Archivio mensile:marzo 2007

Corpo e Mente

Da diversi anni ormai si va affermando una concezione psicosomatica (mente e corpo) della medicina e non solo. Corpo e mente sono inseparabili, legati fra loro.
Da duemilacinquecento anni il Buddismo afferma che gli aspetti fisici e spirituali hanno un’origine comune, sono due manifestazioni della stessa entità. È la vita stessa: l’energia vitale che scorre dentro e alimenta le funzioni fisiche e spirituali. Anche la scienza conferma questa inseparabilità. Uno stress psicologico può provocare una malattia fisica. Una disfunzione corporale può avere effetti sull’umore, sui pensieri.
La concezione tradizionale separava il sistema nervoso (cioè il cervello, le cellule nervose, che costituiscono la sede della memoria, del pensiero, delle emozioni) dal sistema endocrino (ghiandole e ormoni che regolano l’organismo e integrano le varie funzioni corporali) e dal sistema immunitario (il sistema di difesa del corpo, che attraverso il midollo osseo e altre cellule controlla e ripara i tessuti).
Nella filosofia/pratica Buddista esiste la teoria dei dieci mondi (verranno trattati più avanti) che molto in generale dice: lo stato vitale profondo ha un’influenza concreta sul corpo e la mente. Attivando la tonalità giusta, tutto si modifica positivamente, si armonizza. Naturalmente, ciò non significa assolutamente che praticando il Buddismo si può fare a meno di curare una malattia con le medicine. È certo, però, come dimostrerebbero studi recenti, che un’elevata condizione vitale – fatta di energia positiva, gioia, speranza – può accelerare un processo di guarigione.
Ampliando poi il concetto fino ai tremila mondi (verranno trattati più avanti) si può dire che il cambio di tonalità interiore genera un mutamento anche nell’ambiente circostante. Infatti l’individuo è collegato al suo ambiente: è inseparabile, come la cellula di un organismo più complesso. […] l’essere umano è parte dell’“organismo” famiglia, luogo di lavoro, società… In tutti questi ambienti avviene un interscambio paragonabile a quanto visto per il rapporto corpo-mente. A un livello più esteso, anche la Terra può essere considerata un organismo complesso con la sua rete di equilibri e influenze fra “cose” ed esseri viventi.
La convinzione illusoria della specie umana di essere in qualche modo indipendente e separata dal tutto (se non addirittura superiore, privilegiata, “eletta”) è ciò che la ha portata a comportarsi spesso come un’arrogante cellula cancerogena, che aggredisce e distrugge lo stesso organismo in cui vive. Sia esso la famiglia o il pianeta intero.
Quindi, come già affermato prima, secondo il Buddismo tutto è collegato. Ognuno di noi ha un suo preciso ambiente (il sé, gli altri, le cose), in cui agiscono i mille mondi. L’influenza reciproca fra noi e l’ambiente dipende dallo stato vitale: possiamo essere schiacciati dalle circostanze, trovarci in perenne conflitto, farci guidare passivamente dalle situazioni. Oppure, decidere noi la direzione. “La vita assomiglia al vibrare delle note. E l’individuo a uno strumento a corde”, scriveva Beethoven nel suo diario. Se l’individuo non ha l’intonazione giusta, non può risuonare con ciò che lo circonda. Anzi, la sua dissonanza “disturba l’armonia che si ode in un coro ben intonato”.
spunti di:
Felicità in questo mondo
(Edizioni I.B.I.S.G.)

Corpo e Mente

Da diversi anni ormai si va affermando una concezione psicosomatica (mente e corpo) della medicina e non solo. Corpo e mente sono inseparabili, legati fra loro.
Da duemilacinquecento anni il Buddismo afferma che gli aspetti fisici e spirituali hanno un’origine comune, sono due manifestazioni della stessa entità. È la vita stessa: l’energia vitale che scorre dentro e alimenta le funzioni fisiche e spirituali. Anche la scienza conferma questa inseparabilità. Uno stress psicologico può provocare una malattia fisica. Una disfunzione corporale può avere effetti sull’umore, sui pensieri.
La concezione tradizionale separava il sistema nervoso (cioè il cervello, le cellule nervose, che costituiscono la sede della memoria, del pensiero, delle emozioni) dal sistema endocrino (ghiandole e ormoni che regolano l’organismo e integrano le varie funzioni corporali) e dal sistema immunitario (il sistema di difesa del corpo, che attraverso il midollo osseo e altre cellule controlla e ripara i tessuti).
Nella filosofia/pratica Buddista esiste la teoria dei dieci mondi (verranno trattati più avanti) che molto in generale dice: lo stato vitale profondo ha un’influenza concreta sul corpo e la mente. Attivando la tonalità giusta, tutto si modifica positivamente, si armonizza. Naturalmente, ciò non significa assolutamente che praticando il Buddismo si può fare a meno di curare una malattia con le medicine. È certo, però, come dimostrerebbero studi recenti, che un’elevata condizione vitale – fatta di energia positiva, gioia, speranza – può accelerare un processo di guarigione.
Ampliando poi il concetto fino ai tremila mondi (verranno trattati più avanti) si può dire che il cambio di tonalità interiore genera un mutamento anche nell’ambiente circostante. Infatti l’individuo è collegato al suo ambiente: è inseparabile, come la cellula di un organismo più complesso. […] l’essere umano è parte dell’“organismo” famiglia, luogo di lavoro, società… In tutti questi ambienti avviene un interscambio paragonabile a quanto visto per il rapporto corpo-mente. A un livello più esteso, anche la Terra può essere considerata un organismo complesso con la sua rete di equilibri e influenze fra “cose” ed esseri viventi.
La convinzione illusoria della specie umana di essere in qualche modo indipendente e separata dal tutto (se non addirittura superiore, privilegiata, “eletta”) è ciò che la ha portata a comportarsi spesso come un’arrogante cellula cancerogena, che aggredisce e distrugge lo stesso organismo in cui vive. Sia esso la famiglia o il pianeta intero.
Quindi, come già affermato prima, secondo il Buddismo tutto è collegato. Ognuno di noi ha un suo preciso ambiente (il sé, gli altri, le cose), in cui agiscono i mille mondi. L’influenza reciproca fra noi e l’ambiente dipende dallo stato vitale: possiamo essere schiacciati dalle circostanze, trovarci in perenne conflitto, farci guidare passivamente dalle situazioni. Oppure, decidere noi la direzione. “La vita assomiglia al vibrare delle note. E l’individuo a uno strumento a corde”, scriveva Beethoven nel suo diario. Se l’individuo non ha l’intonazione giusta, non può risuonare con ciò che lo circonda. Anzi, la sua dissonanza “disturba l’armonia che si ode in un coro ben intonato”.
spunti di:
Felicità in questo mondo
(Edizioni I.B.I.S.G.)

Corpo e Mente

Da diversi anni ormai si va affermando una concezione psicosomatica (mente e corpo) della medicina e non solo. Corpo e mente sono inseparabili, legati fra loro.
Da duemilacinquecento anni il Buddismo afferma che gli aspetti fisici e spirituali hanno un’origine comune, sono due manifestazioni della stessa entità. È la vita stessa: l’energia vitale che scorre dentro e alimenta le funzioni fisiche e spirituali. Anche la scienza conferma questa inseparabilità. Uno stress psicologico può provocare una malattia fisica. Una disfunzione corporale può avere effetti sull’umore, sui pensieri.
La concezione tradizionale separava il sistema nervoso (cioè il cervello, le cellule nervose, che costituiscono la sede della memoria, del pensiero, delle emozioni) dal sistema endocrino (ghiandole e ormoni che regolano l’organismo e integrano le varie funzioni corporali) e dal sistema immunitario (il sistema di difesa del corpo, che attraverso il midollo osseo e altre cellule controlla e ripara i tessuti).
Nella filosofia/pratica Buddista esiste la teoria dei dieci mondi (verranno trattati più avanti) che molto in generale dice: lo stato vitale profondo ha un’influenza concreta sul corpo e la mente. Attivando la tonalità giusta, tutto si modifica positivamente, si armonizza. Naturalmente, ciò non significa assolutamente che praticando il Buddismo si può fare a meno di curare una malattia con le medicine. È certo, però, come dimostrerebbero studi recenti, che un’elevata condizione vitale – fatta di energia positiva, gioia, speranza – può accelerare un processo di guarigione.
Ampliando poi il concetto fino ai tremila mondi (verranno trattati più avanti) si può dire che il cambio di tonalità interiore genera un mutamento anche nell’ambiente circostante. Infatti l’individuo è collegato al suo ambiente: è inseparabile, come la cellula di un organismo più complesso. […] l’essere umano è parte dell’“organismo” famiglia, luogo di lavoro, società… In tutti questi ambienti avviene un interscambio paragonabile a quanto visto per il rapporto corpo-mente. A un livello più esteso, anche la Terra può essere considerata un organismo complesso con la sua rete di equilibri e influenze fra “cose” ed esseri viventi.
La convinzione illusoria della specie umana di essere in qualche modo indipendente e separata dal tutto (se non addirittura superiore, privilegiata, “eletta”) è ciò che la ha portata a comportarsi spesso come un’arrogante cellula cancerogena, che aggredisce e distrugge lo stesso organismo in cui vive. Sia esso la famiglia o il pianeta intero.
Quindi, come già affermato prima, secondo il Buddismo tutto è collegato. Ognuno di noi ha un suo preciso ambiente (il sé, gli altri, le cose), in cui agiscono i mille mondi. L’influenza reciproca fra noi e l’ambiente dipende dallo stato vitale: possiamo essere schiacciati dalle circostanze, trovarci in perenne conflitto, farci guidare passivamente dalle situazioni. Oppure, decidere noi la direzione. “La vita assomiglia al vibrare delle note. E l’individuo a uno strumento a corde”, scriveva Beethoven nel suo diario. Se l’individuo non ha l’intonazione giusta, non può risuonare con ciò che lo circonda. Anzi, la sua dissonanza “disturba l’armonia che si ode in un coro ben intonato”.
spunti di:
Felicità in questo mondo
(Edizioni I.B.I.S.G.)

ancora …parole

Vorrei dire parole che mai ho pronunciato,
parole leggere che mai ho incontrato.
Parole consapevoli e sincere, parole impenetrabili ma vere.
Parole razionali e speranzose, parole irragionevoli ma curiose.
Parole sussurrate con dolcezza, parole gridate per contentezza.
Parole urlate dalla rabbia, parole nascoste nella sabbia.
Parole non dette per paura, parole cercate senza censura.
Vorrei dire parole pensate e mai scritte, parole sognate solo di notte.
Parole sfiorate dai miei pensieri, parole cullate dai miei desideri.
Parole per mille poesie immaginate, parole per frasi mai ultimate.
Parole silenziose nate dentro, parole accese per andar contro.
Parole strane che mai avrei pensato, parole dal cuore per dire ho creato.
Parole forti che diano un senso, parole di un attimo d’immenso.
Novalis

ancora …parole

Vorrei dire parole che mai ho pronunciato,
parole leggere che mai ho incontrato.
Parole consapevoli e sincere, parole impenetrabili ma vere.
Parole razionali e speranzose, parole irragionevoli ma curiose.
Parole sussurrate con dolcezza, parole gridate per contentezza.
Parole urlate dalla rabbia, parole nascoste nella sabbia.
Parole non dette per paura, parole cercate senza censura.
Vorrei dire parole pensate e mai scritte, parole sognate solo di notte.
Parole sfiorate dai miei pensieri, parole cullate dai miei desideri.
Parole per mille poesie immaginate, parole per frasi mai ultimate.
Parole silenziose nate dentro, parole accese per andar contro.
Parole strane che mai avrei pensato, parole dal cuore per dire ho creato.
Parole forti che diano un senso, parole di un attimo d’immenso.
Novalis

ancora …parole

Vorrei dire parole che mai ho pronunciato,
parole leggere che mai ho incontrato.
Parole consapevoli e sincere, parole impenetrabili ma vere.
Parole razionali e speranzose, parole irragionevoli ma curiose.
Parole sussurrate con dolcezza, parole gridate per contentezza.
Parole urlate dalla rabbia, parole nascoste nella sabbia.
Parole non dette per paura, parole cercate senza censura.
Vorrei dire parole pensate e mai scritte, parole sognate solo di notte.
Parole sfiorate dai miei pensieri, parole cullate dai miei desideri.
Parole per mille poesie immaginate, parole per frasi mai ultimate.
Parole silenziose nate dentro, parole accese per andar contro.
Parole strane che mai avrei pensato, parole dal cuore per dire ho creato.
Parole forti che diano un senso, parole di un attimo d’immenso.
Novalis

Generazioni

La musica dimostra di non appartenere più alla sua generazione, nessuno può più dire “questa musica è mia!”. Ascoltare certa musica non ci fa più identificare con una età, e nemmeno serve a legare le generazioni. Oramai la musica, quella con la M maiuscola, abbatte le barriere del tempo e viene riletta e aggiornata nei suoi significati dai linguaggi correnti, arricchita, quindi, nel suo valore e apprezzata con forza, pur ignorando, in parte o in toto, le sue pulsioni originarie. A seguito pubblico questo bel testo di Alfredo “Londra chiama” leggetelo, ne vale la pena.
(…) Quel giorno, vicino a me, era seduto un ragazzo che poteva essere mio figlio, un ventenne all’incirca, forse più giovane ancora. Aveva delle cuffiette e ascoltava musica a un volume spasmodico, al punto che udivo distintamente la sua musica anch’io.
(…) Stava ascoltando London Calling dei Clash il mio album preferito. La grande musica è tale perché non ci stanchiamo mai di ascoltarla, non ha etichetta, è eterna, inossidabile, galleggia (anzi naviga!) sulla miseria dei tempi, vi resiste incondizionatamente.
(…) Potete immaginare che emozione sentirlo riemergere dall’MP3 di un ragazzo che nel 1979 non era ancora nato. In casi come questi pensi che il tempo non si fermi soltanto per la musica, ma si fermi anche per te e ti consenta di fluttuare sugli istanti come sospeso, stabilendo così una sorta di fratellanza universale tra gli uomini, al di là delle singole età anagrafiche.
«London Calling!» dico al ragazzo sorridendo.
«Cosa dice?» urla senza nemmeno togliere le cuffiette. Ovviamente urla, perché è inondato di musica.
«London Calling!» ripeto «È London Calling!». Sorrido ancora.
Si toglie la cuffietta destra, una sola!, mi guarda pateticamente: «Cosa?» ripete ancora, stavolta senza urlare troppo.
«Dicevo: è London Calling!».«Sì!» risponde senza manifestare alcuna inflessione o debolezza emotiva e rimette la cuffietta.Tutto qui. Si limitò a dire “sì”.
Ma io non cercavo una conferma, la mia era una affermazione. Forse non ha capito bene la sfumatura, penso.
«Lo so che è London Calling» dico «volevo dire che lo conosco, che è il mio CD preferito!».
«Ah!» dice lui, ed è come dire: e chi se ne frega.
«Non ti sembra curioso che ascoltiamo la stessa musica a distanza di tanti anni cronologici e anagrafici?» dico con lo spirito di chi si sente di far parte di una comunità di eletti, ossia i patiti di musica pop-rock.
«È come se la musica unisse tempi e mondi diversi no? Oltre ogni classificazione! Un ponte (faccio anche un cenno con la mano)! Non ti pare?» aggiungo.
Passano alcuni secondi prima di una risposta. Poi dice: «A me sembra curioso che uno come lei, alla sua età, ancora ascolti questa musica…».
Alla mia età? E che c’entra la mia età. Come opporre distinzioni anagrafiche alla potenza eterna, dionisiaca della musica? Avrei voluto ribattere che l’età non c’entra, che io quella musica la ascoltavo a vent’anni, che oggi è come ieri, che l’entusiasmo è lo stesso, così la passione (anzi, di più) e chissà cos’altro ancora.
Lui intanto aveva rimesso le cuffiette ed era passato ad ascoltare altro, come se io non esistessi. Mi aveva già cancellato e non so nemmeno se mi avesse mai inscritto davvero nei suoi pensieri. Il volume è altissimo, tendo inevitabilmente l’orecchio e ascolto bene. Voglio esserne certo. Non è possibile, non ci credo, è Laura Pausini! Stava ascoltando Laura Pausini, vi rendete conto? Dopo i Clash, dopo London Calling, dopo London’s Burning, White Riot, Tommy gun, dopo il povero Joe Strummer che non c’è più, e che Dio lo abbia in gloria, dopo i cannoni di Brixton, e tu che non devi farti trovare disarmato quando busseranno alla tua porta, tu che non devi aspettare con le mani in testa ma con il dito sul grilletto (When they kick at your front door/ How you gonna come?/ With your hands on your head/ Or on the trigger of your gun). Dopo la celeberrima manifestazione di questo istinto prepolitico, radicale di ribellione instillato in musica divampante, dopo questo perfetto parricidio sociale e generazionale, lui meschino, lui giovane moderno cosa faceva? Lui ascoltava (Dio lo perdoni) Laura Pausini! E poi ero io quello strano. Niente di personale, si badi, ma il confronto proprio non reggeva. Dipingo sul mio volto lo sdegno e mi volto schifato (non posso fare altro).
(…) Sono pensieroso. Mi illudo sempre che sia possibile gettare ponti tra le persone, le culture e le epoche, e che la musica (la cultura, più in generale) sia uno strumento essenziale per far ciò. E ancora ne sono convinto, ma quel piccolo episodio mi aveva disorientato. Forse era lui, forse ero io, forse erano i fatti in sé. Forse il destino cinico e baro. Forse chissà. Ma stavolta il ponte non si era affatto disteso e, anzi, avevo percepito una sorta di isolamento, anagrafico ma anche culturale. La musica non etichetta, non incasella, anzi sovrasta le individualità; come un fluido universale penetra negli interstizi e risana ogni frattura. Tuttavia, quella volta l’alchimia non aveva funzionato, ed io questa benedetta etichetta me la sentivo appiccicata indosso davvero. Come se mi avessero chiuso in un box, in una specie di recinto anagrafico, non solo culturale, ma peggio: personale. Come se mi avessero messo una targhetta col codice a barre, e mi avessero deposto in un angolo del magazzino. Ci può stare, ci può stare senz’altro mi dicevo, è possibile che questo accada, anzi è un passaggio inevitabile, con il quale fare i conti. Col quale tutti faranno i conti. Sino a che, finalmente, un sottile e disincantato amor fati non mi prese pian piano.
Tornato a casa, ho messo sul piatto Rudie can’t fail. Sul piatto, dico, non nel lettore CD. Il vinile, non il digitale. Forse per marcare una distanza: degli anni, dei miei vent’anni. Nessuna rivalsa, soltanto un po’ di nostalgia, una momentanea debolezza, una piccola consolazione al tempo che fugge via come una lepre marzolina. Tutto qui.