Archivio mensile:marzo 2010

Driss Chraibi

agenda letteraria il 1 aprile 2007, muore nella sua residenza nella Dròme (sud-est Francia) Driss Chraibi

No, non sono spergiuro. Sono
di qui e qui morirò.
L’Islam vi è fiorito come
da nessuna altra parte
del mondo. Ma per fiorirvi,
l’ha saccheggiata, ha ucciso
molti suoi figli, con le mani
di coloro che hanno parlato in Nome
Suo, in Nome di Dio!

(La Mère du printemps)

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The Chieftains & Ry Cooder – San Patricio (2010)

Per quanto riguarda la musica popolare, dal 1996 anno di uscita di quel meraviglioso disco che porta il nome di “Buena vista social club” niente è stato pubblicato di così bello e guarda caso anche in quel disco c’era la presenza di Cooder. In realtà non è un caso, nessuno meglio di lui sa raccogliere le radici storico musicali di un popolo. In questo disco il risultato è doppio visto che il suo collaboratore Paddy Moloney (leader dei Chieftains) è altresì un musicista sempre alla ricerca di perle sonore appartenenti al suo popolo d’Irlanda. Due mondi quindi, quello di Ry Cooder e una musica di base messicana e quello dei Chieftains con le loro ballate irlandesi, uniti per raccontare una storia che porta il nome di San Patricio, una guerra avvenuta nel 1846 tra messicani e americani alla quale parteciparono molti irlandesi.
Il disco, che i due musicisti poco più che sessantenni hanno inciso, comprende diciannove brani. Tutte le canzoni sono ricche di sonorità folk, una fusione di strumenti acustici irlandesi (tin-whistle, uilleann pipes, violino) e strumenti acustici tradizionali messicani (cuatro, cajon, fisarmonica, bajo sexto, ecc). Cooder ha inserito anche un vasto assortimento di bande messicane e altri artisti, tra cui Lila Downs, Chavela Vargas, Los Tigres del Norte, Los Folkloristas e Linda Ronstadt.
Cantato in spagnolo e inglese, le sessioni sono state registrate in Messico, Spagna, Los Angeles, New York e Dublino.
La grandezza dell’album, oltre sicuramente all’aspetto musicale, sta nei lati comuni delle due culture. Il disco pone delle domande sulla conservazione sonora dei due popoli che in questo caso sono unite da un “fattore” storico che poche versioni ufficiali mettono in evidenza. Ancora una volta il grande Cooder, come ha fatto già in passato con altri album, fa una ricerca musicale e il risultato diventa un archivio storico e sociale dove le “note musicali” diventano la testimonianza di un popolo.
Le canzoni di San Patricio sono cantate con pura passione, senza artifici tecnico strumentali, dalle ballate irlandesi cariche di melodia popolare e sentimento alle canzoni messicane calde e profonde. Musiche ricche entrambi di semplicità e spontaneità che vengono tramandate da generazioni rimanendo inalterate nello spirito, nella bellezza e nella loro storia. Quasi un capolavoro 4,5/5

David Seymour, Chim il giocatore di scacchi

Hanno detto di lui.
Chim, come Robert Capa, è stato un parigino di Montparnasse. Aveva l’intelligenza di un giocatore di scacchi; con la sua aria da insegnante di matematica, applicava la sua vasta curiosità e la grande cultura a un infinito numero di cose e situazioni. Siamo stati amici fino dal 1933.
L’esattezza del suo spirito critico è diventata in breve indispensabile per tutti coloro che vivevano accanto a lui.
La fotografia, per Chim, era come muovere lungo tutta la scacchiera della sua intelligenza una pedina. Un’altra di queste sue pedine, tenuta più nascosta, era la sua raffinatezza culinaria, che manovrava con gentile autorità scegliendo sempre per sé del buon vino e dei manicaretti elaborati. Aveva un elemento distintivo d’eleganza: le sue cravatte di seta nera.
La perspicacia, la profonda delicatezza, gli conferivano spesso un sorriso triste e addirittura dimesso che lo illuminava se qualcosa lo divertiva. Offriva e chiedeva molto calore umano.
Aveva così tanti amici, dappertutto. Era un padrino natio. Quando annunciai la sua morte al suo amico David Schoenbrun, lui mi disse: “Io e te ci conosciamo molto poco. Eppure, Chim era amico di entrambi. Era un uomo dai comparti segreti e trascurava di metterli in comunicazione”.
Accetava le limitazioni della sua professione e cercava di trasformare nel modo migliore le situazioni che sembravano essere totalmente estranee alla sua persdonalità.
Chim afferrava la macchina fotografica come un medico prende il suo stetoscopio dalla borsa per diagnosticare le condizioni di un cuore.
Il suo era molto vulnerabile.
Henri Cartier- Bresson (scritto per il decimo anniversario della sua morte)

Chim era Chim. Non solo disprezzava ogni altra possibile definizione, la sfuggiva del tutto.
Un enigma anche per i suoi amici; non aveva nemici. Gran parte della sua famiglia era stata sterminata e quindi aveva adottato le famiglie degli amici, in tutto il mondo. Sapeva i loro compleanni e anniversari e indovinava sempre cosa inviare e portare in regalo. Aveva il dono dell’amicizia placida. Come fotografo era gentile. Non avrebbe potuto scattare una foto irrispettosa intenzionalmente e se per caso accadeva la eliminava.
John G. Morris

la vita

1911 – David Szymin nasce a Varsavia, e si trasferisce in Russia con la famiglia allo scoppio della prima guerra mondiale.
1919 – torna a Varsavia.
1931 – studia all’Accademia di Grafica, poi alla Sorbona di Parigi.
1934 – diventa fotografo e i suoi reportage cominciano ad apparire su diverse riviste.
1936-1938 – fotografa la guerra civile spagnola.
1940 – cambia il suo nome in David Seymour.
1942-1945 – è arruolato nell’intelligence dell’esercito americano come interprete ed esperto di fotografia.
1947 – fonda insieme a Cartier-Bresson, Rodger e Capa, l’agenzia Magnum Photos.
1948 – per conto dell’Unicef fotografa i bambini bisognosi d’Europa.
1956 – il 10 novembre viene ucciso dal fuoco di un fucile egiziano mentre è in automobile vicino al canale di Suez.

Maria Luisa Spaziani

agenda letteraria L’antica pazienza (a mia madre)

Tu che conosci l’antica pazienza

di sciogliere ogni nodo della corda

e allevi un pioppo zingaro venuto

a crescere nel coccio dei garofani,
lascia ch’io senta in te, come la sorda
nenia del mare dentro la conchiglia,
la voce della casa che il perduto
tempo ha ridotto in cenere.
Ma è cenere di pane scuro, sacro,
– quello che alimentavi col tuo soffio
nel forno buio della guerra – e reca
imperitura in sé la filigrana
dei tuoi ciliegi dilaniati.
L’allegria rialza la sua cresta
di galletto sui borghi desolati,
come il lillà che ti cresce alle spalle
passo a passo, baluardo sul massacro.
Raccogli ancora e sempre il pigolante
nido abbattuto dal vento di marzo
e ripara le falle della chiglia.
Nessuno è senza casa se l’attende
a sera la tua voce di conchiglia.

Scopertine #10 (226 – 250)

226. Serge Gainsbourg – Histoire de Melody Nelson – 227. Rod Stewart – Every Picture Tells a Story – 228. Emerson, Lake & Palmer – Pictures at an Exhibition229. Leonard Cohen – Songs of Love & Hate230. Joni Mitchell – Blue – 231. Funkadelic – Maggot Brain – 232. Janis Joplin – Pearl233. Fela Kuti – With Ginger Baker: Live! – 234. Faces – A Nod is as Good as a Wink… To a Blind Horse – 235. Flamin’ Groovies – Teenage Head – 236. Gene Clark – White Light – 237. John Prine – John Prine (1st Album) – 238. Harry Nilsson – Nilsson Schmilsson – 239. T.Rex – Electric Warrior – 240. David Bowie – Hunky Dory – 241. Randy Newman – Sail Away – 242. Deep Purple – Machine Head – 243. Big Star – # 1 Record – 244. Black Sabbath – Vol 4 – 245. Steely Dan – Can’t Buy a Thrill – 246. Neil Young – Harvest – 247. Curtis Mayfield – Superfly: Original Motion Picture Soundtrack – 248. Slade – Slayed? – 249. Deep Purple – Made in Japan250. Yes – Close to the Edge.

Frammenti #17

Potendo scegliere, gli asini preferirebbero le erbe secche all’oro.
Aristitele, Etica nicomachea

I porci godono più nel fango che nell’acqua pura.
Clemente Alessandrino, Stromata

Per lavarsi i porci preferiscono rotolarsi nel fango, le galline nella polvere o nella cenere.
Columella, De re rustica

Erbe secche, fango e cenere, malgrado siano spazzature, restano pur sempre sostanze naturali. Le firme degli stilisti, invece, sono inspiegabili: è strano, infatti, che, pur d’indossare un abito firmato, ci sia qualcuno disposto a pagarlo il triplo. L.D.C.

Peter Gabriel – Scratch my back (2010)

E’ noto che Peter Gabriel sia piuttosto parco nella produzione musicale, infatti l’ultima sua incisione risale a otto anni fa. Dopo quattro album intitolati con i numeri: 1, 2, 3 e 4 e altri tre con le sillabe: So, Us e Up, questo è il primo disco che ha un nome più comune: Scratch My Back che, non a caso, è un album di cover, quindi canzoni di altri musicisti. Gli stessi musicisti sono stati chiamati poi in causa per contraccambiare “il progetto” incidendo delle canzoni sue.
Un album di cover fatto da Gabriel è però cosa diversa. I dodici brani presenti nel disco vengono completamente stravolti e arrangiati in maniera quasi irriconoscibile; pianoforte e archi sono il comun denominatore.
Il disco che necessità di un ascolto non superficiale, fa però sentire subito la sua profondità. Ogni brano che Gabriel prende in considerazione viene sviscerato, scarnificato, pulito fino all’osso. Con attenzione ad ogni minimo particolare, ogni canzone viene rivisitata, estrapolata dalla sua originale collocazione e portata in alti emisferi.
Passiamo al contenuto.
Le dodici canzoni del disco fanno parte alcune del passato ed altre di un recente appena trascorso, ma tutte sembrano scorrere in un binario appena costruito appositamente per loro, come se facessero parte di un treno dove Gabriel guida la motrice e i vagoni sono le canzoni tutte legate tra loro ma ognuna diversa.
Il primo brano è Heroes di David Bowie, canzone che non ha bisogno di presentazione quant’è conosciuta. Gabriel, minimizzandola, riducendola al massimo, con l’uso degli archi e alla sua voce unica, la fa sua. Grande partenza che ci fa ben sperare. Anche The Boy in the Bubble di Paul Simon viene spogliata dal suo originale suono “africano” e prende delle somiglianze oniriche, altro grande brano. Mirrorball degli Elbow, band inglese, viene romanzata a ‘mo di colonna sonora. Il brano si mantiene collegato agli altri due “vagoni” e prosegue nel “binario” immaginario sopra descritto. Con Flume di Bon Iver, giovane cantautore statunitense, c’è un leggero assopimento, niente di grave, anzi, il livello musicale si mantiene sempre sopra la media. E’ con Listening Wind dei Talking Heads che Gabriel ci riporta di nuovo in corsa. Il brano è magico, l’atmosfera che si respira è unica. Grande canzone. Si passa alla sesta canzone del disco ed è sempre ottima musica, il brano di Lou Reed è The Power of the Heart ed è tra i top del disco. Nel brano riecheggia l’anima di Reed ma Gabriel se ne appropria volontariamente come una gemma da incastonare. My Body is a Cage degli Arcade Fire è forse tra i brani che preferisco. Gabriel regala la sua interpretazione con un occhio di riguardo per questo gruppo. Il brano è intriso di pathos e allo stesso tempo raggiunge punte di alta interpretazione musicale e vocale. The Book of love dei Magnetic Fields è il brano di punta del disco, quello che per così dire tira nelle radio. Il brano è indubbiamente bello e ben costruito, orecchiabile al punto giusto senza guastare i padiglioni auricolari. Le prossime due canzoni: I think it’s goig to rain today di Randy Newman e Après Moi di Regina Spektor (bello il suo ultimo disco: Far, del 2009) rallentano un po’ la corsa di questo ipotetico treno, non drasticamente però. I due brani vengono “introspettati” da Gabriel, vengono portate alla luce quelle emozioni tenute nascoste quasi per pudore dai due originali autori. Siamo alla fine con le ultime due canzoni: Philadelphia di Neil Young e Street Spirit dei Radiohead. Sono forse i due brani più difficili dell’intero disco e come tali vanno ascoltati diverse volte per scoprirne le varie sfumature. Rivoltati fino a farne uscire le sonorità tipicamente “Gabrielliane”, in queste due canzoni più che nelle altre dieci, Gabriel ci mette tanto impegno da renderle uniche e splendide, quanto lo sanno fare i musicisti originali. 4/5