Archivio mensile:gennaio 2007

Pillole di saggezza

Stand up alone

Erich Fromm, nel libro “Fuga dalla libertà”, ripercorre la storia della società per spiegare quanto il processo di conquista di autonomia dell’individuo sia ostacolato dall’interno, dagli stessi esseri umani. Egli spiega che l’uomo, da sempre spinto alla ricerca della libertà da restrizioni esterne, quando si trova a doversi basare sulle proprie forze viene colto da un senso di insicurezza e di isolamento che lo spinge a cercare dei meccanismi di fuga. Si cerca così qualcosa o qualcuno a cui delegare le proprie responsabilità e si sviluppano rapporti di sottomissione o di dipendenza. Oppure si può tentare di rendere gli altri dipendenti confondendo i sentimenti di amore o benevolenza con il bisogno di dominio che nasce dalla propria instabilità interiore. A volte ci si spinge al punto di rinunciare al proprio io e si sviluppa uno “pseudo-carattere”, uno “pseudo-pensiero” e perfino degli “pseudi- sentimenti”. Spinti dal senso di dovere, dalle convenzioni o da semplici pressioni, si arriva al punto di dimenticare chi siamo, e cosa vogliamo veramente. “Le illusioni su se stessi possono diventare stampelle utili a coloro che non sono in grado di camminare da soli; ma aumentano certamente la debolezza della persona. Quanto maggiore è l’integrazione della personalità dell’individuo, e quanto maggiore è quindi la sua limpidezza verso se stesso, tanto più grande è la sua forza”.
Se non ci si aspetta niente dagli altri è più facile perseverare, altrimenti, se siamo spinti dal bisogno di approvazione, basterà che ci venga negata per crollare. Se invece possiamo “stare in piedi da soli” non abbiamo bisogno di alcun consenso esterno, non siamo spinti a conformarci per sentirci più sicuri”.
(fonte NR 364)

Pillole di saggezza

Stand up alone

Erich Fromm, nel libro “Fuga dalla libertà”, ripercorre la storia della società per spiegare quanto il processo di conquista di autonomia dell’individuo sia ostacolato dall’interno, dagli stessi esseri umani. Egli spiega che l’uomo, da sempre spinto alla ricerca della libertà da restrizioni esterne, quando si trova a doversi basare sulle proprie forze viene colto da un senso di insicurezza e di isolamento che lo spinge a cercare dei meccanismi di fuga. Si cerca così qualcosa o qualcuno a cui delegare le proprie responsabilità e si sviluppano rapporti di sottomissione o di dipendenza. Oppure si può tentare di rendere gli altri dipendenti confondendo i sentimenti di amore o benevolenza con il bisogno di dominio che nasce dalla propria instabilità interiore. A volte ci si spinge al punto di rinunciare al proprio io e si sviluppa uno “pseudo-carattere”, uno “pseudo-pensiero” e perfino degli “pseudi- sentimenti”. Spinti dal senso di dovere, dalle convenzioni o da semplici pressioni, si arriva al punto di dimenticare chi siamo, e cosa vogliamo veramente. “Le illusioni su se stessi possono diventare stampelle utili a coloro che non sono in grado di camminare da soli; ma aumentano certamente la debolezza della persona. Quanto maggiore è l’integrazione della personalità dell’individuo, e quanto maggiore è quindi la sua limpidezza verso se stesso, tanto più grande è la sua forza”.
Se non ci si aspetta niente dagli altri è più facile perseverare, altrimenti, se siamo spinti dal bisogno di approvazione, basterà che ci venga negata per crollare. Se invece possiamo “stare in piedi da soli” non abbiamo bisogno di alcun consenso esterno, non siamo spinti a conformarci per sentirci più sicuri”.
(fonte NR 364)

Pillole di saggezza

Stand up alone

Erich Fromm, nel libro “Fuga dalla libertà”, ripercorre la storia della società per spiegare quanto il processo di conquista di autonomia dell’individuo sia ostacolato dall’interno, dagli stessi esseri umani. Egli spiega che l’uomo, da sempre spinto alla ricerca della libertà da restrizioni esterne, quando si trova a doversi basare sulle proprie forze viene colto da un senso di insicurezza e di isolamento che lo spinge a cercare dei meccanismi di fuga. Si cerca così qualcosa o qualcuno a cui delegare le proprie responsabilità e si sviluppano rapporti di sottomissione o di dipendenza. Oppure si può tentare di rendere gli altri dipendenti confondendo i sentimenti di amore o benevolenza con il bisogno di dominio che nasce dalla propria instabilità interiore. A volte ci si spinge al punto di rinunciare al proprio io e si sviluppa uno “pseudo-carattere”, uno “pseudo-pensiero” e perfino degli “pseudi- sentimenti”. Spinti dal senso di dovere, dalle convenzioni o da semplici pressioni, si arriva al punto di dimenticare chi siamo, e cosa vogliamo veramente. “Le illusioni su se stessi possono diventare stampelle utili a coloro che non sono in grado di camminare da soli; ma aumentano certamente la debolezza della persona. Quanto maggiore è l’integrazione della personalità dell’individuo, e quanto maggiore è quindi la sua limpidezza verso se stesso, tanto più grande è la sua forza”.
Se non ci si aspetta niente dagli altri è più facile perseverare, altrimenti, se siamo spinti dal bisogno di approvazione, basterà che ci venga negata per crollare. Se invece possiamo “stare in piedi da soli” non abbiamo bisogno di alcun consenso esterno, non siamo spinti a conformarci per sentirci più sicuri”.
(fonte NR 364)

Pillole di saggezza

Stand up alone

Erich Fromm, nel libro “Fuga dalla libertà”, ripercorre la storia della società per spiegare quanto il processo di conquista di autonomia dell’individuo sia ostacolato dall’interno, dagli stessi esseri umani. Egli spiega che l’uomo, da sempre spinto alla ricerca della libertà da restrizioni esterne, quando si trova a doversi basare sulle proprie forze viene colto da un senso di insicurezza e di isolamento che lo spinge a cercare dei meccanismi di fuga. Si cerca così qualcosa o qualcuno a cui delegare le proprie responsabilità e si sviluppano rapporti di sottomissione o di dipendenza. Oppure si può tentare di rendere gli altri dipendenti confondendo i sentimenti di amore o benevolenza con il bisogno di dominio che nasce dalla propria instabilità interiore. A volte ci si spinge al punto di rinunciare al proprio io e si sviluppa uno “pseudo-carattere”, uno “pseudo-pensiero” e perfino degli “pseudi- sentimenti”. Spinti dal senso di dovere, dalle convenzioni o da semplici pressioni, si arriva al punto di dimenticare chi siamo, e cosa vogliamo veramente. “Le illusioni su se stessi possono diventare stampelle utili a coloro che non sono in grado di camminare da soli; ma aumentano certamente la debolezza della persona. Quanto maggiore è l’integrazione della personalità dell’individuo, e quanto maggiore è quindi la sua limpidezza verso se stesso, tanto più grande è la sua forza”.
Se non ci si aspetta niente dagli altri è più facile perseverare, altrimenti, se siamo spinti dal bisogno di approvazione, basterà che ci venga negata per crollare. Se invece possiamo “stare in piedi da soli” non abbiamo bisogno di alcun consenso esterno, non siamo spinti a conformarci per sentirci più sicuri”.
(fonte NR 364)

Ali Farka Toure & Ry Cooder – Talking Timbuktu (1994)

Un blues dal cuore della terra.

Nel 1994 con la collaborazione di Ry Cooder grande “musa” musicale di tutti i tempi, esce questo Talking Timbuktu, e naturalmente come è immaginabile, per essere stato inserito tra i miei dischi preferiti, rimango deliziato.

La cosa che viene subito alla luce è l’equilibrio che nasce dalla combinazione di due “mondi” diversi. Dove per mondi si intende non solo le provenienze naturali dei due musicisti, ma anche la loro diversità di esperienze, culture, vite e suoni.

Il disco composto da dieci brani, crea un’atmosfera semplicemente magica e nota dopo nota avviene questo scambio sonoro. Qualunque sia lo strumento in evidenza, si ha modo di “respirare” la musica in una maniera lenta e profonda.

Il terreno dove avviene questo scambio sonoro è il blues. E se pur non suonato con i soliti strumenti, la venatura malinconica rimane in evidenza. C’è un qualcosa che traspare dal disco che ricorda una ciclicità: l’amaro e il dolce, gli spazi brevi e ampi, il giorno e la notte, la terra e il mare. Ma quale mare? Il Mali non ha nessun sbocco al mare.

Ed è questa una delle tante magie che la musica di questo disco riesce nella sua semplicità a generare. L’immaginare l’immaginabile.

Ancora una volta Cooder dimostra di saper entrare in sintonia con lo spirito della musica e dei musicisti che lo accompagnano in ogni sua avventura sonora, senza mai prevaricare, ma con un equilibrio perfetto, riuscendo così a farci conoscere sempre nuove “menti” musicali, regalandoci in questo caso una musica proveniente da un luogo situato alla fine del mondo. Ma con le radici affondate proprio al centro del suo cuore.

4,5/5

Ali Farka Toure & Ry Cooder – Talking Timbuktu (1994)

Un blues dal cuore della terra.

Non conoscevo molto A.F.T. se non che provenisse dal Mali, forse la terra Africana che offre di più, e buona musica, di tutto il Continente nero.
Nel 1994 con la collaborazione di Ry Cooder grande “musa” musicale di tutti i tempi (più avanti verrà postato un articolo su di lui su “segni sonori”) esce questo Talking Timbuktu, e naturalmente come è immaginabile, per essere stato inserito tra i miei dischi preferiti, rimango deliziato.

La cosa che viene subito alla luce è l’equilibrio che nasce dalla combinazione di due “mondi” diversi. Dove per mondi si intende non solo le provenienze naturali dei due musicisti, ma anche la loro diversità di esperienze, culture, vite e suoni.

Il disco composto da dieci brani, crea un’atmosfera semplicemente magica e nota dopo nota avviene questo scambio sonoro. Qualunque sia lo strumento in evidenza, si ha modo di “respirare” la musica in una maniera lenta e profonda.
Il terreno dove avviene questo scambio sonoro è il blues. E se pur non suonato con i soliti strumenti, la venatura malinconica rimane in evidenza. C’è un qualcosa che traspare dal disco che ricorda una ciclicità: l’amaro e il dolce, gli spazi brevi e ampi, il giorno e la notte, la terra e il mare. Ma quale mare? Il Mali non ha nessun sbocco al mare.

Ed è questa una delle tante magie che la musica di questo disco riesce nella sua semplicità a generare. L’immaginare l’immaginabile.

Ancora una volta Cooder dimostra di saper entrare in sintonia con lo spirito della musica e dei musicisti che lo accompagnano in ogni sua avventura sonora, senza mai prevaricare, ma con un equilibrio perfetto, riuscendo così a farci conoscere sempre nuove “menti” musicali, regalandoci in questo caso una musica proveniente da un luogo situato alla fine del mondo. Ma con le radici affondate proprio al centro del suo cuore.

4,5/5

Ali Farka Toure & Ry Cooder – Talking Timbuktu (1994)

Un blues dal cuore della terra.

Non conoscevo molto A.F.T. se non che provenisse dal Mali, forse la terra Africana che offre di più, e buona musica, di tutto il Continente nero.
Nel 1994 con la collaborazione di Ry Cooder grande “musa” musicale di tutti i tempi (più avanti verrà postato un articolo su di lui su “segni sonori”) esce questo Talking Timbuktu, e naturalmente come è immaginabile, per essere stato inserito tra i miei dischi preferiti, rimango deliziato.

La cosa che viene subito alla luce è l’equilibrio che nasce dalla combinazione di due “mondi” diversi. Dove per mondi si intende non solo le provenienze naturali dei due musicisti, ma anche la loro diversità di esperienze, culture, vite e suoni.

Il disco composto da dieci brani, crea un’atmosfera semplicemente magica e nota dopo nota avviene questo scambio sonoro. Qualunque sia lo strumento in evidenza, si ha modo di “respirare” la musica in una maniera lenta e profonda.
Il terreno dove avviene questo scambio sonoro è il blues. E se pur non suonato con i soliti strumenti, la venatura malinconica rimane in evidenza. C’è un qualcosa che traspare dal disco che ricorda una ciclicità: l’amaro e il dolce, gli spazi brevi e ampi, il giorno e la notte, la terra e il mare. Ma quale mare? Il Mali non ha nessun sbocco al mare.

Ed è questa una delle tante magie che la musica di questo disco riesce nella sua semplicità a generare. L’immaginare l’immaginabile.

Ancora una volta Cooder dimostra di saper entrare in sintonia con lo spirito della musica e dei musicisti che lo accompagnano in ogni sua avventura sonora, senza mai prevaricare, ma con un equilibrio perfetto, riuscendo così a farci conoscere sempre nuove “menti” musicali, regalandoci in questo caso una musica proveniente da un luogo situato alla fine del mondo. Ma con le radici affondate proprio al centro del suo cuore.

4,5/5