Jimi Hendrix

Di sicuro una cosa c’è: un prima e un dopo Hendrix.
Jimi Hendrix irruppe sulla scena del rock come una meteora incandescente che trasformò l’idea stessa della chitarra elettrica. A tutti gli effetti è stato un musicista simbolo di quegli anni. Nessuno meglio di lui ha incarnato un tratto ineliminabile degli anni Sessanta, ovvero quella sensazione di rincorsa creativa. Tutto correva, i cambiamenti sembravano a portata di mano, gli eventi si succedevano ad un ritmo febbrile. Questa ebbrezza collettiva, Hendrix cercò di interpretarla in una stravolta improvvisazione sonora. I suoi “voli” solistici sembravano sfuggire ai consueti piani narrativi musicali. Le sue invenzioni, i furori creativi, le visioni folgoranti, imponevano continue sfaccettature. Sempre “in fuga” tra progetto e spontaneità, caos e ordine, allo stesso tempo.
Capirne oggi la portata è più difficile, perché ormai tutto è già stato assimilato, digerito, trasformato in ovvio, ma, se pensiamo a quel tempo, quando per la prima volta ci si rese conto del suo “potere”, il suono di quella chitarra dal sapore del nuovo, è assai diverso. Jimi Hendrix ebbe la forza e la capacità di raccogliere il blues fin dove là era arrivato e di scaraventarlo nel futuro.
La sua è stata una corsa sfrenata, sregolata, il clichè dell’artista votato all’autodistruzione, tipico del passaggio tra i sessanta e i settanta.
Hendrix, meticcio come il rock, nero e bianco allo stesso tempo, era padrone di una tecnica stupefacente, il blues scorreva liberamente tra le corde della sua chitarra e cosciente di questo stette al gioco infiammando le platee con un repertorio coreografico che diventò parte integrante del suo mito. La sua Fender Stratocaster era, di volta in volta, la proiezione del suo membro, compagna di torridi amplessi elettrici, suonata coi denti, i gomiti, gli abiti etc. Hendrix aprì la strada ad un utilizzo totale dello strumento, rivelando ai chitarristi nuove possibilità, più funzioni: accompagnamento ritmico, assoli, pure sonorità.
Gli sono bastati tre dischi, a parte le miriadi d’incisioni collaterali, per fissare questa rivoluzione. Tre album che non assomigliavano a nulla di conosciuto, tre dischi dove il rock stesso abbatteva con fulminea rapidità i propri confini. Hendrix partiva dal blues e lo trasformava, mettendo insieme jazz e canzone, rock e rumore, fondendo l’arte dell’improvvisazione propria dei grandi del jazz, a quella del rock. Hendrix sognava, immaginava, non si limitava a suonare. Era un musicista solo, visionario, creativo, pronto a volare sempre più in alto, a bruciarsi le ali con ignote prospettive, capace di abbandonare anche quel rock che gli aveva dato energia, denaro, successo.

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3 thoughts on “Jimi Hendrix

  1. DeadPoetPaloz 19 febbraio 2008 alle 23:44

    Hendrix potrà non piacere (non è il mio caso, ovvio), ma come la suonava lui la Fender, non la suonava DAVVERO nessuno. Lui ci faceva l’amore, la violentava, la trattava davvero male. Ed era divinamente diabolico.

  2. < em > 19 febbraio 2008 alle 23:44

    mi avete fatto venire voglia di rimettermi ad ascoltarlo (saranno dieci anni…). la mia top three: hey joe; little wing; the wind cries mary.

  3. Paolo 22 febbraio 2008 alle 23:44

    Ciao, un saluto!
    molto bello il blog, ci tornerò.
    Per quanto riguarda Hendrix e il suono della Strato non posso che dirmi d’accordo, anche se un posto speciale nella mia classifica personale ce l’ha anche Stevie Ray Vaughan e la “sua” esecuzione di Little Wing.

    A presto!
    Paolo (el caveon!)

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