Archivi categoria: dischi settanta

Eric Clapton – Slowhand (1977)

I settanta furono anni drammatici ma importanti per Clapton. Egli vinse la propria battaglia contro l’eroina e risorse a nuova vita con un album come “461 Ocean Boulevard”, scoprendosi, poi, un redditizio hitmaker ed autore di ellepi che – minimo – divennero d’oro, per non dire di platino.
“Slowhand” è uno di questi. Il titolo coincide con il nomignolo che gli avevano affibbiato i fans.
Da tempo Clapton nutriva una passione speciale per JJ Cale. Almeno dal periodo di “After midnight”, che egli aveva portato in classifica nel ’70.
Ed è proprio dall’ascolto della musica di quello schivo e solitario eroe dell’Oklahoma che egli si decide a dare una sterzata alla sua produzione incidendo “461 Ocean Boulevard”.
Lo stile diventa leggermente più commerciale, ma mantiene sempre il feeling del blues, pur facendo a meno – talvolta – della sua struttura.
Il gruppo che accompagna Clapton è collaudato e sa riservare al leader gli spazi necessari per le luminose invenzioni “della solista”. L’essenziale di “Slowhand” è dato da ballate molto molto lente, da canzoni ritmate sullo stile pigro di JJ Cale e da una buona dose di blues senza parlare delle aperture al County.
Tutto è semplice e lineare; tutto è avvolto da un sottile velo di melanconia; da meritare ascolti ripetuti anche a distanza di anni dalla pubblicazione. 4/5

The Clash – London Calling (1979)

Il revisionismo del punk. La reazione contro la reazione. London Calling rimette in discussione tutta la furiosa e scomposta ondata di ribellione del punk, dando spessore ad un sound dalle palesi difficoltà-limite. Lo stereotipo del punk con i suoi quattro accordi ripetitivi e spaccatimpani tutto urli, sputi e spilloni era già finito, in quanto più che un vero genere musicale era semplicemente un modo di sentire la musica. I Clash, che tra l’altro nel marasma erano tra i pochi a saper veramente suonare, si staccano da questo ordine di idee nichilistiche senza limiti ideologici umani e fisici e arrivano ad una dimensione artisticamente più valida.
I Clash diventano la faccia politicizzata dell’ondata punk. La scelta di compiere il prezzo imposto ai propri album: London Calling, doppio, esce a 5 sterline, lo stesso prezzo di un album singolo; l’anno dopo, Sandinista, triplo, uscirà a 5,99 è in realtà, la scelta più rivoluzionaria. Fino al 1982, la band non guadagnerà praticamente niente e rimane di fatto ostaggio della casa discografica… Ma è appunto lo stile che conta, e London Calling lo dimostra. Della furia del punk rimane poco. La rabbia non si arresta e non può essere arrestata, ma il messaggio ora viene per mezzo di un rock-soul elettrico e supertirato di qualità sofisticata. Inoltre i Clash sono anche gli unici sopravvissuti a penetrare nel vivo i problemi morali della società, ribellandosi ad essa e gridando giustizia, mentre l’industria discografica aveva operato un’abile divisione del movimento circoscrivendolo ad un pittoresco fatto di costume da consumare preferibilmente il sabato sera. Questo è un lavoro di grande rock and roll a 24 carati dal riff bruciante e dalla vigorosa componente “funk-oide”. London Calling rimane il rifugio granitico dagli invadenti e tecnologici colpi dell’after-punk. Un classico nato tale, una rarità assoluta nell’emisfero musicale. 5/5

Robert Fripp & Brian Eno – No Pussyfooting (1973)

Due per due. Due musicisti macchina. Due tracce di venti minuti di composizioni spontanee. Due periodi di impressionante ricerca sonora per uno dei lavori più importanti di sperimentazione elettronica mai realizzati. Inizia così il sodalizio artistico tra Robert Fripp e Brian Eno, due personaggi tra i più enigmatici della musica rock.
No Pussyfooting è il primo di una serie di collaborazioni che porteranno incredibili strategie sonore e un mutamento radicale all’interno della musica rock. Registrato in casa di Eno in un solo pomeriggio, questo disco crea un precedente per intere generazioni di sperimentatori e minimalisti del suono. L’eclettismo di Fripp e il suo cinismo maniacale per lo strumento trovano il giusto complemento con il rigore introspettivo di Eno. Una sequenza imprevedibile di assolo liberi che si dribblano in giri frenetici, si aggrovigliano tra le traiettorie dei sintetizzatori manipolatori di Eno, modificati, rallentati, filtrati in un magma sonoro dalle tinte abrasive, anticonvenzionali sino in fondo. E’ la nascita di un tipo di rock evoluto che rilegge con intelligenza l’esperienza avanguardistica e la mette al servizio dell’elettronica futura. Una jam di studio basilare che quando prende coscienza delle proprie mutazioni elettroniche, autodistrugge tutto perché lo scopre inutile. 4/5

Neil Young – On the beach (1974)

Se si escludono le estemporanee night-session di Tonight’s the night, On the beach è il lavoro più drammatico, triste e doloroso di Young, ma anche quello meno negativo. Neil Young mette a nudo le sue esperienze facendone un punto di forza realizzando sei incubi agghiaccianti, tetri ed impenetrabili e due rifugi malinconici per il cuore. Storie di morte raccontate da chi è sopravvissuto, ricordi vicini e lontani che vengono rivisti con significati rivelatori. On the beach è una introspezione esistenziale con evidenti sottintesi psicoanalitici in un misto di irreale e quotidiano, di bisogno-abbandono, dove per la prima volta Neil Young vive la sua vita e le sue esperienze in prima persona. E’ l’impronta esasperata e vera del suo personale modo di intendere il blues: una musica cruda, chitarre sporche e lancinanti, ritmiche squadrate ed essenziali e su tutto la voce cruda di Neil che tesse frenetiche immagini surreali, suonate e interpretate esclusivamente per sè stesso. Con queste confessioni autobiografiche On the beach cancella il passato ed esprime una nuova esigenza del musicista che artisticamente e umanamente lascia tutt’oggi stupefatti. 4/5

Robert Wyatt – Rock Bottom (1974)

Non è facile descrivere questo album, la sua bellezza è direttamente proporzionale alla sua complessità. Sono i Suoni e i sospiri di un uomo distrutto nel fisico, ma spiritualmente integro come pochi. Wyatt ritrova se stesso e l’inizio di una nuova vita proprio quando stava per perderla. Costretto su una sedia a rotelle, Wyatt realizza insieme ad amici canterburiani di vecchia data come Richard Sinclair, Hugh Hopper e uno straordinario Mike Oldfield, uno dei pochi toccanti inni di pace e d’amore mai ascoltati. Non c’è più la lucida follia dei Soft Machine, ne la psicotica anarchia dei Matching Mole, ma una musicalità dolce pervasa da un senso di commovente tranquillità e una voce roca che sembra quasi sottolineare i passaggi di questa eterea e sognante dimensione. Rock Bottom è un fascio di luce radioso che entra dalle finestre dell’anima per esaltare l’imperscrutabile grandiosità della vita. Un destino oltraggioso a causa dell’autolesionismo ha spezzato il talento tecnico del miglior batterista del Regno Unito, ma, di conto, proprio questa condizione l’ha trasformato in un musicista completo e un poeta che non teme confronti. 4,5/5

Joni Mitchell – Hejira (1976)

Colonna sonora di un viaggio dal piglio autobiografico che affronta il tema simbolico della strada intesa come la vita, le vicende e il suo distacco progressivo dagli affetti fino alla solitudine finale. Scritto veramente durante un viaggio in auto da New York a Los Angeles, Hejira è un diario intimo di proustiana memoria, un flashback nei ricordi che va alla ricerca del tempo perduto. Joni Mitchell canta ciò che legge nel suo cuore, con la sua voce in primo piano a sottolineare storie di donne che sono lo specchio della sua condizione personale.
La realtà universale della strada rappresenta la vulnerabilità dell’uomo, la partenza e l’arrivo e l’incognita dei percorsi. Altero ed umanissimo, Hejira è un lavoro così perfetto liricamente da far sembrare la musica non sufficiente a contenere tutte le emozioni espresse. In Joni Mitchell c’è sempre un qualcosa di più: l’arte della pittura, della letteratura, ma soprattutto il dilemma di sempre ossia del momento che divide il reale dall’irreale descritto divinamente dalle combinazioni elettroacustiche di Jaco Pastorius e Larry Carlton e da impasti vocali inimmaginabili. Da Signora del Canyon a Signora del jazz con lo stesso pallore di un volto perennemente diviso tra innocenza e spirito ribelle. Con questo disco la Mitchell affina la poliedricità della propria musica con uno stile sempre più sofisticato, ritornando alle ballate acustiche di Blue costruite ora sulle bellezze jazzy di Court And Spark e Hissing Of Summer lawnes. 4/5

Santana – Abraxas (1970)

Quando il “veggente” risalì la costa occidentale del continente americano, trovò un clima più temperato, gente meno aperta e un appartamento che per un paio di mesi gli fece rimpiangere la sistemazione messicana. A San Francisco incontrò il jazz e il rhythm’n’blues e dopo i quattro storici concerti al Fillmore West e l’apparizione a Woodstock, i Santana entrarono in studio e in pochi mesi uscirono prima con “Santana” e poi con “Abraxas”.
Abraxas in linea con il nome ricavato da un passo di Demian di Herman Hesse è una grande opera di contaminazione di culture musicali differenti formalmente, come il blues e la musica latino-americana, sotto l’impronta comune del rock. Quello che prima degli altri e, alla luce di quanto è accaduto in seguito, meglio di altri, Santana ha individuato uno spazio vuoto nel mondo della musica di protesta, un luogo vergine in cui poter osare oltre i confini. Lavorando, quasi senza saperlo, in territori dai sapori “salsa” e “anime africane”, inventarono la world music.
Abraxas è il matrimonio tra carnalità e spiritualità. Trentasette minuti di suoni avvolgenti, ritmici e passionali, intrecciati da abili mani di musicisti che volano liberamente in una musica arroventata dai ritmi afro-cubani e della lancinante melodia di una chitarra Gibson.
A distanza di anni è ancora oggi molto difficile trovare un lavoro impregnato di tante musiche e tante ispirazioni diverse inglobate in un disco di trentasette minuti dalla fisionomia unica. 4,5/5