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Dare un nome al futuro: sviluppo o decrescita?

Incontro all’Università di Firenze con *Serge Latouche
di Wilma Massucco

Chiudiamo gli occhi per trenta secondi e pensiamo alle tre cose che augureremmo ai nostri figli o ai nostri nipoti o ai nostri migliori amici. Credo che la maggioranza di noi, almeno così risulta dalle statistiche, abbia pensato a una buona salute, un lavoro dignitoso e pieno di soddisfazioni, un sacco di amici, una vita piena. Bene, se così è, chiediamoci ora in che modo questi parametri si rapportano con la crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo), cioè con la crescita di quel parametro che misura il movimento di denaro, e che fino a oggi è stato considerato dagli economisti come il principale indicatore del benessere…

Professor Latouche, cosa intende dire quando afferma che la ricchezza ha un carattere molto più patologico della povertà?

La società della crescita, la società dell’opulenza, ha tradito la sua promessa: non felicità bensì ricerca ossessiva di efficienza, prestazioni, riduzione dei costi, flessibilità, profitto. Una società e un’economia sull’orlo di una crisi di nervi, votate alla frenetica accumulazione di beni di consumo, a cui si accompagnano aumento dello stress, dell’insonnia, delle turbe psicosomatiche, delle malattie di ogni tipo (tumori, crisi cardiache, allergie varie). A seguire spese di compensazione e di riparazione (medicine, trasporti, svaghi) resi necessari da una vita moderna in cui i beni relazionali, legati cioè alla qualità delle relazioni umane, si impoveriscono sempre di più. Viviamo in una società che è stata fagocitata da un’economia che ha per unico fine la crescita, all’infinito. Si deve produrre e consumare sempre di più. Produrre per consumare e consumare per produrre. Solo che nel medesimo tempo si distruggono le risorse naturali, che sono infatti in via di esaurimento.

Perché non facciamo nulla per cambiare rotta?

Il problema è che di tutto questo non ci rendiamo conto, perché siamo stati fagocitati dalla “religione della crescita”, il nostro immaginario è stato colonizzato. Per questo motivo nel 2002 abbiamo introdotto la parola “decrescita”: è uno slogan provocatorio, quasi blasfemo per chi ha fede nella crescita, che vuole far riflettere sull’assurdità della crescita. Se vogliamo essere rigorosi dovremmo parlare di a-crescita (così come si parla di a-teismo). Precisamente si tratta di uscire dalla religione dell’economia, dall’imperialismo della crescita, per diventare degli agnostici, degli ateisti dell’economia.
Quello che dobbiamo fare innanzitutto è Rivalutare. Ovvero cambiare i valori, non solo i valori personali ma anche i valori diffusi per esempio attraverso i mezzi di comunicazione, in primis quello di fare denaro a tutti i costi, e il più velocemente possibile. Questa è l’etica pubblica del nostro tempo, purtroppo. Distruggere il pianeta il più velocemente possibile attraverso crescita, crescita, consumo, consumo. Bisogna invece cambiare il nostro rapporto con la natura. L’umanità non è padrona della natura ma fa parte della natura: dobbiamo vivere in armonia con essa invece che sfruttarla senza limiti, dobbiamo comportarci da giardinieri invece che da predatori. Il che si potrebbe assecondare per esempio attraverso la Rilocalizzazione della produzione: uno yogurt può essere prodotto impiegando il latte della fattoria del vicinato. Non si tratta di consumare meno yogurt. Si tratta di consumare yogurt fatto in altro modo. Se consumiamo a chilometri zero, allora lo sfruttamento delle risorse naturali si riduce molto (non abbiamo più bisogno di congelare il cibo, di trasportarlo per ottomila chilometri).
Dobbiamo anche valorizzare la lentezza piuttosto che l’accelerazione: quindi, ad esempio, rispetto al cibo, contrastare il Fast food con lo Slow food. Il progetto Slow food fa totalmente parte della decrescita, prodotti stagionali, di ottima qualità, più tradizionali, piuttosto che prodotti fatti male, con troppo zucchero, troppo sale, che portano all’obesità.
Si tratta di decolonizzare, dis-economicizzare il nostro immaginario, il che non si può fare con la presa del Palazzo d’Inverno di Pietrogrado. È un processo molto più complicato, è una trasformazione sociale. Siamo entrati nel capitalismo a poco a poco, non da un giorno all’altro, e sicuramente usciremo dal capitalismo, per amore o per forza, ma non lo faremo da un giorno all’altro.

Come è attuabile, in concreto, il passaggio da una società votata alla crescita a una società votata alla decrescita?

Il progetto della decrescita percorre due livelli: quello della concezione teorica e quello dell’applicazione sul piano politico. Non offre un’alternativa ma una matrice di alternative, che devono essere poi contestualizzate, di volta in volta, in funzione della realtà specifica di un certo paese. Ci sono comunque dei tratti comuni a tutte le società, che possono essere sintetizzati nel percorso di interdipendenza che ho definito delle “otto R”.1 Si tratta di cambiare valori e concetti, mutare le strutture, rilocalizzare l’economia e la vita, rivedere nel profondo i nostri modi d’uso dei prodotti, rispondere alla sfida dei paesi del Sud del mondo. Questo è il primo livello, e non basta per essere concreto. Si capisce bene che “cambiare i valori” non può essere l’oggetto di un programma politico. Il progetto, rivoluzionario nella sua concezione teorica, deve essere poi affiancato a un programma politico2 necessariamente riformista, le cui riforme si devono introdurre a poco a poco. La distinzione tra il progetto ideologico e il programma politico è importante. Il progetto ideologico è di rottura totale, mentre un programma politico può essere realizzato solo attraverso dei compromessi.

Qual è il ruolo dello stato nel promuovere una politica effettivamente a sostegno della decrescita?

Come già detto, il progetto della decrescita è un progetto politico, ma per come conosciamo lo stato direi che non possiamo avere fiducia in esso. Basta pensare a quello che sta succedendo in Grecia. Il popolo greco ha votato per un programma e si vede imposto un programma totalmente diverso, che non ha scelto. Dobbiamo ricostruire dal basso tutta la politica, e pensare ad un’altra forma di organizzazione sociale, piuttosto che allo stato come stato nazionale. Per fare questo ci vuole un movimento forte, che possa interpellare i politici, e che possa esercitare un contropotere. Penso che dobbiamo resistere, e fare la dissidenza.

Per i paesi in via di sviluppo la crescita è un’aspettativa, non un problema. A questi paesi cosa diciamo? Smettiamo tutti di crescere?

Abbiamo sentito il bisogno di utilizzare il termine “decrescita”, questa parola forte, provocatoria, per liberarci dall’impero dell’economia e per riaprire la strada alla diversità. Con questo non stiamo cercando la decrescita per la decrescita. In realtà tante cose dobbiamo far crescere: la qualità della vita, dell’aria, dell’acqua… tutto quello che è stato distrutto dalla crescita. Non si tratta neppure di dire ai popoli dell’Africa di decrescere: questa sarebbe un’assurdità, loro hanno bisogno di consumare di più per vivere meglio. Si tratta di decrescere noi paesi occidentali, e di molto anche, per permettere a loro di crescere un po’ e di vivere meglio.

La teoria della decrescita usa l’emblema della chiocciola…

Perché la chiocciola ha una lezione da insegnarci. La chiocciola costruisce la delicata architettura del suo guscio aggiungendo una dopo l’altra delle spire sempre più larghe. Poi, a un certo punto, inverte bruscamente la rotta e inizia a costruire delle spirali decrescenti. Una sola spirale più larga darebbe al guscio una dimensione sedici volte più grande, e questo, invece di contribuire al benessere dell’animale, lo graverebbe di un peso eccessivo. Superato il punto limite dell’ingrandimento delle spire, i problemi della crescita eccessiva si moltiplicherebbero in progressione geometrica mentre la capacità biologica della lumaca potrebbe seguire soltanto, nel migliore dei casi, una progressione aritmetica. Lo stesso vale per il pianeta terra e la società della crescita: il divorzio della chiocciola dalla ragione geometrica ci mostra una via per pensare a una società della decrescita. Possibilmente serena e conviviale.

Note


1) Il progetto teorico della decrescita è stato articolato da Serge Latouche nelle otto R: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Rilocalizzare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. (Per maggiori approfondimenti vedi S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2007).
2) Il programma politico della decrescita è stato articolato da Serge Latouche in dieci punti: Ritrovare un’impronta ecologica sostenibile; Ridurre i trasporti; Rilocalizzare le attività; Restaurare l’agricoltura contadina; Ridurre il tempo di lavoro; Stimolare i beni relazionali; Ridurre lo spreco di energia; Ridurre lo spazio pubblicitario; Rivalutare la ricerca tecnico-scientifica; Riappropriarsi della moneta. (Per maggiori approfondimenti vedi S. Latouche, L’invenzione dell’economia, Bollati Boringhieri, Torino 2010).

La teoria della decrescita


La decrescita è un movimento politico, economico e sociale basato su idee ambientaliste, anti-consumistiche e anti-capitaliste, secondo il quale la crescita economica – intesa come accrescimento costante di uno solo degli indicatori economici possibili, il Prodotto Interno Lordo (PIL) – non è sostenibile per l’ecosistema della terra. Questa idea è in completo contrasto con il senso comune politico corrente, che pone l’aumento del livello di vita rappresentato dall’aumento del PIL come obiettivo di ogni società moderna.
I pensatori e gli attivisti della decrescita sostengono che il sovra consumo dei paesi ricchi, basato per lo più su produzioni globalizzate (cioè non locali), sia alla radice delle problematiche ambientali di lungo termine e delle grandi diseguaglianze sociali, e per questo ritengono necessario da un lato ridurre i consumi dei paesi ricchi e dall’altro optare verso un modello di consumo sostenibile, basato sull’impiego di risorse locali e di produzioni realizzate sul posto, cioè a chilometri zero. Si tratta in sostanza di promuovere un nuovo stile di vita, che non comporterebbe però un martirio individuale e la riduzione del benessere. Al contrario, la felicità e il benessere aumenterebbero, proprio perché riducendo i consumi e il tempo dedicato al lavoro si potrebbe dedicare più tempo all’arte, alla musica, alla famiglia, alla cultura e alla comunità.

*Professore emerito di scienze economiche all’Università di Paris-Sud (Francia), specialista dei rapporti economici e culturali Nord-Sud e dell’epistemologia delle scienze sociali, è il principale esponente della teoria della Decrescita


tratto da: Buddismo e Società n° 141
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Messaggio di Tiziano Terzani

…per gli adolescenti! Il futuro è nelle vostre mani.

http://www.youtube.com/v/Vb8ALkERAeU&hl=it_IT&fs=1&rel=0

“Il cambiamento partirà da voi.
Con il vostro esempio
il mondo vi seguirà”

Decrescita felice, crescita felice

Se le risorse materiali vanno verso l’esaurimento, è tempo di investire nelle economie immateriali. La Rete è il terreno ideale, ma chi si preoccuperà di fertilizzarlo?

[…] Del resto il senso comune, unito ad un minimo di matematica, ha da sempre reso evidente che uno sviluppo geometrico nel mondo materiale non è sostenibile in nessun caso. Ma come già detto, tutti i leader del mondo e dell’economia, dopo essersi strappati i capelli per il riscaldamento globale, l’inquinamento, il buco nell’ozono e l’esaurimento del petrolio tornano ad inneggiare e perseguire lo sviluppo e la crescita illimitati.

Un tale atteggiamento può essere dovuto a tre cause: ignoranza, disonestà o ipocrisia. La gente comunque non pare preoccupata, ma del resto non si accorge nemmeno di ribaltoni concettuali come quelli dell’energia eolica, passata nell’indifferenza da benedizione a devastazione.

L'”economia della decrescita”, teorizzata da pochi eretici, è una cosa nuova su cui rivendico una grande ignoranza: anche da ignorante sembra però evidente che questa sia l’unica risposta a lungo termine alle catastrofi prossime venture provocate dall’inquinamento e dall’esaurimento delle risorse naturali, ben previste appunto ne “I limiti dello sviluppo”.
Una “decrescita felice” sembra quindi l’unico obbiettivo a medio termine che possa forse portare contemporaneamente sopravvivenza, equità e benessere.

In questo cammino le economie “immateriali” come quelle che si svolgono prevalentemente o completamente nell’ecosistema della Rete potrebbero essere risolutive: possono (potenzialmente) creare valore e benessere senza richiedere risorse naturali o generare inquinamento. […]

Elenchi telefonici

Anche quest’anno, come consuetudine, mi sono ritrovato con l’elenco telefonico nuovo e con quello vecchio ancora cellofanato. Allora la domanda mi sorge spontanea: nell’era di internet dove in dieci secondi trovi il numero che cerchi, ha ancora senso? e poi, cosa non da poco, ha senso per i presbiti come me faticare così tanto per trovare un nome scritto infinitamente piccolo?Si potrà pensare: “metà degli italiani non usa internet”, eccheccavolo, ma metà si! 
Mi sono informato e ho scoperto che in Usa è partita una campagna contro il librone telefonico con questo slogan: “Abolite l’elenco telefonico costa 5 milioni di alberi l’anno”. Anche in Italia si sta muovendo qualcosa.Una consegna a pioggia che spesso non raggiunge chi ne ha davvero bisogno ma arriva nelle case di chi neanche scarterà quegli enormi volumi, grossi costi di produzione e consegna, spreco di carta, acqua e carburante; a tutto ciò il movimento chiede una soluzione. Ovvero lasciare all’utente la libertà di scelta. Verrebbe così garantita la necessità dei consumatori che ancora non usufruiscono dell’elenco on-line di continuare a ricevere l’elenco cartaceo mentre tutti quelli già lo utilizzano rinucierebbero a ricevere il cartaceo.”Le compagnie di distribuzione consegnino il volume cartaceo solo a chi ne fa richiesta, bisogna sfruttare internet e favorire l’edizione on line”.

Alex Zanotelli: Il grande rifiuto

di Alex Zanotelli – 12 Settembre 2009

Il Consiglio dei Ministri approva delle modifiche alla legge 133 utili alla completa privatizzazione dell’acqua

Non avrei mai immaginato che il paese di Francesco d’ Assisi (Patrono d’Italia) che ha cantato nelle sue Laudi la bellezza di “sorella acqua” diventasse la prima nazione in Europa a privatizzare l’acqua!
Giorni fa abbiamo avuto l’ultimo tassello che porterà necessariamente alla privatizzazione dell’acqua. Il Consiglio dei Ministri , infatti, ha approvato il 9/09/2009 delle “Modifiche” all’articolo 23 bis della Legge 133/2008 . Queste “Modifiche” sono inserite come articolo 15 in un Decreto legge per l’adempimento degli obblighi comunitari. Una prima parte di queste Modifiche riguardano gli affidamenti dei servizi pubblici locali , come gas, trasporti pubblici e rifiuti. Le vie ordinarie- così afferma il Decreto- di gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica è l’affidamento degli stessi, attraverso gara, a società miste, il cui socio privato deve essere scelto attraverso gara, deve possedere non meno del 40% ed essere socio” industriale”. In poche parole questo vuol dire la fine delle gestioni attraverso SPA in house e della partecipazione maggioritaria degli enti locali nelle SPA quotate in borsa.
Questo decreto è frutto dell’accordo tra il Ministro degli Affari Regionali, Fitto e il Ministro Calderoli. E questo grazie anche alla pressione di Confindustria per la quale in tempo di crisi, i servizi pubblici locali devono diventare fonte di guadagno.E’ la vittoria del mercato, della merce, del profitto.
Cosa resta ormai di comune nei nostri Comuni?E’ la vittoria della politica delle privatizzazioni ,oggi, portata avanti brillantemente dalla destra .A farne le spese è sorella acqua .Oggi l’acqua è il bene supremo che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici, sia per l’incremento demografico.
Quella della privatizzazione dell’acqua è una scelta politica gravissima che sarà pagata a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese, ma soprattutto dagli impoveriti del mondo( in milioni di morti per sete!)Ancora più incredibile per me è che la gestione dell’acqua sia messa sullo stesso piano della gestione dei rifiuti!
Questa è la mercificazione della politica! Siamo anni luce lontani dalla dichiarazione del Papa Benedetto XVI nella sua recente enciclica Caritas in veritate dove si afferma che l’”accesso all’acqua” è” diritto universale di tutti gli esseri umani senza distinzioni e discriminazioni”.Tutto questo è legato al “diritto primario della vita”.
La gestione dell’acqua per il nostro Governo è assimilabile a quella dei rifiuti! Che vergogna! Non avrei mai pensato che la politica potesse diventare a tal punto il paladino dei potentati economico-finanziari.
E’ la morte della politica!Per cui chiedo a tutti di:-protestare contro questa decisione del governo tramite interlocuzioni con i parlamentari, invio di e.mail ai vari ministeri…-
-chiedere ai parlamentari che venga discussa in Parlamento la Legge di iniziativa popolare per una gestione pubblica e partecipata dell’acqua, che ha avuto oltre 400mila firme e ora ‘dorme’ nella Commissione Ambiente della Camera;
-chiedere con insistenza alle forze politiche di opposizione che dicano la loro posizione sulla gestione dell’acqua e su queste Modifiche alla 23 bis;-premere a livello locale perché si convochino consigli comunali monotematici per dichiarare l’acqua bene comune e il servizio idrico “privo di rilevanza economica”;
-ed infine premere sui propri consigli comunali perché facciano la scelta dell’Azienda Pubblica Speciale a totale capitale pubblico: è l’unica strada che ci rimane per salvare l’acqua.Sarà solo partendo dal basso che salveremo l’acqua come bene comune, come diritto fondamentale umano e salveremo così anche la nostra democrazia.

E’ in ballo la Vita perché l’Acqua è Vita.

Io lo invierei a quante più persone possibile, ma soprattutto bisognerebbe capire nelle nostre città e comuni, sotto casa nostra, andando in municipio, andando dai vari rappresentanti politici locali cosa fare.

Fregarcene ci renderebbe complici. Per favore DIFFONDETE.

Decrescita: Spiritualità

Decimo e ultimo punto del decalogo sulla decrescita: la Spiritualità.
Il decalogo completo lo trovate qui.

10. Spiritualità. Il futuro sarà spirituale o, semplicemente, non ci sarà futuro. Lo studio delle confessioni tradizionali che sono esistite su Gaia ci possono servire d’ispirazione. Questo gran cambiamento di paradigma che implica la decrescita economica è possibile solo nel segno di un cambiamento di paradigma olistico molto più profondo, che includa il mondo spirituale. È impossibile contenere i desideri e la propensione al consumismo, se parliamo di miliardi di persone, senza tener presente la saggezza che emana dai libri sacri e dalle culture orali delle diverse tradizioni del mondo (attenzione, non confondete la tradizione primordiale con guru da quattro soldi, né con le gerarchie ecclesiastiche più inclini alla forma che alla sostanza, né con tradizioni aberranti che non sono mai state consigliate da nessun santo). Ogni tradizione o maestro possiede virtù e metodi propri. Lì troviamo gli strumenti che dobbiamo comprendere e poi assimilare per andare verso una società dignitosa, giusta, libera e bella e in armonia con la Natura e il Cosmo. Nota importante: una vita a basso consumo non implica necessariamente una vita vuota spiritualmente ed emozionalmente ma, al contrario, la vita semplice porta, o può portare, a una vita spiritualmente più intensa nello stesso modo in cui il consumo compulsivo ha come obiettivo riempire il vuoto spirituale della società contemporanea.



[…] Uno dei principi fondanti della nuova visione economica, ovvero la centralità dei bisogni più genuini dell’individuo, di carattere immateriale, o per dirla con Erich Fromm, la valorizzazione dell’essere rispetto all’avere.
Circa la dimensione spirituale ed affettiva, mi domando infatti come sia possibile valorizzarla in senso ampio, e quindi incentivando la solidarietà tra le persone, se l’uomo è perennemente combattuto tra il bene e il male soprattutto in funzione del proprio ego, della propria sopravvivenza e quindi in relazione all’economia, la “scienza lugubre”, come la definì Thomas Carlyle.
Per migliorare in tutti i sensi forse è necessario competere (dal latino cum petere= tendere verso una meta insieme a qualcuno: si pensi ad una gara sportiva, ad esempio), ma bisogna distinguere la competizione negativa da quella positiva. Perché i sostenitori della decrescita preferiscono promuovere maggiormente il concetto di collaborazione (dal latino cum laborare=lavorare con qualcuno) rispetto a quello di competizione?
L’assunto da cui si parte è dunque il seguente, ovvero se il problema principale che attanaglia l’uomo sin dalla sua comparsa sulla Terra, avvenuta circa due milioni e mezzo di anni fa, è la sopravvivenza che si fonda quindi sull’economia, com’è possibile rendere la sua condotta etica ad ampio spettro d’azione?
Il termine economia deriva dal greco e significa amministrazione della casa, ebbene come si può gestire in maniera ottimale la casa/Terra e tutti i suoi inquilini?
Esistere significa percepirsi materialmente, ma anche acquistare consapevolezza di tutto ciò che ci circonda. Senza questa verità sostanziale, che può apparire scontata ma non lo è, le azioni dell’uomo risultano fini a sé stesse. Sarebbe già una grande conquista capire cosa significa essere autoreferenziali, ovvero basarsi esclusivamente su sé stessi e sui propri desideri, non curandosi dei rapporti con tutte le altre realtà esistenti, per capire come attuare il Neorinascimento auspicato da Maurizio Pallante.
Fermiamoci a riflettere un po’ tenendo gli occhi chiusi, respirando a pieni polmoni, tendendo le orecchie, liberando il nostro spirito, lentamente… Cosa sentiamo? Forse che siamo parte di un tutto che ha il diritto di esistere come noi, di star bene perché se non rispettiamo ciò che ci sta attorno, quanto ci accoglie, non potremmo mai sentirci felici di poter assistere a meravigliosi spettacoli paesaggistici, di respirarne il profumo, di udirne i suoni, di gioire perché ci sente amati, consolati, protetti… E allora la conoscenza maturata dall’uomo in millenni di vita va riscoperta in funzione dell’emergenza del presente. Dall’osservazione dei fenomeni naturali che gli consentì di coltivare la terra per il suo sostentamento, dalla curiosità che manifestò verso la nascita di nuove creature, dal dolore che provò nel rendersi conto di essere mortale e che lo condusse a praticare le prime forme di culto religioso, nonché a produrre degli oggetti che accompagnassero il defunto nell’aldilà. Dalla consapevolezza di essere circondato da forze superiori alla propria nacque il desiderio di dominarle, per paura di essere schiacciato, tanto da parte di un habitat naturale ambiguo e ostile, quanto dai propri stessi simili. L’Homo sapiens non abita più dentro una grotta, non indossa più indumenti fatti di vegetali o pelle animale, non utilizza più strumenti rudimentali per procacciarsi il cibo: è diventato Homo artificialis. L’ingegno umano ha trasformato lo stesso uomo in una macchina sofisticata inserita in una società urbana industriale in cui ciò che conta è la produzione e la circolazione di merci, l’accumulo di capitale, cosicché le stesse relazioni interpersonali appaiono vendibili.
Dunque occorre soffermarsi sul come attuare una società della decrescita, fondata sulla solidarietà, sul rispetto, senza azzerare tutte le conquiste tecnologiche conseguite, sul come disintossicarci dalle conseguenze dell’industrializzazione ribaltando il rapporto tra natura e artificio, tra spiritualità e materialità, tra una concezione economica di tipo femminile, più propensa ad una produzione artigianale, fondata sui valori affettivi, sul benessere psicofisico, come sostiene lo stesso Pallante, e un’obsoleta visione economica maschile che col trascorrere dei millenni, non solo ha abusato delle stesse risorse naturali, ma ha fatto della competizione sleale, aggressiva, nonché menzognera, il modus operandi per accumulare beni superflui e in larga misura dannosi. [via]

Decrescita: Tecnologia

Nono punto del decalogo sulla decrescita: la Tecnologia. I primi otto li trovate qui.

9. Tecnologia. La tecnologia non è neutrale. La tecnologia punta sullo sviluppo economico e sulla dittatura tecno-scientifica. La tecnologia e la scienza hanno creato una nuova religione, i cui dogmi sono “raccomandati” alla popolazione attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Evidentemente, nell’attualità, in un luogo come la Spagna, sarebbe molto difficile tornare a vivere di caccia, a raccogliere frutta dagli alberi e voltare completamente le spalle alla società tecnologica. Tuttavia, ci sono diversi livelli… di integrazione al mondo tecnologico. Attraverso determinate abitudini di consumo, di vita e scelte quotidiane, possiamo sabotare il mondo tecnologico e le imprese, gli stati, gli eserciti, le macchine… che stanno dietro di essi. Da un lato, senza arrivare a posizioni di luddismo radicale, conviene vivere il più lontano possibile dal sistema tecnologico, che distrugge la Natura e la società umana. E dall’altro, conviene favorire le tecnologie più artigianali, a dimensione umana, sottoposte a un controllo sociale, facile, accessibile e diretto. Senza bisogno di diventare degli Amish, è possibile indirizzare la nostra esistenza verso forme di vita meno dipendenti dal mondo tecnologico. O, almeno, dagli aspetti più demenziali e aberranti dell’universo tecnologico attuale.


Maurizio Pallante dice:

Tecnologie della decrescita: per fare una casa che consuma 7 litri ci vuole più tecnologia che fare una casa che consuma 20! È una tecnologia diversa dalla tecnologia della crescita. Quest’ultima ha lo scopo di aumentare la produttività, cioè di fare in modo che nell’unità di tempo ogni persona faccia più cose possibili; le tecnologie della decrescita hanno lo scopo di ridurre per ogni unità di prodotto l’energia e la materia prima necessaria, la quantità di rifiuti che si produce al momento della produzione, i rifiuti industriali che si creano dopo, quando l’oggetto viene dimesso. Quindi si può dire che tutte le tecnologie del riciclaggio sono tecnologie della decrescita.

In molti credono che applicare la decrescita significhi rifiutare la tecnologia. Invece è proprio il contrario! Significa sviluppare al massimo determinate tecnologie. Ma le scelte vanno fatte con cognizione di causa.

Ad esempio: ha senso affermare che la priorità per realizzare una politica energetica rispettosa dell’ambiente sia sviluppare le fonti rinnovabili? No. Finché noi continueremo a sprecare il 70% dell’energia che si consuma nelle abitazioni, nell’autotrasporto, nelle centrali termoelettriche, il sistema energetico sarà simile ad un secchio bucato. E normalmente, se ho un secchio bucato e devo riempirlo d’acqua, prima di decidere quale sia la fonte migliore con cui riempirlo, cerco di chiudere i buchi. Facendo ciò, elimino le dispersioni e pratico la decrescita.

Solo una volta eliminati gli sprechi, quindi, posso studiare fruttuosamente il miglior modo per sostituire il residuo di fabbisogno di fonti fossili con energia generata da fonti rinnovabili.

Ma non è tutto. Anche la scelta di quali energie rinnovabili utilizzare e con quali modalità è una scelta che va fatta con cognizione di causa.

Schema di un’utenza dotata di un impianto fotovoltaico
Le fonti rinnovabili, infatti, per minimizzare il loro impatto sull’ambiente, non si devono sviluppare attraverso grandi impianti, ma su piccoli impianti finalizzati all’autoconsumo.

Una grande centrale eolica, ad esempio, ha una serie di controindicazioni:

– devasta le colline;

– comporta la costruzione di strade di servizio per i camion;

– necessita di grandi scavi per le fondamenta, essendo i pali alti anche 120 metri;

– danneggia notevolmente le migrazioni degli uccelli, mietendo centinaia di vittime, in quanto questi volatili utilizzano proprio le “correnti costanti” su cui si tracciano le rotte degli uccelli che vengono quindi fatti a fettine.

In Gran Bretagna, invece, vendono delle pale eoliche da un kilowatt di potenza, alte 2 m, destinate ad una diffusione capillare e prive di controindicazioni.

E per quanto riguarda il solare?

“Anche in questo caso vale lo stesso discorso. Se costruisco una grande centrale fotovoltaica devo coprire ettari ed ettari di terreno con materiale inorganico, impedendo così la fotosintesi clorofilliana. Se invece ricopro di pannelli solari i tetti di tutto il paese non ho alcuna controindicazione.

Questa modalità di produzione energetica è chiamata generazione diffusa. Io produco l’energia che mi è necessaria e scambio l’eccedenza. L’energia prodotta per l’autoconsumo non è una merce, ma un bene. Torniamo quindi al discorso della decrescita felice”.

In che modo il vostro movimento cerca di incoraggiare questo tipo di iniziative?

“Se c’è un’azienda che produce qualcosa che permette un minor consumo di energia elettrica o di riscaldamento per le abitazioni, noi riteniamo che questa azienda stia lavorando per la decrescita e quindi vogliamo incoraggiarla e aiutarla.

Cerchiamo quindi di raggruppare delle aziende che sviluppano tecnologie in grado di ridurre il consumo delle risorse, le mettiamo in rete e realizziamo una specie di database che comprende le aziende che soddisfano determinati requisiti. Oltre alla qualità dei loro prodotti valutiamo la responsabilità sociale ed ambientale dell’impresa. Cerchiamo quindi di coinvolgere la gente comune in questo processo, invitando le persone che si rivolgono a queste ditte a dargli un voto”

Venendo agli stili di vita, da cosa bisognerebbe partire per vivere all’insegna della decrescita felice?

“Bisogna ri-imparare il saper fare. Oggi non sappiamo fare più niente, perché compriamo tutto. Bastano due giorni di sciopero dei camion (ricordate gli assalti ai supermercati di qualche mese fa?) e milioni di cittadini vanno nel panico perché sanno che se non comprano non vivono; bisogna quindi riscoprire il saper fare come elemento culturale. Ecco perché a Torino (Maurizio Pallante vive in Piemonte, n.d.r) stiamo realizzando l’Università del saper fare.

Stiamo anche cercando di immaginare un futuro diverso per la città, che in questi anni è una specie di Titanic dove si passa da una festa all’altra cercando di creare occupazione effimera sfruttando le Olimpiadi, le Paraolimpiadi, il 150 Anniversario dell’Unità d’Italia e così via”.

Cosa dovrebbero fare invece?

“Bisognerebbe cominciare a vedere che esiste, in una città che ha una spiccata tradizione industriale, la possibilità di sviluppare delle tecnologie che vanno in direzione della decrescita. I torinesi hanno il chiodo fisso di non essere più capitale per cui ogni volta che possono dicono Torino la capitale dello sport, degli scacchi, adesso è la volta del design.

Il design moderno dovrebbe essere finalizzato alla creazione di oggetti che, una volta diventati obsoleti, possano essere scomposti nelle loro materie prime. Eppure questo argomento non è mai stato trattato nei 150 convegni organizzati!

Una città con una tradizione tecnologica così forte non è in grado di esprimere delle persone in grado di progettare degli oggetti costruiti in quest’ottica? Io penso di si!!”

Per sintetizzare?

“Noi non vogliamo presentarci come quelli del “no a questo, no a quest’altro”. Noi, con la nostra forza e modestia, siamo quelli delle controproposte inserite in una visione complessiva di progettazione del futuro; vogliamo entrare nell’orizzonte delle cose possibili”.