Jonathan Schell

A proposito del post di Memorandom

Da un vecchio articolo di J. Shell che parla di nucleare:

(…) Io credo che sia inevitabile riconoscere le realtà di fondo del pericolo nucleare: energie e arsenali. Che il nucleare di tutto il mondo abbia raggiunto proporzioni tali da mettere a rischio la sopravvivenza della specie se giungessimo all’olocausto; che l’estinzione comporta la morte e l’annientamento di ogni obbiettivo umano; che se la specie si estingue non ci sarà una seconda possibilità, e il gioco sarà finito per sempre; che di conseguenza questo rischio, o possibilità, va affrontato moralmente e politicamente come se fosse una certezza assoluta; e che l’olocausto può accadere da un momento all’altro sia per caso sia di proposito. E allora, quali che siano le nostre posizioni politiche al proposito, non si può assolutamente fare a meno di liberare il mondo dal nucleare. Come abbiamo scelto di fare, così possiamo scegliere di disfare. Come abbiamo scelto di vivere nel sistema degli stati sovrani, così possiamo scegliere di vivere in qualche altro sistema. Per inventare un sistema nuovo saremo costretti a muoverci in un territorio del tutto nuovo, ricco di imprevisti e forse anche di pericoli: sarà difficile, ma non impossibile. Il sistema attuale e le istituzioni che lo compongono sono le macerie della storia: macerie ostili alla vita, e dunque da rimuovere e spazzare via. Oggi l’umanità è come se avesse un cappio intorno al collo: un cappio che può stringersi da un momento all’altro strozzando noi stessi e il futuro dell’uomo; ma nessuno ci impedisce di allentarlo e di togliercelo di dosso, e di essere liberi. Se pensassimo altrimenti non faremmo altro che prescriverci un destino che non è destino affatto, ma solo il frutto delle nostre decisioni tutt’altro che ineluttabili. Il nostro destino è un altro: è la nostra conoscenza stessa che ci destina a convivere con le conoscenze che ci mettono in grado di distruggerci. Ciò non significa che siamo destinati all’autodistruzione. Possiamo ancora scegliere di vivere.

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2 thoughts on “Jonathan Schell

  1. wing 10 ottobre 2007 alle 23:44

    ho scritto stanotte sul Che

    Me dan lata los aniversarios y las palabras sobran para hablar de él. ¿Quién soy yo para hablar de él? ¿Por qué radio y diarios me exigen que hable de él? Además me vienen a convidar a definirme, me vienen a convidar a tanta mierda… continuamente, y eso me da aún más lata.
    Yo me acuerdo la emoción del Pepe que me llevaba al Café La Habana, allí en México, donde Ernesto conoció a los cubanos. Y luego allí mismo, a la esquinita a ver el punto exacto donde los esbirros de Machado le robaron a Tina y a nosotros a Julio Antonio. Yo me acuerdo del Marcelo Ricardi, en Bellavista. Cuando yo entraba en el “4 y 10”, en seguida me saludaba y me dedicaba “el Necio”, allá en Santiago. Y me enorgullecía, me subía el ego, aunque fuera totalmente inmerecido. Y me alentaba, aunque me daba vergüenza (sana) escucharlo, al Marcelo poh, tocar Silvio y yo tomando cerveza, o sacar una botella del refrigerador, tener hambre y comer, esa cosa tan simple, teclear las tres letras mundiales de tu nombre…
    Además me da una lata retorcida cuando hablan de él. Lo cuentan como un huevón absurdo, inalcanzable, un gigante, un mito, un dios, allá arriba. Es la mejor manera de matar el Che chiquitito que todos tenemos adentro. Él era nada más que un hombre. Con un fusil y un mandado, el mismo mandado de Don Salvador, de Fidel, del cura Mujíca, de Sendic, de Julio Antonio, Emiliano, de Ivonne cuando era chica y ahora, de Roque Dalton, de Juan y María, de Pedro y José y millones de mujeres y hombres latinoamericanos que tienen la osadía de querer desalambrar un continente. Los de ayer y los de hoy, con Evo, con Hugo, los Sem terra, los indígenas, esa generación nueva que no sabe mucho y sin embargo entiende íntimamente lo que es “rebeldía”. El normal, cotidiano, común y corriente derecho-deber a ser “rebelde” contra la desigualdad y la injusticia.

    Dijo Evo, ayer en la Higuera, que hasta que haya capitalismo el Che será vigente, hasta que no haya unidad latinoamericana el pensamiento del Che será necesario. Y luego, junto yo, luego el Che será aún más vigente, por que el hombre nuevo será aún más rebelde, y la rebeldía será aún más necesaria, el día en que por fin quememos las naves…
    …la necedad de asumir al enemigo…
    la necedad de vivir sin tener precio..

    Già, mi arrendo. Ho già capito che mi tocca tradurle le righe che ho scritto stanotte sul Che, Ernesto Guevara, e non c’è verso di sfangarla. Ma le richieste di traduzione mi fanno capire perché ho sentito il bisogno di scriverle in spagnolo e quanto è intima la figura di Ernesto e quanto è poco utile questo Che gridato, il Chesù Cristo dell’immagine qui a fianco, (brutta eppure esemplificativa) questo Che icona pop, e quanto è ancora necessario il Che nostro.
    Mi rompono gli anniversari e non trovo parole per parlare di lui. Chi sono io perché giornali, radio, mi chiamino per parlare di lui? E poi mi esigono che prenda posizione, mi pretendono, tanta merda[1]… continuamente e questo mi rompe ancora di più.
    Io mi ricordo l’emozione del Pepe che mi portava al Caffé La Habana, lì in Messico, dove Ernesto conobbe i cubani. E proprio lì dietro l’angolo, a vedere il punto esatto dove gli sbirri di Machado rubarono a Tina[2], e a tutti noi, Julio Antonio[3]. E mi ricordo del Marcelo Ricardi[4], a Bellavista. Quando entravo nel “4 y 10[5]” immediatamente mi salutava e mi dedicava “El necio”, lì a Santiago. Mi inorgogliva, accresceva il mio ego, nonostante fosse totalmente immeritato. Ma mi ci dovevo confrontare e confrontarmici rispetto al mio quotidiano qualsiasi. E mi animava, anche se mi causava vergogna (sana) ascoltare Marcelo suonare Silvio, e io bevendo birra, oppure “tirando fuori una bottiglia dal frigorifero, avere fame e mangiare, questa cosa così semplice, digitare le tre lettere mondiali del tuo nome…[6]”
    E ancora di più mi rompe da morire quando parlano di lui. Lo raccontano come un tipo assurdo, inarrivabile, un gigante, un mito, un dio, lì nell’empireo. É la miglior maniera di assassinare il Che piccolino che tutti abbiamo dentro. Lui non era altro che un uomo. Con “un fucile e un mandato[7]”, lo stesso mandato di Don Salvador, di Fidel, del prete Mujíca[8], di Sendic, di Julio Antonio, Emiliano[9], di Ivonne[10] quando era piccola e ancora adesso, di

    Roque Dalton, di Juan e Maria, di Pedro e José[11] e milioni di donne e uomini che hanno il coraggio di abbattere tutte le recinzioni che dividono un continente. Quelli di ieri e quelli di oggi[12], con Evo, con Hugo, i Sem Terra, gli indigeni, questa generazione nuova che non ne sa molta eppure sa nel proprio intimo cosa vuol dire “ribellione”. Il normale, quotidiano, comune diritto-dovere ad essere “ribelli” contro la disuguaglianza e l’ingiustizia.
    Ha detto Evo[13], ieri a la Higuera, che fino a che ci sarà capitalismo il Che sarà vigente, fino a che non ci sarà l’unità latinoamericana il pensiero del Che sarà necessario. E poi, aggiungo io, poi il Che sarà ancora più vigente e necessario, perché l’uomo nuovo dovrà essere ancora più ribelle, e la ribellione sarà ancora più necessaria, “il giorno che finalmente bruceremo le navi[14]”…
    …la testa dura del riconoscere chi è il nemico…
    la testa dura di vivere senza avere prezzo[15]…

    Pino Coppola, da PeaceLink, in memoria del CHE,
    ottobre 2007-10-10

  2. paola 11 ottobre 2007 alle 23:44

    Grazie dell’articolo che hai postato. L’ho letto con interesse.
    Anche altre forme di energia sono dannose ma il nucleare molto di piu.
    Speriamo che presto la situazione evolva in altre direzioni, per noi e per i nostri figli.

    Riguardo al commento che mi precede la traduzione e’ d’obbilgo ma provo anche a leggere in spagnolo.

    ciao e buona giornata

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