Archivi categoria: fotomaestri

Bruce Gilden e la strada

Bruce Gilden si racconta.

Devi avere la passione, altrimenti non puoi realizzare buone foto. E’ facile a dirsi ma non è facile a farsi. Per fortuna, fin da ragazzo sono sempre stato attratto dai tipi buffi – per esempio, ho sempre amato i lottatori più brutti – così, fotografarli mi è sembrata la cosa più logica da fare. Ci sono cose specifiche che amo e che non amo. E poi. devo dire chiaramente che non basta un tipo caratteristico per fare una buona foto.

Come hai imparato a diventare fotografo?
Camminando per la strada con una macchina fotografica in mano.

Perché fotografi?
Ho la passione della fotografia e sento di non avere altra scelta. Puoi scegliere se seguire questa strada o meno; ma per me, ovunque vada nel mondo, ci vado proprio per scattare fotografie. Non faccio vacanze.

Perché fotografi la gente per la strada?
Forse perché quando ero ragazzo, cresciuto in una zona malfamata, passavo ore fissando fuori dalla finestra le attività che si svolgevano per la strada. Ho sempre cercato tipi particolari, persone che, in un senso o in un altro, spiccano sullealtre.
Non persone comuni.

Perché così vicino?
Più divento vecchio, più mi avvicino.
Credo che sia indispensabile per rivelare l’essenza del soggetto. Non mi avvicino alle persone che non mi piacciono.

Come descriveresti il tuo stile?
Il mio stile nasce da come fotografo. Devo essere fisicamente agile, intuitivo, senza paura e devo stare in strada.

Che cos’è per te una buona fotografia?
Un’immagine formalmente ben concepita, che ti colpisce emozionandoti, è per me una fotografia forte.

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Leonard Freed il fotografo dei diritti civili

Leonard Freed si racconta.
La fotografia è un linguaggio visivo appena agli inizi. E proprio come il poeta dà un senso alle parole, così il fotografo lo dà ai simboli visivi. Tuttavia, mentre le altre arti si sono sviluppate nel tempo, attraverso i secoli, la fotografia deve ancora maturare e definirsi. Poiché milioni di persone possono vedere le stesse immagini alla televisione, i film e la fotografia divengono in questo senso comunicazione, linguaggio.
La prima comparsa degli astronauti sulla Luna fece storia, così come i primi passi di Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo. Il primo è un fatto visivo; il secondo un fatto letterario. Per quanto riguarda Colombo siamo costretti a immaginare la scena, mentre i dettagli dell’impresa degli astronauti sono per tutti esattamente gli stessi. Quando diciamo “il primo uomo sulla Luna”, tutti noi parliamo la stessa lingua, ijn Cina, in India o in Africa, tutti abbiamo davanti la stessa immagine visiva.
La fotografia (ovvero la riproduzione) è diventata lingua universale.

Essere un poeta fotografo è triste ed è anche una sfida. E’ triste pensare che le tradizioni letterarie vadano perdute a vantaggio di un mezzo espressivo che è soltanto agli inizi. E’ una sfida in quanto un artista è libero di essere originale.

Io non decido ciò che supponete di leggere nelle mie immagini. Più la foto è ambigua, meglio è… Altrimenti, sarebbe propaganda.

invece di andare dallo psichiatra, faccio fotografie. Se ti ammali devi affrontare subito il male.
Devi cercare le risposte al tuo male e soltanto in questo modo riuscirai a superarlo. io ho trovato una professione che riesce a darmi alcune risposte. Questa è l’unica ragione per cui non faccio fotografie di moda, perché non mi darebbero risposte.

E’ soltanto ciò che avviene per caso, la scintilla di vita, che dà verità alle cose. Nell’arte, nell’attimo creativo, è verità tutto ciò per cui lottiamo.

Link: Magnum PhotosInmotion TributeImmagini da Google

Thomas Hoepker: Il fotogiornalismo è un film

Thomas Hoepker si racconta.
Essere li: questa è la maledizione e la forza del mezzo di comunicazione fotografica. Un cronista può scrivere i suoi pezzi stando dietro le linee, a distanza di sicurezza, raccogliendo informazioni di seconda mano o addirittura consultando un archivio. Un fotografo, invece, non ha scelta: non può far foto da dietro una scrivania; deve essere proprio lì dove le cose succedono. E tutto questo richiede un carattere speciale.

I buoni fotografi raramente sono dei corporativi. A volte sono dei rompiscatole, e spesso degli emotivi. Molti hanno precise idee politiche, hanno un debole per gli oppressi, sono progressisti, e questo perché ogni giorno il loro lavoro li porta dall’altra parte della barricata, tra la miseria, la sofferenza, i soprusi o semplicemente, tra la gente comune. La fotografia è un lavoro pesante, perché piova o splenda il sole, faccia caldo o freddo, devi portarti appresso chili di attrezzatura, e a volte devi star lì, fermo, agli angoli delle strade: insomma, un’attività certamente non aristocratica.

Il fotogiornalismo consiste semplicemente nell’essere curiosi, uscire e vedere quel che succede. Dopo aver fotografato per un pò, magari approfondisci con le letture il soggetto su cui stai lavorando e allora ti rendi conto di quante cose hai perso. Ma all’inizio, è molto utile essere ingenui, naif e, semplicemente, andare.
Io amo molto quella sensazione del primo giorno, quando ti trovi in un Paese dove non sei mai stato prima, esci dal tuo albergo e cominci a guidare tra le montagne. E’ un momento di scoperta ed è molto esaltante. Sei curioso e non hai idea di quel che può accadere.

Il fotogiornalismo è come realizzare un film. Ragioni in termini di velocità e movimento da un piano a un campo lungo su un paesaggio per poi staccare di nuovo su un piano ravvicinato. Se lavori a colori, ragioni su come utilizzare il colore e così, sa hai già un paio di scatti di paesaggi molto verdi, cercherai qualcosa di rosso. Puoi giocare con visioni, sensazioni ed emozioni diverse. Non è che funzioni sempre. A volte torno a casa e il risultato finale è l’opposto di quel che pensavo di ottenere.

Eve Arnold e l’icona Marilyn Monroe

Eve Arnold si racconta.
Sono nata povera, in America, da genitori immigrati russi. Ho cominciato a lavorare presto e, lavorando, dovevo provare me stessa. L’atmosfera a volte competitiva di Magnum è stata uno stimolo in più. In quanto donna, ero in una posizione privilegiata sebbene sentissi spesso, da parte di alcuni colleghi, quell’attitudine da benevola pacca sulla spalla e da “su, ragazzina”. Non c’è da meravigliarsi se ho dovuto cercare di essere brava almeno quanto gli uomini: il mondo era duro là fuori. La scommessa più grande era riuscire utilizzare il mio essere donna nel modo migliore – mi dava uno spessore unico, in un mondo tutto maschile.
I sessi pensano in modo differente, lavorano in modo differente, allora perché non essere me stessa? Questa è finita per essere la decisione più saggia che abbia mai preso.

Eravamo giovani e idealisti, e facevamo parte di una ‘confraternita’ piena di contenuti e competizione. Quando Werner Bischof e Bob Capa sono morti, nel 1954, ci siamo di colpo sentiti senza leader – meglio, ci siamo sentiti senza padre.
Avevo fame di risposte e il bisogno di conoscere mi ha portato a imparare la professione che mi avrebbe permesso di viaggiare nel mondo, di vedere molti paesi e molte culture, di valutare nel giusto modo quel che vedevo e di cercare di comprendere quel che vedevo e fotografavo secondo la mia esperienza.

Cosa mi ha guidato e portato avanti attraverso i decenni? Qual è stato l’impulso? Se dovessi usare un’unica parola, sarebbe “curiosità”.
La curiosità è stata una sfida costante.
La grande capacità della fotografia di essere imprevedibile mi ha sempre affascinato.
Le possibilità sono infinite. Le decisioni su cosa includere e cosa escludere, l’inquadratura, il lavorio nel cercare di cogliere il momento giusto, di guardare la luce muoversi su di un viso, il caleidoscopio di emozioni da cui poter scegliere – tutto così vario e intercambiabile.
Le domande della fotografia alla ricerca di risposte si intrecciano inevitabilmente con la vita delle persone.

La vita

1913 – nasce a Philadelphia, USA
1946 – lavora in uno stabilimento di ritocco fotografico
1948 – frequenta un corso di fotografia per sei settimane
1951 – diventa membro associato di magnum Photos e nel
1955 – membro effettivo

Raymond Depardon e il viaggio

Raymond Depardon si racconta.
In effetti partendo per fotografare soldati, terremoti o principesse, ho fotografato contadini, perché nel mondo intero esistono molti contadini. E poi il viaggio mi ha permesso di scoprire la mia vita, di scoprire l’amore, molto semplicemente. Ho l’eterna ossessione di amare una donna e di portarla in viaggio con me. Viaggiare mi ha permesso di essere sempre in piedi. se non funziona con una donna, il viaggio relativizza i problemi.

La delusione: è il primo elemento del viaggio. Bisogna aspettarsela questa delusione, arriva da un momento all’altro, passando per l’euforia, l’entusiasmo, le luci dell’inizio, l’aeroporto e poi, eccola qui, arriva; ci sentiamo delusi. E allora? Come sempre, quando si arriva in basso, non si può che risalire. Si risale molto lentamente e poi il viaggio comincia davvero. Ecco le cose che non avevamo visto e le foto si animano.
E si comincia a riprendere vita. Le luci non ci sembrano male, la gente, i suoni, i gesti… E’ un viaggio. Ancora una volta il viaggio forse è solo un nome. Si tratta di un paesaggio che ci corre accanto mentre noi restiamo fermi, oppure il contrario?

Mi sono imbattuto su una frase di Barthes che mi ha illuminato: diceva che sotto un’immagine ci può essere un testo ad azione ritardata oppure un testo di ancoraggio. L’ancoraggio, per molto tempo, è stato la didascalia dura e pura, quella dell’AFP, di Reuter.
Il testo ad azione ritardata era quando si parla di altro o si pensa ad altro – qualcosa che mi capita spesso. Scatto una foto, ma penso ad altro: allora, di cosa deve trattare la didascalia? Questa frase di Barthes mi ha aiutato a parlare di altre cose.

A un giovane fotografo direi di fotografare tutto, di avere la coscienza e il coraggio di fotografare la sua vita. E’ una cosa violenta perché lo si accuserà di occuparsi di se stesso ma io credo che, quando si parla di sé, si parli anche degli altri. Bisogna che tutto, però, sia basato su una necessità, ma evidentemente, fotografando gli altri, ci si fotografa e le persone che pretendono di non parlare mai di se stesse, in verità ne parlano.

Direi che esiste un elogio del viaggio o, al contrario, una delusione. Si tratta di ritrovare se stessi.
Il viaggio, è una terra impossibile.

Link: WikipediaMagnum Photos

Donovan Wylie e il bandolo della matassa

Donovan Wylie si racconta.
Ho cominciato a farmi notare all’età di dieci anni, diventando il campione di yo-yo dell’Irlanda del Nord. Ma la competizione diventava una forma di pressione eccessiva e a dodici anni ho mollato tutto per un’occupazione relativamente più semplice – la fotografia. Ho acquistato una macchina fotografica per 10 sterline da un compagno di scuola. Apparteneva al padre, morto qualche anno prima. Era molto vecchia e spingere l’otturatore diventava un’impresa: a volte funzionava tutto bene, a volte si apriva e si chiudeva solo quando ne aveva voglia.

E’ incredibile quante cose ambiziose riesci a fare quando hai molta libertà. A sedici anni mi sono ritrovato, visivamente parlando, a concepire idee di una profondità inaspettata. Quando cresci, è fin troppo semplice sentire le costrizioni che la società impone a un fotografo professionista – le limitazioni insieme del fotogiornalismo e dell’immaginazione dei photo editor. Se non fai attenzione, puoi perdere quel che una volta sei riuscito ad avere dentro di te.

Il mio primo tentativo di realizzare un reportage è stato quando avevo 13 anni. Ho scelto un gruppo di “viaggiatori”; ho smesso di andare a scuola e ho cominciato ad andare con loro. Ricordo un matrimonio; mi divertivo, ma c’era una difficoltà, che mi ha poi richiesto molti anni per risolverla. La difficoltà era riuscire a trovare un equilibrio tra le tante responsabilità che sentivo coinvolte: verso loro come persone, verso l’immagine in sé e verso una nozione più generale di pubblico. Anche se la fotografia è nata come qualcosa di molto semplice, rapidamente è diventata qualcosa di complicato e ci sono voluti anni per trovare il bandolo della matassa. In qualche modo, lo sto ancora cercando.

Bruno Barbey, la foto rimane

Bruno Barbey si racconta.
Ho cominciato a fotografare all’età di 18 anni con il desiderio di avere contatti umani, di viaggiare, di conoscere altre culture, di esprimere la mia sensibilità.
Come molti altri fotografi, mi sento più a mio agio con le fotografie che con le parole.

Non riesco a spiegare il mio legame con il Marocco. Sono nato lì e lì mi sento a casa. Sebbene usi il colore in una maniera astratta, scattare fotografie per me non è solo un piacere estetico. Quel che mi affascina sono le persone e la cultura.
Ho cominciato a fotografare il Marocco 30 anni fa e sono sempre tornato a lavorarci. I marocchini sono riusciti finora a preservare il loro senso di solidarietà umana e armonia con la natura adattandosi al mondo moderno, restando però sempre legati alla propria cultura.
Come dappertutto, la globalizzazione si sta facendo avanti e mi domando per quanto ancora il Marocco riuscirà a mantenere questa dimensione senza tempo.

Non sarei mai stato abbastanza pazzo da continuare a lavorare in Marocco se i miei ricordi di infanzia non fossero rimasti impressi in me in modo così vivo. Quel che potrebbe essere niente di più di un interesse estetico, in qualsiasi altra parte del mondo, qui acquista una dimensione unica.

Sono attratto soprattutto dalla bellezza, dall’umanità, dal lato positivo. Non amo immergermi nelle dimensioni sordide. Preferisco afferrare un’ombra fugace su un bel colore che fotografare una scena di guerra. Rifiuto l’estetica della folla o dell’orrore.

Penso sempre all’avvenire. Amo lavorare realizzando fotografie che resteranno; desidero lasciare una traccia che resista nel tempo. Perciò mi è capitato di scegliere pellicole che sarebbe stato impossibile sviluppare nel poco tempo concesso da rivista come Time o Newsweek. Questo li faceva infuriare. Ma io tenevo duro. Ho rinunciato a molti lavori per questa unica ragione. La sopravvivenza delle pellicole e delle immagini non è un dettaglio: è l’essenza stessa della fotografia. E’ la memoria a motivarmi.

vita

1941 – nasce in Marocco
1957 – 1961 – studia fotografia e arte grafica in Svizzera
1961 – 1964 – in diversi viaggi fotografa gli italiani come protagonisti di un piccolo mondo teatrale
1964 – si avvicina a Magnum Photos, nel 1966 diventa associato e nel 1968 membro effettivo
1979 – 1981 – fotografa la Polonia in un particolare momento politico
1999 – il Petit Palais di Parigi presenta una grande mostra delle sue foto scattate in Marocco

link: Bruno BarbeyMagnum Photos