talaltra più celata, si vorrebbe trasformare, a colpi di regole, la Rete in una grande TV.

Congratulazioni Signora Net, una bella e meritata vittoria!

Occorre, tuttavia, dare a Cesare quel che è di Cesare e, quindi, riconoscere che gli sforzi di quanti in Rete ed attraverso la Rete hanno, nelle ultime settimane, fatto il possibile perché questo risultato venisse raggiunto, sarebbero rimasti frustrati se non avessero trovato adeguata sponda nella responsabilità e nel senso del dovere di alcuni uomini delle Istituzioni ed in alcuni politici più illuminati di altri che hanno raccolto il grido di preoccupazione dei cittadini e lo hanno tradotto in emendamenti all’emendamento D’Alia che – istituzionalmente parlando – non è rimasto travolto dalle urla della Rete ma è stato, invece, soppresso dall’approvazione di due emendamenti sostanzialmente gemelli presentati uno dal PD (molti firmatari) e l’altro dall’On. Cassinelli – lo stesso del Salvablog – che già aveva presentato, facendosi per primo portatore delle istanze della Rete, un altro emendamento meno radicale ma, comunque, in grado di “neutralizzare” il ciclone D’Alia.

Rete & Libertà

La Rete ha vinto e resta libera, post di Guido Scorza pubblicato su Punto Informatico.

La libertà dei cittadini italiani di usare la Rete per informare ed informarsi così come loro garantito dalla Carta fondamentale dei diritti dell’uomo e del cittadino prima e dalla Costituzione poi è salva… almeno per il momento.

I Deputati italiani, infatti, mostrando una maturità ed un rispetto per i diritti fondamentali dei cittadini e degli utenti superiore a quello dei colleghi del Senato, nella notte di ieri, hanno abrogato l’art. 60 del DDL n. 2180, meglio noto al grande pubblico come emendamento D’Alia, approvando l’emendamento Cassinelli. Uno dei più pericolosi attentati alla libertà dell’informazione in Rete ed attraverso la Rete è stato, dunque, sventato.


L’emendamento D’Alia, infatti – che sia stato frutto di superficialità, ignoranza delle dinamiche di circolazione dei contenuti in Rete o di un eccesso di giustizialismo – avrebbe drammaticamente ridotto la libertà di informazione nel nostro Paese per effetto dell’applicazione di una perversa logica repressivo-cautelare in forza della quale la sospetta commissione da parte di un singolo di un reato di opinione avrebbe finito con il gravare sull’intera collettività che, dalla sera alla mattina, si sarebbe ritrovata nell’impossibilità di informare ed informarsi attraverso blog, ugc e altre piattaforme telematiche.

“Nei prossimi giorni varrà, forse, la pena di fermarsi a riflettere su come sia potuto accadere che nel 2009 un Senatore della Repubblica abbia proposto – ed i suoi colleghi abbiano a larga maggioranza approvato – un emendamento che minacciava di oscurare la Rete nel secolo della Rete.” […]

È stato il tam tam della blogosfera, quello nelle piattaforme di social network, il rimbalzare dei video su YouTube, il libero esercizio da parte di centinaia di migliaia di cittadini italiani che ogni giorno usano la Rete del loro diritto di critica e la viralità della comunicazione elettronica a costringere il Parlamento a prestare attenzione ai 1684 caratteri (spazi esclusi) dell’emendamento D’Alia che, altrimenti, avrebbero rischiato di passare inosservati e di formare oggetto – come probabilmente già accaduto al Senato – di un voto distratto, assonnato, intorpidito che, difficilmente, le parole “filtraggio”, “Internet” o “connettività” sarebbero state in grado di risvegliare.
[…] A dirla meglio la realtà è che quella che si è appena consumata sotto i nostri occhi è la prova che Internet è ormai divenuto uno strumento maturo di democrazia elettronica da utilizzarsi in una politica partecipata, ampia e condivisa, caratterizzata da un dialogo aperto, rapido e schietto tra eletti ed elettori, dialogo nell’ambito del quale i numeri e la cassa di risonanza rappresentata dalla dimensione globale del fenomeno possono indurre i primi a ritornare sui propri passi ascoltando l’opinione dei secondi, noi, gli elettori.

Nel mondo dei media tradizionali, della televisione e della carta stampata questo non sarebbe mai stato possibile perché l’informazione correva verticalmente dai più grandi (economicamente e politicamente) ai più piccoli senza alcuna possibilità di invertire la direzione e i primi formavano a loro immagine e somiglianza l’opinione pubblica generando il consenso e scongiurando il formarsi di sacche di dissenso.

È questo il miracolo della Rete, primo mezzo di comunicazione di massa nel senso più pregnante del termine, in grado di lasciarsi plasmare ed utilizzare dai più numerosi e non già dai più grandi economicamente e politicamente.

Tale constatazione costituisce, ad un tempo, la ragione per la quale l’accesso libero e neutrale alla Rete va garantito e tutelato quale presupposto indefettibile dei diritti e delle libertà fondamentali e del perché, da più parti, talora in maniera più trasparente e talaltra più celata, si vorrebbe trasformare, a colpi di regole, la Rete in una grande TV.

Congratulazioni Signora Net, una bella e meritata vittoria!

Occorre, tuttavia, dare a Cesare quel che è di Cesare e, quindi, riconoscere che gli sforzi di quanti in Rete ed attraverso la Rete hanno, nelle ultime settimane, fatto il possibile perché questo risultato venisse raggiunto, sarebbero rimasti frustrati se non avessero trovato adeguata sponda nella responsabilità e nel senso del dovere di alcuni uomini delle Istituzioni ed in alcuni politici più illuminati di altri che hanno raccolto il grido di preoccupazione dei cittadini e lo hanno tradotto in emendamenti all’emendamento D’Alia che – istituzionalmente parlando – non è rimasto travolto dalle urla della Rete ma è stato, invece, soppresso dall’approvazione di due emendamenti sostanzialmente gemelli presentati uno dal PD (molti firmatari) e l’altro dall’On. Cassinelli – lo stesso del Salvablog – che già aveva presentato, facendosi per primo portatore delle istanze della Rete, un altro emendamento meno radicale ma, comunque, in grado di “neutralizzare” il ciclone D’Alia.

Dossier acqua, l’Italia persa tra le bollicine

parole scritte La crisi, certo. La recessione, la depressione, il taglio dl superfluo. Ma c’è almeno un settore che non decresce e anzi va a gonfie vele. È il comparto dell’acqua. Che sia effervescente o naturale, ricca di sodio o con poco magnesio, oligominerale o mineralizzata attraverso brocche o sistemi per potabilizzare quella casalinga, il «prodotto» continua a funzionare. C’è, anzitutto, che gli italiani poco si fidano di quanto arriva dal rubinetto. Temono l’eccesso di calcare, l’inquinamento delle falde acquifere, o semplicemente non ne amano il sapore. Ma c’è anche una condizione psicologica, non trascurabile. Da una parte l’idea che alcune acque in bottiglia possiedano proprietà benefiche acclarate. Dall’altra la sensazione che, anche in tempi di crisi, quello dell’acqua confezionata sia un acquisto plausibile, che non incida oltremodo sul budget familiare ma «faccia bene».

Lo commenta anche il responsabile marketing della San Benedetto che spiega questa passione molto italiana come «un fatto culturale». L’acqua viene considerata a tutti gli effetti un genere alimentare, al pari di pasta o olio. Quindi deve essere di buona qualità. Per risparmiare, poi, ci sono mille sistemi. Dall’approvigionamento direttamente alla fonte ai filtri per pulire l’acqua di casa da qualunque residuo. Sia come sia, non si tratta di un consumo superfluo.
C’è poi una vaga connotazione psicologica: le bollicine «mettono allegria». Proprio così, testuale. Un po’ come succedeva con l’Idrolitina o le altre polverine «magiche» che riempivano le caraffe dell’Italia anni Sessanta. Era bicarbonato di sodio mescolato all’acido malico e tartarico, ma quello della bustina da versare nella bottiglia con tappo ermetico era un rituale gettonatissimo. «Come acqua sorgiva direttamente a casa tua», diceva la pubblicità. Che a tutt’oggi fa massicciamente il suo dovere, imponendo stili di vita, reclutando star di ogni genere per promuovere acque che fanno digerire, che aiutano a dimagrire e a depurarsi. Il concetto «acqua uguale pulizia» è il più semplice da far passare, ma di grandissimo impatto. E funziona. Gli ultimi dati parlano chiaro. Un dossier presentato ieri da Legambiente e Altraeconomia dice che nel 2007 abbiamo consumato la bellezza di 12,4 miliardi di acqua confezionata e che siamo disposti a pagarla mille volte di più di quella che esce dal rubinetto di casa (in media 0,5 millesimi di euro al litro contro i 30/50 centesimi di euro al litro per quella in bottiglia).
Con 196 litri pro capite all’anno, siamo il Paese d’Europa che ne consuma di più. Il terzo al mondo dopo gli Emirati Arabi e il Messico. Un volume d’affari per le aziende del comparto – 192 fonti e 321 marche – che supera i 2,25 miliardi di euro. Le uniche a rimetterci sono Regioni e Province che per i canoni di concessione delle multinazionali dell’acqua prendono cifre irrisorie, regolate in alcuni casi da un Regio decreto del 1927. Funziona così: ci sono regioni, tipo la Puglia, dove ogni ettaro di concessione costa un euro, indipendentemente dal numero di litri imbottigliati. In Veneto, al contrario, tre euro. In Abruzzo la tariffazione è forfettaria, a Bolzano si paga un canone annuo. Una sperequazione.
Legambiente chiede una legge ma soprattutto continua ad invitare gli italiani a usare l’acqua del rubinetto. «Che è di ottima qualità», ribadiscono. E non produce inquinamento né tonnellate di plastica. Un dibattito molto nostrano. A Istanbul il forum internazionale dell’acqua ci consegna dati drammatici: un miliardo di persone nel mondo non dispone di acqua potabile e muore di sete. In Nord Africa e Medio Oriente, a due passi da noi che sguazziamo nelle bollicine.

[fonte]

Dossier acqua, l’Italia persa tra le bollicine

parole scritte La crisi, certo. La recessione, la depressione, il taglio dl superfluo. Ma c’è almeno un settore che non decresce e anzi va a gonfie vele. È il comparto dell’acqua. Che sia effervescente o naturale, ricca di sodio o con poco magnesio, oligominerale o mineralizzata attraverso brocche o sistemi per potabilizzare quella casalinga, il «prodotto» continua a funzionare. C’è, anzitutto, che gli italiani poco si fidano di quanto arriva dal rubinetto. Temono l’eccesso di calcare, l’inquinamento delle falde acquifere, o semplicemente non ne amano il sapore. Ma c’è anche una condizione psicologica, non trascurabile. Da una parte l’idea che alcune acque in bottiglia possiedano proprietà benefiche acclarate. Dall’altra la sensazione che, anche in tempi di crisi, quello dell’acqua confezionata sia un acquisto plausibile, che non incida oltremodo sul budget familiare ma «faccia bene».

Lo commenta anche il responsabile marketing della San Benedetto che spiega questa passione molto italiana come «un fatto culturale». L’acqua viene considerata a tutti gli effetti un genere alimentare, al pari di pasta o olio. Quindi deve essere di buona qualità. Per risparmiare, poi, ci sono mille sistemi. Dall’approvigionamento direttamente alla fonte ai filtri per pulire l’acqua di casa da qualunque residuo. Sia come sia, non si tratta di un consumo superfluo.
C’è poi una vaga connotazione psicologica: le bollicine «mettono allegria». Proprio così, testuale. Un po’ come succedeva con l’Idrolitina o le altre polverine «magiche» che riempivano le caraffe dell’Italia anni Sessanta. Era bicarbonato di sodio mescolato all’acido malico e tartarico, ma quello della bustina da versare nella bottiglia con tappo ermetico era un rituale gettonatissimo. «Come acqua sorgiva direttamente a casa tua», diceva la pubblicità. Che a tutt’oggi fa massicciamente il suo dovere, imponendo stili di vita, reclutando star di ogni genere per promuovere acque che fanno digerire, che aiutano a dimagrire e a depurarsi. Il concetto «acqua uguale pulizia» è il più semplice da far passare, ma di grandissimo impatto. E funziona. Gli ultimi dati parlano chiaro. Un dossier presentato ieri da Legambiente e Altraeconomia dice che nel 2007 abbiamo consumato la bellezza di 12,4 miliardi di acqua confezionata e che siamo disposti a pagarla mille volte di più di quella che esce dal rubinetto di casa (in media 0,5 millesimi di euro al litro contro i 30/50 centesimi di euro al litro per quella in bottiglia).
Con 196 litri pro capite all’anno, siamo il Paese d’Europa che ne consuma di più. Il terzo al mondo dopo gli Emirati Arabi e il Messico. Un volume d’affari per le aziende del comparto – 192 fonti e 321 marche – che supera i 2,25 miliardi di euro. Le uniche a rimetterci sono Regioni e Province che per i canoni di concessione delle multinazionali dell’acqua prendono cifre irrisorie, regolate in alcuni casi da un Regio decreto del 1927. Funziona così: ci sono regioni, tipo la Puglia, dove ogni ettaro di concessione costa un euro, indipendentemente dal numero di litri imbottigliati. In Veneto, al contrario, tre euro. In Abruzzo la tariffazione è forfettaria, a Bolzano si paga un canone annuo. Una sperequazione.
Legambiente chiede una legge ma soprattutto continua ad invitare gli italiani a usare l’acqua del rubinetto. «Che è di ottima qualità», ribadiscono. E non produce inquinamento né tonnellate di plastica. Un dibattito molto nostrano. A Istanbul il forum internazionale dell’acqua ci consegna dati drammatici: un miliardo di persone nel mondo non dispone di acqua potabile e muore di sete. In Nord Africa e Medio Oriente, a due passi da noi che sguazziamo nelle bollicine.

[fonte]

Il ricordo del gusto

Dopo il ricordo del rumore e quello dell’odore, voglio ricordare quello del gusto. Chiudo gli occhi, la mia memoria si muove in cerca di quei gusti che per un motivo o per un altro hanno lasciato un segno indelebile nei miei ricordi. Il gelato alla fragola con l’interno di panna è il primo che mi viene in mente, gelato che rigorosamente potevo permettermi solo alla domenica nei mesi estivi.
Poi, ed è forse un segno del destino, il vino, che successivamente diventerà anche protagonista del mio lavoro, vino, che a differenza di oggi, una volta si cominciava ad assaggiare, almeno da noi in campagna, fin dall’adolescenza. Ricordo che non mi piacque subito ma un po’ alla volta ho cominciato ad apprezzarlo, un’usanza fedele che mi ha accompagnato fino ad ora.
Navigo con la mente e mi escono fuori vari gusti: le caramelle Rossana, alcuni dolciumi e quello deciso del castagnaccio.

L’elemento principale di questo senso è la lingua e i suoi recettori, il dolce, l’amaro, l’acido e il salato ma non solo, anche altri “bottoni” gustativi adiacenti come il palato, le tonsille e la faringe hanno la loro “relativa” importanza. Sono questi gli elementi che fanno funzionare il nostro gusto e che ancora una volta fanno, come per i rumori e per gli odori, da separatore “positivo” e “negativo” “buono” o “cattivo” del nostro bagaglio sensitivo . Anche i gusti inevitabilmente che lo vogliamo o no, ci accompagnano in tutta la nostra vita. La nostra mente immagazzina tutti i “file” gustativi e fa da pilota prima di qualsiasi assaggio.

Per assaporare nuovi gusti bisognerebbe però ogni tanto “resettare” i nostri ricordi, solo così riusciremo ad apprezzare nuove “frontiere” gustative.
Ciascuno di noi può raccontare i propri gusti e quindi vi chiedo di provare per un istante a risentire i ricordi gustativi dell’infanzia… cosa sentite? Pardon, cosa gustate?

Il ricordo del gusto

Dopo il ricordo del rumore e quello dell’odore, voglio ricordare quello del gusto. Chiudo gli occhi, la mia memoria si muove in cerca di quei gusti che per un motivo o per un altro hanno lasciato un segno indelebile nei miei ricordi. Il gelato alla fragola con l’interno di panna è il primo che mi viene in mente, gelato che rigorosamente potevo permettermi solo alla domenica nei mesi estivi.
Poi, ed è forse un segno del destino, il vino, che successivamente diventerà anche protagonista del mio lavoro, vino, che a differenza di oggi, una volta si cominciava ad assaggiare, almeno da noi in campagna, fin dall’adolescenza. Ricordo che non mi piacque subito ma un po’ alla volta ho cominciato ad apprezzarlo, un’usanza fedele che mi ha accompagnato fino ad ora.
Navigo con la mente e mi escono fuori vari gusti: le caramelle Rossana, alcuni dolciumi e quello deciso del castagnaccio.

L’elemento principale di questo senso è la lingua e i suoi recettori, il dolce, l’amaro, l’acido e il salato ma non solo, anche altri “bottoni” gustativi adiacenti come il palato, le tonsille e la faringe hanno la loro “relativa” importanza. Sono questi gli elementi che fanno funzionare il nostro gusto e che ancora una volta fanno, come per i rumori e per gli odori, da separatore “positivo” e “negativo” “buono” o “cattivo” del nostro bagaglio sensitivo . Anche i gusti inevitabilmente che lo vogliamo o no, ci accompagnano in tutta la nostra vita. La nostra mente immagazzina tutti i “file” gustativi e fa da pilota prima di qualsiasi assaggio.

Per assaporare nuovi gusti bisognerebbe però ogni tanto “resettare” i nostri ricordi, solo così riusciremo ad apprezzare nuove “frontiere” gustative.
Ciascuno di noi può raccontare i propri gusti e quindi vi chiedo di provare per un istante a risentire i ricordi gustativi dell’infanzia… cosa sentite? Pardon, cosa gustate?

Decrescita: società

Dopo il primo sull’alimentazione, prendiamo in considerazione ora il secondo punto: la società:

“Mantenete unita la vostra famiglia. Tessete alleanze con i vicini, con i genitori dei compagni di scuola dei vostri figli (se vanno a scuola), con i colleghi di lavoro, con tutta la *comunità e soprattutto con i familiari più stretti e lontani e con i vostri amici. Associatevi a cooperative, spacci, reti di consumo locale… Proteggete il piccolo **commercio e le eco-nomie locali, gli artigiani e gli ***agricoltori locali. Promuovete il modello di società mediterranea, cordiale, semplice. È ecologico, salutare e dona il buon umore”.
*Sviluppo della persona
La società dei consumi ha bisogno di consumatori servili e sottomessi che non desiderino più essere degli umani a tutto tondo. Questi non possono più esistere che grazie all’abbrutimento, per esempio davanti alla televisione, ai “divertimenti” o al consumo di psicofarmaci (Prozac…)
Al contrario, la decrescita economica ha come condizione uno sviluppo sociale ed umano. Arricchirsi sviluppando la propria vita interiore. Privilegiare la qualità della relazione con se stessi e con gli altri a detrimento della volontà di possedere degli oggetti che a loro volta vi possiederanno. Cercare di vivere in pace, in armonia con la natura, non cedere alla propria violenza, ecco la vera forza.

**Boicottare la grande distribuzione
La grande distribuzione è inscindibile dall’automobile. Disumanizza il lavoro, inquina e sfigura le periferie, uccide i centri delle città, favorisce l’agricoltura intensiva, centralizza il capitale, ecc. La lista dei flagelli che rappresenta è troppo lunga per essere elencata qui.
Noi le preferiamo: prima di tutto consumare meno, l’autoproduzione alimentare (l’orto), poi le botteghe di quartiere, le cooperative, l’artigianato. Questo ci porterà anche a consumare meno e a rifiutare i prodotti industriali.
***Consumare prodotti locali
Quando si compra una banana delle Antille, si consuma anche il petrolio necessario al suo trasporto verso i nostri paesi ricchi. Produrre e consumare localmente è una delle condizioni migliori per entrare nel movimento di decrescita, non in senso egoistico, chiaramente, ma al contrario perché ogni popolazione ritrovi la sua capacità di autosufficienza. Per esempio, quando un contadino africano coltiva delle noci di cacao per arricchire qualche dirigente corrotto, non coltiva di che nutrirsi e nutrire la sua comunità.
[appunti trovati in rete nei siti della decrescita]

Decrescita: società

Dopo il primo sull’alimentazione, prendiamo in considerazione ora il secondo punto: la società:

“Mantenete unita la vostra famiglia. Tessete alleanze con i vicini, con i genitori dei compagni di scuola dei vostri figli (se vanno a scuola), con i colleghi di lavoro, con tutta la *comunità e soprattutto con i familiari più stretti e lontani e con i vostri amici. Associatevi a cooperative, spacci, reti di consumo locale… Proteggete il piccolo **commercio e le eco-nomie locali, gli artigiani e gli ***agricoltori locali. Promuovete il modello di società mediterranea, cordiale, semplice. È ecologico, salutare e dona il buon umore”.
*Sviluppo della persona
La società dei consumi ha bisogno di consumatori servili e sottomessi che non desiderino più essere degli umani a tutto tondo. Questi non possono più esistere che grazie all’abbrutimento, per esempio davanti alla televisione, ai “divertimenti” o al consumo di psicofarmaci (Prozac…)
Al contrario, la decrescita economica ha come condizione uno sviluppo sociale ed umano. Arricchirsi sviluppando la propria vita interiore. Privilegiare la qualità della relazione con se stessi e con gli altri a detrimento della volontà di possedere degli oggetti che a loro volta vi possiederanno. Cercare di vivere in pace, in armonia con la natura, non cedere alla propria violenza, ecco la vera forza.

**Boicottare la grande distribuzione
La grande distribuzione è inscindibile dall’automobile. Disumanizza il lavoro, inquina e sfigura le periferie, uccide i centri delle città, favorisce l’agricoltura intensiva, centralizza il capitale, ecc. La lista dei flagelli che rappresenta è troppo lunga per essere elencata qui.
Noi le preferiamo: prima di tutto consumare meno, l’autoproduzione alimentare (l’orto), poi le botteghe di quartiere, le cooperative, l’artigianato. Questo ci porterà anche a consumare meno e a rifiutare i prodotti industriali.
***Consumare prodotti locali
Quando si compra una banana delle Antille, si consuma anche il petrolio necessario al suo trasporto verso i nostri paesi ricchi. Produrre e consumare localmente è una delle condizioni migliori per entrare nel movimento di decrescita, non in senso egoistico, chiaramente, ma al contrario perché ogni popolazione ritrovi la sua capacità di autosufficienza. Per esempio, quando un contadino africano coltiva delle noci di cacao per arricchire qualche dirigente corrotto, non coltiva di che nutrirsi e nutrire la sua comunità.
[appunti trovati in rete nei siti della decrescita]

Decrescita: alimentazione

Da qualche mese circola in rete un decalogo sulla decrescita. A parte il valore più o meno condivisibile, proviamo a verificare punto per punto (…uno alla volta per carità) se corrisponde al nostro modo di vivere quotidiano.
Il primo è sull’alimentazione.

“Consumate tutti i prodotti selvatici che potete e raccoglieteli voi stessi con metodi conservativi. Consumate tutti gli alimenti autoprodotti che potete. Fate in modo che gli alimenti siano biologici, locali, artigianali…
Se non avete l’orto né possibilità di averne uno, associatevi a una cooperativa, piantate sul terrazzo di casa, proteggete il piccolo commercio e le reti locali, comprate direttamente da agricoltori e fattori. Se potete, fate lo yogurt, il pane, i dolci…
Rifiutate i prodotti delle grandi marche convenzionali, la modificazione genetica, gli alimenti molto pubblicizzati in televisione, il cibo spazzatura…
Ringraziate per gli alimenti che mangiate ogni giorno.
Diminuite più che potete l’ingestione di *proteine animali, molto cara ecologicamente parlando. Consumate i prodotti di stagione. Cucinate a fuoco lento. Evitate il cibo precotto. Conservate e/o proteggete le ricette, le varietà e le tradizioni locali.
Nell’India Vedica, il cuoco ricopriva una posizione sociale importante quasi quanto quella di un brahamani o di un medico.”

*Mangiare poca carne
O meglio, mangiare vegetariano. Le condizioni di vita riservate agli animali di allevamento rivela la barbarie tecnoscientifica della nostra civiltà. L’alimentazione carnea è anche un grosso problema ecologico. E meglio nutrirsi direttamente dei cereali che utilizzare il terreno agricolo per nutrire animali destinati al macello. Mangiare vegetariano, o comunque mangiare meno carne ci porta anche una miglior igiene alimentare, meno ricca in calorie.

Parto male. A leggere questo primo punto, noto (…come non lo sapessi) che la mia alimentazione non è consona alla decrescita (… e si vede). :(
Caffè a colazione, due biscotti a mezza mattina. A pranzo, in linea di massima preparo (la moglie è al lavoro) un primo; pasta o riso, rigorosamente con olio extravergine e un po’ di formaggio grana. Più sobrio di così! A cena mangio (…e mangerei) di tutto, anche il legno del tavolo! :(
Non mangio bio (ho provato ma, CI siamo stancati), non ho l’orto, compriamo nelle reti classiche di commercializzazione, super e medi market. Mangio carne (pesce una volta alla settimana), affettati e formaggi, pane, dolci e vino. Verdura sempre, tanta e di stagione.
Sono in sovrappeso, inizio ogni giorno la dieta ma la dimentico cinque minuti dopo.
Non faccio palestra ne altre attività fisiche. :(
Mi rendo conto che ho molto su cui lavorare, e voi?