Dare un nome al futuro: sviluppo o decrescita?

Incontro all’Università di Firenze con *Serge Latouche
di Wilma Massucco

Chiudiamo gli occhi per trenta secondi e pensiamo alle tre cose che augureremmo ai nostri figli o ai nostri nipoti o ai nostri migliori amici. Credo che la maggioranza di noi, almeno così risulta dalle statistiche, abbia pensato a una buona salute, un lavoro dignitoso e pieno di soddisfazioni, un sacco di amici, una vita piena. Bene, se così è, chiediamoci ora in che modo questi parametri si rapportano con la crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo), cioè con la crescita di quel parametro che misura il movimento di denaro, e che fino a oggi è stato considerato dagli economisti come il principale indicatore del benessere…

Professor Latouche, cosa intende dire quando afferma che la ricchezza ha un carattere molto più patologico della povertà?

La società della crescita, la società dell’opulenza, ha tradito la sua promessa: non felicità bensì ricerca ossessiva di efficienza, prestazioni, riduzione dei costi, flessibilità, profitto. Una società e un’economia sull’orlo di una crisi di nervi, votate alla frenetica accumulazione di beni di consumo, a cui si accompagnano aumento dello stress, dell’insonnia, delle turbe psicosomatiche, delle malattie di ogni tipo (tumori, crisi cardiache, allergie varie). A seguire spese di compensazione e di riparazione (medicine, trasporti, svaghi) resi necessari da una vita moderna in cui i beni relazionali, legati cioè alla qualità delle relazioni umane, si impoveriscono sempre di più. Viviamo in una società che è stata fagocitata da un’economia che ha per unico fine la crescita, all’infinito. Si deve produrre e consumare sempre di più. Produrre per consumare e consumare per produrre. Solo che nel medesimo tempo si distruggono le risorse naturali, che sono infatti in via di esaurimento.

Perché non facciamo nulla per cambiare rotta?

Il problema è che di tutto questo non ci rendiamo conto, perché siamo stati fagocitati dalla “religione della crescita”, il nostro immaginario è stato colonizzato. Per questo motivo nel 2002 abbiamo introdotto la parola “decrescita”: è uno slogan provocatorio, quasi blasfemo per chi ha fede nella crescita, che vuole far riflettere sull’assurdità della crescita. Se vogliamo essere rigorosi dovremmo parlare di a-crescita (così come si parla di a-teismo). Precisamente si tratta di uscire dalla religione dell’economia, dall’imperialismo della crescita, per diventare degli agnostici, degli ateisti dell’economia.
Quello che dobbiamo fare innanzitutto è Rivalutare. Ovvero cambiare i valori, non solo i valori personali ma anche i valori diffusi per esempio attraverso i mezzi di comunicazione, in primis quello di fare denaro a tutti i costi, e il più velocemente possibile. Questa è l’etica pubblica del nostro tempo, purtroppo. Distruggere il pianeta il più velocemente possibile attraverso crescita, crescita, consumo, consumo. Bisogna invece cambiare il nostro rapporto con la natura. L’umanità non è padrona della natura ma fa parte della natura: dobbiamo vivere in armonia con essa invece che sfruttarla senza limiti, dobbiamo comportarci da giardinieri invece che da predatori. Il che si potrebbe assecondare per esempio attraverso la Rilocalizzazione della produzione: uno yogurt può essere prodotto impiegando il latte della fattoria del vicinato. Non si tratta di consumare meno yogurt. Si tratta di consumare yogurt fatto in altro modo. Se consumiamo a chilometri zero, allora lo sfruttamento delle risorse naturali si riduce molto (non abbiamo più bisogno di congelare il cibo, di trasportarlo per ottomila chilometri).
Dobbiamo anche valorizzare la lentezza piuttosto che l’accelerazione: quindi, ad esempio, rispetto al cibo, contrastare il Fast food con lo Slow food. Il progetto Slow food fa totalmente parte della decrescita, prodotti stagionali, di ottima qualità, più tradizionali, piuttosto che prodotti fatti male, con troppo zucchero, troppo sale, che portano all’obesità.
Si tratta di decolonizzare, dis-economicizzare il nostro immaginario, il che non si può fare con la presa del Palazzo d’Inverno di Pietrogrado. È un processo molto più complicato, è una trasformazione sociale. Siamo entrati nel capitalismo a poco a poco, non da un giorno all’altro, e sicuramente usciremo dal capitalismo, per amore o per forza, ma non lo faremo da un giorno all’altro.

Come è attuabile, in concreto, il passaggio da una società votata alla crescita a una società votata alla decrescita?

Il progetto della decrescita percorre due livelli: quello della concezione teorica e quello dell’applicazione sul piano politico. Non offre un’alternativa ma una matrice di alternative, che devono essere poi contestualizzate, di volta in volta, in funzione della realtà specifica di un certo paese. Ci sono comunque dei tratti comuni a tutte le società, che possono essere sintetizzati nel percorso di interdipendenza che ho definito delle “otto R”.1 Si tratta di cambiare valori e concetti, mutare le strutture, rilocalizzare l’economia e la vita, rivedere nel profondo i nostri modi d’uso dei prodotti, rispondere alla sfida dei paesi del Sud del mondo. Questo è il primo livello, e non basta per essere concreto. Si capisce bene che “cambiare i valori” non può essere l’oggetto di un programma politico. Il progetto, rivoluzionario nella sua concezione teorica, deve essere poi affiancato a un programma politico2 necessariamente riformista, le cui riforme si devono introdurre a poco a poco. La distinzione tra il progetto ideologico e il programma politico è importante. Il progetto ideologico è di rottura totale, mentre un programma politico può essere realizzato solo attraverso dei compromessi.

Qual è il ruolo dello stato nel promuovere una politica effettivamente a sostegno della decrescita?

Come già detto, il progetto della decrescita è un progetto politico, ma per come conosciamo lo stato direi che non possiamo avere fiducia in esso. Basta pensare a quello che sta succedendo in Grecia. Il popolo greco ha votato per un programma e si vede imposto un programma totalmente diverso, che non ha scelto. Dobbiamo ricostruire dal basso tutta la politica, e pensare ad un’altra forma di organizzazione sociale, piuttosto che allo stato come stato nazionale. Per fare questo ci vuole un movimento forte, che possa interpellare i politici, e che possa esercitare un contropotere. Penso che dobbiamo resistere, e fare la dissidenza.

Per i paesi in via di sviluppo la crescita è un’aspettativa, non un problema. A questi paesi cosa diciamo? Smettiamo tutti di crescere?

Abbiamo sentito il bisogno di utilizzare il termine “decrescita”, questa parola forte, provocatoria, per liberarci dall’impero dell’economia e per riaprire la strada alla diversità. Con questo non stiamo cercando la decrescita per la decrescita. In realtà tante cose dobbiamo far crescere: la qualità della vita, dell’aria, dell’acqua… tutto quello che è stato distrutto dalla crescita. Non si tratta neppure di dire ai popoli dell’Africa di decrescere: questa sarebbe un’assurdità, loro hanno bisogno di consumare di più per vivere meglio. Si tratta di decrescere noi paesi occidentali, e di molto anche, per permettere a loro di crescere un po’ e di vivere meglio.

La teoria della decrescita usa l’emblema della chiocciola…

Perché la chiocciola ha una lezione da insegnarci. La chiocciola costruisce la delicata architettura del suo guscio aggiungendo una dopo l’altra delle spire sempre più larghe. Poi, a un certo punto, inverte bruscamente la rotta e inizia a costruire delle spirali decrescenti. Una sola spirale più larga darebbe al guscio una dimensione sedici volte più grande, e questo, invece di contribuire al benessere dell’animale, lo graverebbe di un peso eccessivo. Superato il punto limite dell’ingrandimento delle spire, i problemi della crescita eccessiva si moltiplicherebbero in progressione geometrica mentre la capacità biologica della lumaca potrebbe seguire soltanto, nel migliore dei casi, una progressione aritmetica. Lo stesso vale per il pianeta terra e la società della crescita: il divorzio della chiocciola dalla ragione geometrica ci mostra una via per pensare a una società della decrescita. Possibilmente serena e conviviale.

Note


1) Il progetto teorico della decrescita è stato articolato da Serge Latouche nelle otto R: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Rilocalizzare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. (Per maggiori approfondimenti vedi S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2007).
2) Il programma politico della decrescita è stato articolato da Serge Latouche in dieci punti: Ritrovare un’impronta ecologica sostenibile; Ridurre i trasporti; Rilocalizzare le attività; Restaurare l’agricoltura contadina; Ridurre il tempo di lavoro; Stimolare i beni relazionali; Ridurre lo spreco di energia; Ridurre lo spazio pubblicitario; Rivalutare la ricerca tecnico-scientifica; Riappropriarsi della moneta. (Per maggiori approfondimenti vedi S. Latouche, L’invenzione dell’economia, Bollati Boringhieri, Torino 2010).

La teoria della decrescita


La decrescita è un movimento politico, economico e sociale basato su idee ambientaliste, anti-consumistiche e anti-capitaliste, secondo il quale la crescita economica – intesa come accrescimento costante di uno solo degli indicatori economici possibili, il Prodotto Interno Lordo (PIL) – non è sostenibile per l’ecosistema della terra. Questa idea è in completo contrasto con il senso comune politico corrente, che pone l’aumento del livello di vita rappresentato dall’aumento del PIL come obiettivo di ogni società moderna.
I pensatori e gli attivisti della decrescita sostengono che il sovra consumo dei paesi ricchi, basato per lo più su produzioni globalizzate (cioè non locali), sia alla radice delle problematiche ambientali di lungo termine e delle grandi diseguaglianze sociali, e per questo ritengono necessario da un lato ridurre i consumi dei paesi ricchi e dall’altro optare verso un modello di consumo sostenibile, basato sull’impiego di risorse locali e di produzioni realizzate sul posto, cioè a chilometri zero. Si tratta in sostanza di promuovere un nuovo stile di vita, che non comporterebbe però un martirio individuale e la riduzione del benessere. Al contrario, la felicità e il benessere aumenterebbero, proprio perché riducendo i consumi e il tempo dedicato al lavoro si potrebbe dedicare più tempo all’arte, alla musica, alla famiglia, alla cultura e alla comunità.

*Professore emerito di scienze economiche all’Università di Paris-Sud (Francia), specialista dei rapporti economici e culturali Nord-Sud e dell’epistemologia delle scienze sociali, è il principale esponente della teoria della Decrescita


tratto da: Buddismo e Società n° 141
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