La fine del sogno


“Io non capisco tanta gente che sgobba per farsi la casa bella nella città dove lavora, e quando se l’è fatta sgobba ancora per comprarsi l’automobile e andar via dalla casa bella”

I viaggi sono sempre occasione di incontri. Anche letterari.
Ho conosciuto Terzani in Birmania quando l’allora mia compagna di viaggio prima di tornare anzitempo in Italia mi aveva lascito il suo libro di viaggio.
E da allora Terzani si è fatto mio amico per i viaggi a venire.
Ora, quasi a concludere un cerchio, per il mio ritorno nel sud est asiatico porterò con me ancora una volta quel libro, una nuova edizione e un nuovo peregrinare per il Laos meridionale.
Ma questa è un’altra storia.

Sono qui per parlare di un altro compagno di viaggio, incontrato anch’egli quasi per caso.
In Tunisia questa volta.
Con un suo simpatico resoconto di un viaggio in Barberia negli anni sessanta.
Da allora mi ero ripromesso di leggere altro di Bianciardi.
Ora, a distanza di qualche anno e di una vita, ho finito “La vita agra”, forse la sua creatura più famosa.
Il libro è uscito nel ’62 ma è di un’attualità disarmante.
Bianciardi era un giornalista ma prima ancora uno scrittore e prima ancora un profeta.
Non so perché o forse lo so, la sua origine ma soprattutto la sua fine, mi fanno pensare a Piero Ciampi. Tutti e due appartengono a un’epoca che non è la mia, a quel periodo che rimane confusamente sperso nei primi sessanta.
Luciano ci parlava di un mondo che era il suo ma che è soprattutto il nostro.
Aveva la straordinaria capacità di cogliere aspetti nascenti di una società che si stava evolvendo (o involvendo) verso quella attuale.
I rapporti di lavoro, l’egoismo sul posto di lavoro, le spese assurde di una vita normale, il desiderio di avere una vita personale quando la società cattolica italiana te ne imponeva un’altra, l’alienazione del lavoro e la ricerca del profitto a scapito dell’uomo, l’annullamento della capacità d’acquisto nei primi supermercati, l’odio nei confronti dei non allineati.
Il progresso che avanzando sovrastava l”arte: “La gente protesta semmai se nella casa di fronte tengono il grammofono troppo alto e arrivano a cascata le note di Vivaldi. Per i rumori lavorativi c’è rispetto sommo invece, e in quel dissennato scavare tutti vedono il segno del progresso”
Il consumismo male della società con descrizione ironiche di quello che allora era battute e ora è realtà.: “Faremo insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda ……
….un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa appena si scansa per non pestarlo. Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare.
…..io mi oppongo”
1962 o 2008?
Ed questa lucidità di analisi che attualizza il suo scritto, che ci porta a pensare a quello che ci potrà ancora succedere con un amaro sorriso sulle labbra.
Si perché in questo libro si sorride, e anche molto, ma mai si ride.

Tornato a casa cominciò a rendersi conto di quanto era successo.
Non subito però.
Solo più tardi, nel silenzio di un assenza e nella penombra senza un’ombra, percepì il suo non esserci.
E avvertì in tutta la sua potenza devastante la sua mancanza.
E realizzò quanto la sua mente rifiutava di fare da almeno 5 ore.
C’era stato un incidente.
Non era colpa loro, non era colpa di nessuno.
Era colpa di un insieme di circostanze, una strada umida, lo scoppio di un pneumatico in prossimità di una curva, una serie di alberi lungo il fosso oltre la curva. Tutte circostanze che sommate le une alle altre avevano portato al terribile impatto.
E a quella cazzo di tremenda conseguenza.
Il sapere che non dipendeva da nessuno non leniva certo il suo dolore.
Ma nei rari attimi di lucidità gli permetteva di ragionare.
Ragionare non era ancora farsene una ragione, ma era già un primo passo.
Cogliendo le opportunità offerte da questi momenti cercava di riposare.
E in questo dormiveglia pensava che solo il caso avrebbe potuto dividerli, e la certezza di ciò gli dava gioia, effimera, ma gliela dava.
Col sorriso sulle labbra si era infine addormentato.
Per svegliarsi dopo poche ore in un letto che avvertiva ormai freddo e vuoto.
Un bicchiere d’acqua, due passi per le stanze in cerca di ombre e uno sguardo alla macchina parcheggiata sotto casa.
Una macchina intera, senza danni.
E anche la speranza di una morte accidentale, la speranza della sua definitività senza colpe, si andava perdendo in quella sera di tardo autunno.
Era partita, con un calcolo preciso, senza lasciare nulla al caso.
E questo era il vero incidente.
Per questa notte il sonno era andato con la fine del sogno e lo sprofondarsi nell’incubo del reale…

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