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Banda larga? naaaaaaaa

Il Governo affonda il progetto banda larga, è finita!

Il progetto banda larga non potrà contare sugli 800 milioni di euro promessi. Ne sono rimasti solo 100 e vi sarà bisogno del co-finanziamento regionale. Per di più, stando a quanto ha scoperto il Sole 24 Ore, si parla solo di distretti industriali e non di famiglie.

Il progetto banda larga del Governo è completamente evaporato. Si è sempre parlato di 800 milioni di euro per recuperare terreno sul fronte della connettività nazionale, ma grazie al Sole 24 Ore oggi scopriamo che nella migliore delle ipotesi il paese potrà contare su soli 100 milioni.
Verrebbe da dire che è finita, poiché presso il Ministero dello Sviluppo Economico non solo si sta parlando di cofinanziamenti con le Regioni ma anche di intervenire esclusivamente nei distretti industriali (si parla dei 73 più importanti, di cui 16 critici).
Insomma, il Governo cercherà di convincere i Governatori a prediligere la banda larga invece che il risparmio energetico, il rafforzamento distretti sul mercato internazionale, lo sviluppo reti di impresa, il settore abbigliamento-moda o la nautica. Il co-finanziamento infatti è regolato da bandi di settore (decreto legge del 7 maggio) che scadranno a ottobre.
Che cosa vuol dire tutto questo? Se anche le Regioni dovessero accettare la sfida sulla banda larga è praticamente scontato che siano costrette ad attingere ai Fondi FAS o ai Programmi Operativi Regionali per ogni altra attività. Non ci sono più soldi.
A questo punto non si tratta più di crisi economica, ma di priorità. Per il Governo la banda larga non è importante. A tutti gli effetti non fa guadagnare punti politici, non aumenta l’elettorato, non è attualmente strategica per le lobby vicine al Palazzo e infine non genera ritorni economici o di immagine a breve termine.

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Annozero torna giovedi 23 settembre

Cari amici, sono di nuovo costretto a chiedere il vostro aiuto. Giovedì 23 settembre alle ore 21.00 è prevista la partenza di Annozero ma la redazione è tornata al lavoro da poche ore e con grande ritardo, i contratti di Travaglio e Vauro non sono ancora stati firmati e lo spot che abbiamo preparato è fermo sul tavolo del Direttore Generale. Tuttavia, se non ci sarà impedito di farlo, noi saremo comunque in onda giovedì prossimo e con me ci saranno come sempre Marco e Vauro.

Vi prego, come avete fatto con Rai per una Notte, di far circolare tra i vostri amici e tra le persone con cui siete in contatto questo mio messaggio avvertendoli della data d’inizio del programma. Nelle prossime ore vi terrò puntualmente informati di quanto avviene.

Un abbraccio
Michele Santoro

Laicità

Laico non vuol dire affatto, come ignorantemente si ripete, l’opposto di credente (o di cattolico) e non indica, di per sé, né un credente né un ateo né un agnostico. Laicità non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis; è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede, a prescindere dall’adesione o meno a tale fede; di distinguere le sfere e gli ambiti delle diverse competenze, in primo luogo quelle della Chiesa e quelle dello Stato.
La laicità non si identifica con alcun credo, con alcuna filosofia o ideologia, ma è l’attitudine ad articolare il proprio pensiero (ateo, religioso, idealista, marxista) secondo principi logici che non possono essere condizionati, nella coerenza del loro procedere, da nessuna fede, da nessun pathos del cuore, perché in tal caso si cade in un pasticcio, sempre oscurantista. La cultura— anche cattolica — se è tale è sempre laica, così come la logica — di San Tommaso o di un pensatore ateo — non può non affidarsi a criteri di razionalità e la dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un Santo della Chiesa, deve obbedire alle leggi della matematica e non al catechismo.

Una visione religiosa può muovere l’animo a creare una società più giusta, ma il laico sa che essa non può certo tradursi immediatamente in articoli di legge, come vogliono gli aberranti fondamentalisti di ogni specie. Laico è chi conosce il rapporto ma soprattutto la differenza tra il quinto comandamento, che ingiunge di non ammazzare, e l’articolo del codice penale che punisce l’omicidio. Laico — lo diceva Norberto Bobbio, forse il più grande dei laici italiani — è chi si appassiona ai propri «valori caldi» (amore, amicizia, poesia, fede, generoso progetto politico) ma difende i «valori freddi» (la legge, la democrazia, le regole del gioco politico) che soli permettono a tutti di coltivare i propri valori caldi. Un altro grande laico è stato Arturo Carlo Jemolo, maestro di diritto e libertà, cattolico fervente e religiosissimo, difensore strenuo della distinzione fra Stato e Chiesa e duro avversario dell’inaccettabile finanziamento pubblico alla scuola privata — cattolica, ebraica, islamica o domani magari razzista, se alcuni genitori pretenderanno di educare i loro figli in tale credo delirante.

Laicità significa tolleranza, dubbio rivolto anche alle proprie certezze, capacità di credere fortemente in alcuni valori sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili; di non confondere il pensiero e l’autentico sentimento con la convinzione fanatica e con le viscerali reazioni emotive; di ridere e sorridere anche di ciò che si ama e si continua ad amare; di essere liberi dall’idolatria e dalla dissacrazione, entrambe servili e coatte. Il fondamentalismo intollerante può essere clericale (come lo è stato tante volte, anche con feroce violenza, nei secoli e continua talora, anche se più blandamente, ad esserlo) o faziosamente laicista, altrettanto antilaico.

Claudio Magris, sul Corriere della Sera, 20/01/2008, da leggere tutto qui.

Adesso vedo il mondo a colori…

Quando sorge il sole? Un giorno un rabbino riunì i suoi alunni e chiese: «Come sappiamo qual è il momento esatto in cui finisce la notte e comincia il giorno?». «E’ quando, da lontano, siamo capaci di distinguere una pecora da un cane», disse un bambino. Un altro allievo replicò: «Per la verità, sappiamo che è già giorno quando possiamo distinguere, da lontano, un ulivo da un fico». Il rabbino rispose: «Non è una buona definizione». I ragazzi allora chiesero: «E allora qual è la risposta?». E il rabbino disse: «Quando uno straniero si avvicina e noi lo confondiamo con nostro fratello e i conflitti spariscono: quello è il momento in cui la notte finisce ed il giorno comincia!».
Il popolo d’Israele ha una grande tradizione laico-liberal, il detto rabbinico che ho citato ne è la prova. Purtroppo però molte volte lo stato di Israele si è trovato a compiere delle azioni riprovevoli nei confronti di altri popoli. La dicotomia può nascere forse dalla paura che questa nazione ha per la sua sopravvivenza: non è che in passato gli ebrei non abbiano avuto motivo di temere per la propria sopravvivenza, i campi di concentramento erano pieni zeppi di loro e noi caucasici facevamo finta di non vedere e non sapere. Si sentono ancora vecchi detti sugli ebrei che fanno accapponare la pelle, la paura rende l’uomo fragile e chi al posto loro non avrebbe paura di vedere i propri figli, madri, padri, sorelle, amici sparire da un momento all’altro e trovarsi solo in un mondo nel quale non riesce più a ritrovare le proprie radici? I bambini palestinesi ci spezzano il cuore. E i bambini ebrei no? Io li vedo eguali, con lo stesso diritto ad essere felici e riconosco questo diritto a tutti i bambini del mondo: bianchi e neri, belli e brutti, sionisti e islamici, perché credo che il diritto alla felicità non abbia cittadinanza.
Per anni mi sono interessata solo della causa del popolo palestinese, perché una ideologia deviata mi aveva offuscato la visione organica dell’umanità; ho creduto che da una parte ci fossero i buoni e dall’altra i cattivi, ma ora mi sono accorta che nel mondo non esiste solo il bianco e il nero. Ora che finalmente lo vedo in tutti i colori dell’arcobaleno riesco solo a percepire il cuore degli esseri umani, ed è bellissimo che le persone siano come fiocchi di neve, che all’apparenza sembrano uguali ma sono tutti irrepetibilmente diversi.
E’ per questo che adesso non parteggio né per il popolo palestinese né per quello d’Israele, non parteggio proprio; credo nell’uomo e nella sua capacità di liberarsi attraverso la rivoluzione non violenta. Cosa ci tiene insieme su questo pianeta? Forse il fatto che siamo tutti uomini, tutti uguali ma unici, e che a volte possiamo sbagliare. Solo nel riconoscerci in ciò che ci unisce si può trovare la saggezza di sopportare, emendare, capire, amare, cambiare la storia.
«Il cambiamento nella società è di secondaria importanza; esso avverrà naturalmente, quando voi, come esseri umani, produrrete questo cambiamento in voi stessi». (Jiddu Krishnamurti – Al di là della violenza)
Enrica Caferri
[via]

Cosmo: Siamo tutti una rete

Sabato 4 settembre alle ore 21 su Rai tre Luca De Biase presenta Cosmo: Siamo tutti una rete.

Ecco cosa scrive nel suo blog: “Il tentativo di raccontare l’attualità della ricerca scientifica in una forma di magazine è altrettanto sorprendente. La struttura narrativa è veloce e molto varia. Potrebbe forse apparire persino troppo varia se non fosse che la televisione evidentemente vive più di ritmo e di immagini che di ragionamenti e di parole. Da questo punto di vista, il giornalista della carta stampata può soffrire: oppure adattarsi, sorridendo alla sorpresa che la vita gli ha riservato mettendolo in quella situazione. Ma alla fine, si scopre che anche nella trasmissione televisiva il ragionamento e le parole sono importanti perché sono i pilastri della struttura, che senza non starebbe in piedi, anche se non li mette in mostra. Su questo c’è da riflettere.”

http://www.youtube.com/v/TFpJjVp63Sk?fs=1&hl=it_IT

A futura memoria


Sono stato in un posto in cui tutti cercano di vivere felici. E’ rincuorante scoprirne l’esistenza. Ho vissuto in una città in cui lo Stato, quello che noi siamo solo capaci di sognare, si adopera per rendere possibile la felicità dei propri cittadini e loro ne sono consapevoli. E’ un patto semplice il loro. Rispetti qualche regola fondamentale nel rispetto delle cose di tutti e poi fai quel che vuoi. Non mancano i problemi, certo. Secondo i nostri canoni, per esempio, è una città tremendamente sporca e ogni centimetro quadrato di muro è ricoperto di graffiti. Intollerabile agli occhi di un italiota! In giro ci sono facce di tutti i tipi, le strade sono vive giorno e notte, la vita costa poco, c’è una rete di ciclabili sterminata, la metropolitana ti permette di rinunciare all’auto, ci sono milioni di ristoranti di tutti i tipi e di tutti i prezzi, gli affitti sono in aumento ma son sempre più bassi di quelli pratesi, è una città sterminata e monumentale, ricca di qualsiasi tipo di cultura e in cui ognuno finisce per trovare quello che più gli piace. Scusate se è poco ma non c’ero abituato. Trincerato come sono in questa mediocrità di provincia di uno stato da terzo mondo. Sono stato in un paese adulto, dove la gente e chi la comanda sembra aver compreso cosa è meglio e cosa è peggio. E dove la gente si mescola senza sentirsi attaccata perchè riconosce che la mescolanza è bella e non può far che bene.

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Facciamo la Rivoluzione!


Sono stufa di uno sdegno furibondo che non sia preludio alle azioni. Sono arrivata invece a crederle possibili, quasi inevitabili. Direi addirittura auspicabili se non provassi ancora un po’ di orrore per la violenza. Un po’. La mia ispirazione più gandhiana vacilla. Mi piace il pensiero che lentamente compie un viaggio, raggiunge mete, scrive grandi pagine. Ma ultimamente avverto un’insolita insofferenza. Percepisco un vuoto. Per me, per noi, per questo Paese. Un Paese che non conosce una Rivoluzione è un Paese che si attorciglia sulle stesse cose, che non rompe catene, che non conosce il sereno dopo la tempesta, che non si interroga mai fino in fondo. Senza Rivoluzione siamo orfani di autentiche battaglie. E per quanto la battaglia evochi l’eco del corpo a corpo, la brutalità dello scontro non mi spaventa più come un tempo. Anzi, mi sconvolgono di più il silenzio, la rassegnazione o la colpevole complicità. E l’assenza di dignità, di forza, di passione. Non sento più le suadenti sirene della docile ragionevolezza perché subdoli e immorali sono i risvolti. E intollerabile è diventata l’arroganza dei profittatori di questo spirito molle.




Non c’è patrimonio di valori che ci renda fieri, nobili, grandi. Siamo sbrindellati. Stritolati da un meccanismo che ci ha spolpati e involgariti. Schiavi di logiche perverse e di pericolose illusioni. Fiacchi, miopi, incolti. E non mi pare di infierire ma di fotografare solo la tristezza di un vacuo immobilismo sorretto da assurde speranze. Nel bla bla della crisi siamo confusi da una massa ingombrante e appiccicosa di sciocchezze, di vuoti desolanti, di ferite sanguinanti, di errori mostruosi e di menzogne colossali.
Il nulla dilaga. E noi ci scopriamo vestiti di sogni improbabili e polverosi. Senza anima per reagire e con troppe cose da svendere in un mercato morto. Lame nella carne e atavico ingarbuglio ci fanno sguazzare o soccombere in un pantano nauseante.
Ho voglia e bisogno della ruvida realtà, di quel contatto con il bene e con il male che ci faccia prendere a pugni il disastro morale, la sfacciataggine della nostra vile dissolutezza, la povertà delle nostre corse inutili, la squallida e feroce potenza dei nostri padroni.
Ho urgenza di distruggere gli schemi che ci hanno infilato in un vicolo cieco. Mi prudono le mani. Ho l’ansia di rimboccarmi le maniche. Di presentare il conto a chi mi sta facendo pagare cara la vita. Di sentirmi essere umano e parte di una comunità. Di alzare la testa. Mi viene da urlare perché il pensiero si svegli e porti le gambe in strada con passo deciso e coraggioso. Voglio spegnere le voci che ci drogano per dominarci. Voglio la Rivoluzione. Perché la terra tremi, perché le odiose persuasioni crollino, perché i cattivi provino la rabbia dei buoni, perchè ci sia il senso del sudore e del percorso, perché ci sia l’onore della sofferenza.
Voglio mani sporche di lavoro e occhi lucidi di disperazione, con la tensione della salita e la determinazione delle idee.
Voglio la Rivoluzione. Per buttare giù le torri, guardare in faccia il nemico, cercare qualcosa per la quale valga la pena di sperare ancora.
Voglio la Rivoluzione. Perché la lotta non passi da un talk show e non ci siano lustrini compiaciuti che presentano altri lustrini come eroi sociali. Perché il ricco impaurito e sgomento non abbia l’ardire di sghignazzare davanti al povero. Perché nessuno osi rappresentare i deboli senza esserlo. Perché la pulizia levi le pulci dai meandri immondi del nostro retroterra. Perché si ritrovi sul campo il rigore della libertà e del pensiero. Per sventrare questo teatrino osceno di una recita disgustosa. Per liberarci dalla nostra stupidità.
La misura è colma. Il momento è arrivato. Consegniamoci almeno alla storia. (Scritto da Irene Spagnuolo)